John Lennon e Diego Armando Maradona: l’estetica della disobbedienza in due icone Pop del Novecento

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Come nasce una memoria storica?

Molti di noi possono ricordare esattamente dov’erano, in compagnia di chi, cosa stavano facendo, nell’attimo in cui appresero la notizia della morte di John Lennon. Erano da poco passate le 22 dell’8 dicembre 1980. La notizia si diffuse rapidamente, nonostante l’assenza di internet e dell’informazione liquida di questi anni Venti. Fu un passaparola costante e continuo, un processo di conoscenza tra il personale e il collettivo, che costituì, tramite il ricordo esteso, il percorso comunitario e individuale del riconoscimento delle nostre percezioni e del nostro vissuto, che “accompagna” la memoria storica di chi oggi viaggia tra i cinquanta e più.

Vista dalla prospettiva dei nostri giorni, il coinvolgimento emotivo per la morte del fondatore dei Beatles, costituisce ancora oggi un eccezionale avvenimento sociologico, che anticipa la globalizzazione di circa un ventennio. Non andò così per Diana Spencer. La morte prematura di Lady D colpì l’immaginario della popolazione globale soltanto di riflesso, in modo “costruito”, sull’onda della spettacolarizzazione di un lutto tutto britannico, che la BBC riuscì a diffondere anche al di fuori dei suoi confini. Si trattò, in sostanza, di un’operazione di marketing eseguita in modo magistrale, dalla quale sia la Corona che Tony Blair uscirono rafforzati e con gli indici di popolarità alle stelle.

La morte di Diego Armando Maradona ha riportato alla mente sensazioni dimenticate, affievolite dal trascorrere dei decenni.

La notizia della sua scomparsa ci ha colto impreparati, ed è come si ci avesse pugnalato alle spalle. Proprio come accadde per Lennon, per il resto dei nostri anni saremo in grado di ricordare cosa e con chi eravamo, quando abbiamo appreso della morte del n. 10 argentino. Tutti noi avremo quel ricordo condiviso, un’esperienza che potremo tramandare a chi non c’era. In queste ultime settimane, si sta materializzando una nuova memoria storica condivisa, inoculata sottopelle con la somministrazione delle immagini di una Napoli emozionata ed emozionante, ritratta nei suoi dolori sfumati d’azzurro, profondi e viscerali, che s’irradiano dai quartieri spagnoli fino ai punti più periferici della città. La dolente simbiosi con Buenos Aires, la capitale della fine del mondo, dove Maradona era nato, sessant’anni fa, e da dove stava tentando, ancora e ancora e ancora, l’ennesima risalita.    

Sul Lennon musicista si sono scritti fiumi di parole. Usando parole semplici, potremmo definirlo come uno degli autori della colonna sonora della nostra vita. Perfino chi non lo conosce, perché troppo giovane o semplicemente perché molto distratto, non può non dirsi lennoniano, dal momento che anche inconsapevolmente ascolta la sua musica, che risuona onnipresente nei programmi di successo e nelle pubblicità delle merendine, delle polizze vita, ed in quelle della telefonia mobile.

Dallo scioglimento dei Beatles, John Lennon ha smesso di essere solo un cantante. Sospinto dalla musa giapponese Yoko Ono, ha intrapreso un nuovo percorso, che non contempla la musica un’espressione artistica fine a stessa. In precedenza, aveva mostrato timidi approcci con l’impegno civile, come ad esempio nei versi – molto concilianti, in verità – di Revolution, un brano dal nome forte ma piuttosto innocuo, contenuto nel White Album. Nel nuovo corso effettuerà una decisa accelerazione verso il pacifismo, nell’ambito di una forma di contestazione politica più articolata e di largo respiro.

Negli USA come in tutta la controcultura occidentale, si è diffuso il paradigma che essere contrari alla guerra in Vietnam equivale ad esserlo verso la politica estera americana. Per la prima volta, una singola popstar decide di mettere in atto una contestazione, pacifica ma permanente, nei confronti del Potere. Dall’alto della sua enorme popolarità, Lennon lo fa alla sua maniera, solleticando le coscienze con la forza dell’immaginazione (Imagine), denunciando i vizi e gli inganni della politica (Gimme Some Truth), evocando l’antimilitarismo (Mind Games) e denunciando la disuguaglianza e la violenza di genere (Woman is the nigger of the world). Brani densi di significati, tutti composti tra il 1970 e il 1973.

Prima ancora però, ha dichiarato da quale parte ha scelto di stare. Nel 1970 ha pubblicato Working Class Hero, un brano rivelatore, che sebbene non contenga proposizioni necessariamente di stampo marxista, viene accompagnato da esibizioni live che si concludono immancabilmente col pugno chiuso in bella mostra.

Per il governo U.S.A e per il presidente Nixon, è veramente troppo. Inoltre, dal momento che la popstar britannica vive e lavora a New York ed è legalmente sposato con una cittadina americana, ha chiesto lo status di cittadino americano. La Cia decide di attenzionarlo, mettendolo sotto tutela a sua insaputa. Per le amministrazioni USA degli anni Settanta, John Winston Lennon è un individuo dall’animo sovversivo e ribelle. Le sue caratteristiche sono note: di origini provinciali e piccolo-borghesi, ha ereditato una propensione alla ribellione dalla madre, morta prematuramente in un incidente stradale.

Il giovane Lennon è un adolescente solitario e irrisolto, che spesso si lascia andare a risse senza senso e a reazioni inopportune. Nella Liverpool portuale e operaia del primo dopoguerra si atteggia a teddy-boy dallo sguardo truce, ma non è affatto convinto della sua finta ostentazione. Nonostante sia dotato di una vena romantica presente e pulsante, fatica a trovare un duraturo equilibrio. Il successo dei Beatles è così travolgente che, come accaduto anche ai suoi colleghi, Lennon è arrivato in cima alla montagna quasi senza accorgersene. Nel corso della prima performance “istituzionale” con i Beatles, tra i lussi vellutati di una Londra sfavillante, in un concerto voluto dalla Royal Family e sotto lo sguardo impassibile della Regina Madre, trova il tempo per pronunciare:

“Per la nostra ultima canzone abbiamo bisogno del vostro aiuto! Vorremmo che gli spettatori seduti là in alto, nei posti più economici, tengano il tempo battendo le mani. Tutti gli altri possono farlo semplicemente facendo tintinnare i loro gioielli… La canzone si intitola Twist And Shout…”

È questo il momento esatto in cui scocca la scintilla della sua vita da non allineato. Era il 4 novembre del 1963, il primo atto di disobbedienza alle regole e alle buone maniere, alla visione conservatrice di uno status quo piovuto dall’alto. Il governo americano decide che Lennon è potenzialmente pericoloso, “troppo socialismo in questo giovanotto inglese”.

John Lennon ha incarnato l’anima più insolente dei Beatles, i fans hanno assistito alle sue metamorfosi osservandolo con paziente attenzione: elegante e raffinato agli esordi, in completo di Lanvin e cravattino, con i capelli a caschetto via via più lunghi, infine lunghissimi, un’evoluzione dei tratti che sfocia nell’anarchia, metà hippy e metà Gesù Cristo. Hanno tollerato la sua misoginia di facciata. Hanno conosciuto il Lennon paffuto e senza occhiali, poi quello sottile con gli occhialetti rotondi, con le antiestetiche lenti a fondo di bottiglia. Lo hanno visto felice, sobrio, euforico, serio, scanzonato. A volte del tutto sbronzo; altre, dolorosamente drogato.

Lennon, durante e dopo l’epopea Beatles, per diffondere la sua arte non aveva bisogno delle scorciatoie della globalizzazione, perché egli stesso sviluppava in sé i prodromi di una globalizzazione in divenire. Nel corso della sua breve vita, John Lennon si è sposato in fretta ed ha divorziato dalla moglie con pari tempestività. Si è risposato, e nel matrimonio successivo ha tradito più volte Yoko Ono. Per anni ha fatto abuso di droghe, e per possesso illecito di stupefacenti è stato anche arrestato. Il figlio Julian, quello di Hey Jude, avuto dalla prima moglie Cynthia, non ha mai nascosto né a lui, né ai media, il rimprovero di averlo praticamente abbandonato, escludendolo dalla sua nuova vita americana. L’immagine del volto di John Lennon, quella che si è cristallizzata nella nostra memoria storica, ci parla del tipico ragazzo degli anni Settanta, idealista e pacifista. Siamo invecchiati tutti, tranne lui. Dopo mezzo secolo, il valore e la poetica dei suoi messaggi giungono intatti, scavalcando le resistenze transgenerazionali, divenendo oggetto di studio da parte della cultura di massa e di quella istituzionalizzata. I regimi politici che lo avevano combattuto in vita, ritenendolo un sovversivo individualista, come quello cubano di Fidel Castro, ne hanno riconosciuto la grandezza post mortem, proponendolo come esempio da seguire, un ideale di bellezza e di libertà.     

Tra il 1975 e il 1980 John Lennon si ritirò da qualsiasi attività artistica. Si prese una pausa, per dedicarsi alla crescita del figlio Sean, avuto da Yoko Ono. Nello stesso periodo muoveva passi molto importanti un ragazzino minuto e dai lunghi capelli a boccoli scuri. Proviene da Villa Fiorito, un luogo dal nome fiabesco. Corrisponde alla periferia più povera di Buenos Aires, è figlio di un facchino e di una modestissima casalinga che fatica a mettere insieme un pranzo con la cena. A due anni, uno zio gli regala un pallone che diventa il suo amico preferito. Donna Tota, la madre, racconterà ai cronisti che non se ne separa nemmeno per andare a dormire. Il piccolo Diego e il suo pallone rappresentano un particolare caso di osmosi mutualistica: Diego infatti, da grande, sarà un uomo col volto da bambino e il corpo da pallone.

A 18 anni è già una star di fama internazionale, è diventato l’uomo che sussurra ai palloni. Quando lascia il Boca Juniors ha già cambiato tre squadre, attraversa l’Atlantico destinazione Barcellona. In Catalogna la sua carriera subisce uno stop inatteso, e la contraddittoria prestazione esibita al Mundial di Spagna ’82, iniziata male e finita peggio (tra i fischi, per il fallo violento e pericoloso assestato a Joao Batista, che gli causò l’espulsione nel corso del decisivo derby tra Brasile e Argentina) rafforza questa sensazione di imprevista negatività.

La svolta definitiva è rappresentata dall’arrivo a Napoli. La notizia fa il giro del mondo: la tv di stato francese sottolinea che lo sforzo finanziario del Napoli è sproporzionato alle potenzialità economiche della città, che viene definita dallo speaker come ‘una delle più povere del mondo ’. Il resto è storia nota, ancorché fresca e recente. L’immedesimazione con la sofferenza dei ragazzi del sottoproletariato napoletano, troppo spesso marginalizzato da una società impoverita che non ha più tempo per gli ultimi, si manifesta nel modo più pieno.

Nasce una favola moderna, Maradona sembra possedere tutto quel che serve alla città per sentirsi felice. Per i napoletani, Maradona rappresenta il riscatto sociale, è un segno di nobiltà, di distinzione, è un diamante pazzo dal quale nascono fiori. Diego Maradona ascende nella scala dei valori delle persone che lo amano: figlio, fratello, padre. Infine, dio.

Una favola moderna ricca di insidie e di mele avvelenate. Diego si rivela essere l’amico fragile. La droga, i legami con la camorra, la dipendenza dalla cocaina, i festini, il fisco, le piccole storie ignobili di miseria e di violenza. Mostra il suo lato peggiore, è in pieno blackout, affogato in una solitudine che sembra non avere giustificazioni, non giocando Diego all’ala destra.

Dopo due scudetti e dopo aver ispirato la scelta per migliaia di bambini battezzati col suo nome, il figlio di Napoli decide di chiudere col passato facendo ritorno nella natia Argentina. Una volta lì, si rende conto che è il passato a non voler chiudere i conti con lui. Cocaina e goal, goal e cocaina. Mentre il passato gli bussa alla porta si mette contro anche la F.I.F.A, che quasi gli rimprovera di giocare troppo bene e di non voler abbracciare la logica del profitto e del business.

Quando Diego smette di sussurrare ai palloni la sua immagine inizia progressivamente a trasformarsi. Comincia a gonfiarsi, dai suoi occhi di bambino sembra voler uscire quell’innocenza che ne aveva addolcito lo sguardo. È ormai un ex calciatore. Smette definitivamente di comportarsi da atleta (ammesso che si sia riconosciuto come tale almeno una volta nella vita) e inizia a comportarsi da popstar. Alla droga, dalla quale non riesce a liberarsi, Diego aggiunge un altro carico da novanta, il vizio dell’alcool.

A 45 anni, la resistenza del suo fisico è ormai giunta al limite di sopportazione. Fidel Castro lo convince a ricoverarsi a Cuba, in un centro specializzato nel recupero dalle tossicodipendenze. Tra una terapia e una seduta dallo psicologo, Diego Maradona riesce a trovare la forza per mettersi a studiare la politica e l’economia. E a ricordarsi veramente chi è e da dove proviene. È nato poverissimo ed è diventato miliardario troppo in fretta: la percezione della povertà si è andata alterando nel corso del tempo, offuscata dai fumi del successo e della droga.

Da ex calciatore famosissimo ha corso il serio rischio di trasformarsi in un relitto umano. Ha preso consapevolezza della sua nuova dimensione, anche perché il grande pubblico non ha mai smesso di amarlo. Anzi, al contrario, gli antichi detrattori che in passato lo avevano ostacolato, per ipocrisia e per invidia, iniziano a guardarlo con rinnovata curiosità, ammirandone la sua nuova propensione all’impegno civile. Già nel corso della stagione napoletana, Maradona non aveva mancato in slanci di generosità, tra partite di beneficenza su campi improbabili (che hanno marchiato col fuoco della benevolenza il figlio adottivo di Napoli), belle ragazze, triplette memorabili, shopping in Ferrari, coppe del mondo e notte galanti. Il Maradona napoletano ha sempre trovato il modo di redistribuire larghe porzioni dei propri guadagni, sospinto da una vocazione alla generosità che è tipica dei poveri. Ha vinto da solo la sua personale battaglia contro l’Inghilterra, nella partita del celebre tocco di mano voluto da Dio. Sempre nel corso di quel pomeriggio messicano, realizzò anche quello che è universalmente riconosciuto essere stato il goal del secolo.

Da quel momento in poi, nell’immaginario del popolo argentino, è divenuto il paladino delle rivendicazioni di tutta l’America latina contro ogni forma di Imperialismo. Da ragazzo, Diego aveva ammirato Che Guevara.

Se El Che fosse vivo, si sarebbero invertite le parti, secondo un capriccio del tempo che ha il sapore mistico di una metempsicosi della Storia. Come già accaduto per Lennon, abbiamo imparato a riconoscere Maradona nascosto nei suoi più riusciti travestimenti, esibiti nello scorrere degli ultimi quattro decenni della nostra esistenza: piccolo, esile, magro, grasso, poi nuovamente magro, con capigliatura fluente o meno, a volte vestito con maglie diverse ma sempre animato da una forza che ce lo faceva apparire una divinità invulnerabile: una vita romanzesca fatta di delitti, di peccati, di redenzione e di morte. Negli ultimi dieci anni era partito un processo di deificazione, sponsorizzato anche dagli stessi detrattori di un tempo, convertitesi al culto di questa divinità imperfetta, che ha rappresentato – e questo è fuor di dubbio – uno dei rarissimi casi di vittoria da parte di uomo proveniente dal Sud del mondo.

Come avvenne per la morte di John Lennon, divenuto un’icona pop del pacifismo e dell’emancipazione che nasce dalla ribellione, Diego Maradona rappresenta un significato che è già memoria storica per l’umanità intera, non soltanto per una singola parte di mondo. Disobbediente e non allineato, proprio come Lennon, Maradona ha attraversato il Novecento divenendone uno dei simboli più rappresentativi a livello planetario, con buona pace di Andy Wharol, che l’avrebbe certamente ritratto al pari di Mao o di Marylin Monroe. Come Lennon e gli altri tre Beatles, Maradona avrebbe trovato spazio nella copertina del disco che descrive una pagina di storia dell’arte davvero memorabile, la Banda dei cuori solitari di quel Novecento di cui ogni tanto ci ricordiamo di far parte.

John Lennon e Diego Maradona rappresentano i simboli del rapporto stretto che abbiamo con la nostra vita, con le nostre contraddizioni colte nel proprio attimo, nel suo esserci, nel nostro processo di sopravvivenza quotidiana di (ri)costruzione personale. Una memoria che a volte espandiamo con costrutto, per aprire la mente, o che ingenuamente tendiamo ad allargare in modo troppo generalizzato. A volte essa ci sorprende alle spalle, sospinta dalle costruzioni della memoria collettiva che vaga in uno stato di sospensione, ma contiene gli usi, gli abusi e i costumi che oltre ad impedirne l’oblio, hanno il grande merito di ricordarci chi siamo e da dove veniamo.

Pensieri liquidi e astratti, piccole e grandi filosofie che fluttuano libere nelle occasioni del nostro vivere quotidiano, come quando distrattamente ci mettiamo alla guida o sediamo su una panchina, nella luce silenziosa e dorata di un parco urbano in un pomeriggio di sole calante.

Da qualche anno c’è una panchina di bronzo, situata in un parco dell’Habana: è una statua moderna. Sul lato sinistro è seduto John Lennon, raffigurato a gambe accavallate ed il tronco proteso all’indietro, come se stesse chiacchierando con qualcuno che non c’è. Sul lato destro della panchina, uno spazio vuoto. È così difficile immaginare di vedere apparire Diego Maradona a fargli compagnia? Sarebbe confortante poterli ascoltare, intenti a parlare della musica e del calcio del Novecento. Due attività umane che ci piacevano molto e per le quali ci siamo già pentiti di aver cambiato millennio. Prima abbiamo disturbato Kusturica, ma adesso ci vorrebbe Zemeckis.

Ma questo, è un altro discorso.

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