Chiedetemi chi era Diego Armando Maradona

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Gli dei pagani rappresentavano i fenomeni naturali. Erano lì a difendere l’armonia, ispirarla. Accompagnare gli uomini lungo la strada della vita per destare bellezza e stupore. Dionisio era il dio del vino, Pan dio della Natura, e poi Giove, Giunone, Hercules.

Gli dei avevano anche debolezze umane. Senza di esse non avrebbero potuto parlare all’inconscio degli uomini. Come direbbe Jung, erano archetipi dell’inconscio collettivo. Con la loro purezza erano estranei alle regole, agli interessi contrapposti della società.

Maradona sapeva sin da bambino che il suo daimon era giocare al calcio, come un usignolo esaltare il suo canto. Del Piero ci ha ricordato una sua frase: “Se stessi con un vestito bianco a un matrimonio e arrivasse un pallone infangato, lo stopperei di petto senza pensarci”. Appunto “senza pensarci”, senza considerare i rischi personali, perché gli dei non devono calcolare, devono solo agire, esprimersi.

Questa immagine ci ricorda quando partecipò ad una partita di calcio con calciatori dilettanti, fatta su un campo infangato di periferia, per raccogliere fondi e consentire un’operazione ad un bambino bisognoso. Contrariando la propria società e infischiandosene dell’assicurazione del Lloyd’s per il rischio di un eventuale infortunio. Molti calciatori sanno che il calcio è anche business, contrapposizione di interessi economici, doping, intrigo, corruzione, scommesse illecite. Maradona, il più grande di tutti i tempi, ha fatto scelte libere, giocando in una squadra non blasonata come il Napoli, povera ma viva. Sempre schierato contro la corruzione dei potenti nel calcio e fuori. Perché era il suo daimon che lo spingeva a mantenere la purezza della sua arte, per salvare il gioco.

Nessun calciatore l’ha mai criticato, hanno sempre rimarcato la sua correttezza, la sua umanità. Ma in verità, c’è qualcosa in più: l’hanno amato. Perché Maradona prima delle sue ineguagliabili magie calcistiche, inarrivabili, era l’archetipo del calcio, la passione. Rappresentava quel loro inizio, la gioia con la quale si erano avvicinati al calcio, che poi era divenuta soltanto professione.

Se non ci fosse stato lui, il loro mestiere sarebbe oggi più povero. Maradona con le sue gesta da funambolo, con la sua purezza di carattere da dio pagano, con i suoi goal impossibili era l’archetipo del calcio.

La frase di Totti è la più giusta:

“Maradona è il calcio, è il pallone, come se ci fosse la sua faccia su quella sfera che gira”

Il popolo ama gli archetipi, ama gli dei, perché sa che non si risparmiano, esprimono la loro natura ancestrale, la gioia, l’euforia, quel trance agonistico di Bellezza che realizza la magia in un momento. E pure questa è la vita.

Maradona era il dio del calcio.

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