Alla ricerca del tempo perduto: cinque pezzi meno facili dell’elettronica anni ’90

Al mio ritorno a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di bere, contrariamente alla mia abitudine, una tazza di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, cambiai idea. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti che chiamano Petites Madeleines e che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una “capasanta”. E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un domani malinconico, mi portai alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua casa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Cosa significava?”

Marcel Proust “Alla ricerca del tempo perduto

La musica per un appassionato è una continua ricerca del tempo perduto.

Piccole cose, coincidenze, micro avvenimenti segnano un percorso, scandiscono la linea temporale che non si districa dalla trama più larga delle nostre esistenze, spesso diventandone spina dorsale, pietra di confine.

Per motivi personali da 3 mesi frequento spesso la casa dei miei genitori, e sono tornato ad esplorare il mio vecchio armadio dei CD, ancora intatto, protetto dalla polvere e dal decadimento.

In particolare mi sono sorpreso leggendo alcuni titoli della sezione Elettronica. Lavori che il tempo sembrava aver tolto dalla memoria, ma che a torto o a ragione un loro motivo per essere lì ce l’avevano, eccome.

L’importante nelle “madeleine” è, a tutti gli effetti, quanto poi evocano all’assaggio.

1 “U.F. Orb” – Orb (Big Life 1992)

Un duo che conclude un percorso sperimentale proprio agli inizi degli anni 90 con una sintesi elettronica onirica e spaziale, incredibilmente compatta e fruibile. Con i semi di Brian Eno sparsi ovunque e un approccio psichedelico degno del rock anni 60/70, Paterson e Youth incidono il concetto di Sci-Fi con un realismo emozionante, unico, che ne accelerò la diffusione eguagliando i numeri del rock.

2 “Lifeforms” – The Future Sound of London (Virgin 1994)

Dall’esplorazione “spaziale” degli Orb al tempo come soggetto e complemento: in quegli anni erano loro il suono del futuro. E davvero predissero, o accesero, un’inarrestabile processo di “globalizzazione”.

Prepotente infatti il fattore geografico, etnico, con marcati elementi “World Music” in primo piano, tra arditi campionamenti, rumorismi e una vocazione al viaggio “trance” in continuo conflitto con la loro dance attitude.

Garry Cobain and Brian Dougans creano le basi per una diffusione di spore planetaria, incendiaria.

3 “Timeless” – Goldie (FFRR 1995).

Clifford Joseph Price, aka Goldie. Sia benedetto questo geniale egomaniaco proveniente dalla street culture delle West Midlands, che ad un certo punto estrasse dal cilindro uno dei capisaldi dell’elettronica. Autentico viaggio spazio-tempo nel futuro, motori a curvatura.

Sublimazione di correnti ed elevazione. Purificazione alchemica della grezza Jungle con tracce di clubbing, rave, breakbeat, soul, r’n’b, jazz: nasce un genere nobile, il Drum’n’bass, radendo al suolo barriere di genere e di concetto.

Premessa e promessa di quel New Forms” di Roni Size che nel 1997 completò questo straordinario, influentissimo percorso.

4 “Pansoul” – Motorbass (Different 1996)

In questo tipo di sonorità, l’abbiamo ormai capito, il numero perfetto è il 2!

E’ infatti sufficiente attraversare la Manica per trovare un altro dinamico duo a incastonare nella storia un vero gioiello di House Music. Erano Phillippe Zdar (poi nei Cassius) ed Etienne de Crécy.

Una naturale raffinatezza e la vocazione all’intrattenimento non oscurano la portata compositiva, la complessità della lavorazione qui esposta con grande capacità comunicativa, di sintesi espositiva.

Architetture futuristiche pulite dall’ossessione della freddezza, suoni che emanano calore e attitudine proto Lounge: la Francia non ha mai temuto nessuno in quanto ad elettronica.

La Dance riparte da qui, da un biglietto pagato che saranno i Daft Punk a riscuotere l’anno dopo, l’anno di “Homework“.

5 “Internal Empire” – Robert Hood (Tresor 1994)

E dopo aver attraversato la Manica intenzionalmente si trasvola l’Atlantico per assistere ad una importante trasmutazione.

Detroit Motor City, dove la tecnologia è di casa, dalla House alla Techno il passo è breve, concettualmente complesso.

Robert Hood usa il vocabolario House, nato nella dirimpettaia Chicago, aggiungendovi gli strumenti della ripetizione sintetica, marchio techno-logico, guidato da una potente e lucida vocazione al minimale: i suoni sono esposti più che composti e il risultato splende di luce propria.

Celebrato l’anno scorso da una ristampa a 25 anni dall’uscita. Testimonianza del segno lasciato, un destino comune a questi 5 pezzi sicuramente meno facili, sicuramente testimoni di un tempo perduto di grande valore.

Buon ascolto.

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