Yoko Ono: la Bambina dell’Oceano che ha cambiato la musica rock

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“Le cose non sono mai permanenti. Non si deve mai stare al centro. È molto meglio stare di lato perché si vedono meglio le cose. Io sono da sempre un’outsider, credo sia una condizione di privilegio”

Yoko Ono

Quando arrivò la notizia della scomparsa di John Lennon il sentimento prevalente fu il comune senso di smarrimento che attraversò da polo a polo l’intero mondo del Rock. John Lennon, a quel tempo il più famoso dei quattro Beatles, aveva mostrato fin dall’inizio uno stile compositivo fortemente introspettivo e – quasi specularmente – un atteggiamento piuttosto tiepido riguardo le questioni sociopolitiche della sua epoca. Pur essendo notevolmente creativo e dotato, non era probabilmente il più talentuoso dei quattro. La sua tecnica strumentale non era certamente al livello del vero polistrumentista del gruppo, Paul McCartney, e nemmeno quella di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, George Harrison. Tuttavia, chiunque tra noi, sarebbe perfettamente in grado di ricordare cosa stesse facendo nel momento in cui arrivò la notizia della sua morte.

L’8 dicembre 1980 il mondo si era messo il cuore in pace riguardo una possibile reunion dei Beatles. I rapporti tra gli ex componenti erano improntati su una linea di formale cordialità che tradiva un’insoddisfazione di fondo. I quattro erano perfettamente consci del fatto che nessuna delle rispettive produzioni musicali era stata all’altezza di quelle realizzate nel decennio precedente. Tutto ciò costituiva un’evidenza non solo per i musicologi e la critica specializzata, ma anche per l’intera comunità beatlesiana, che aveva virato verso altre correnti artistiche (dai Pink Floyd ai Clash, passando tra il Punk e la nascente New Wave) più coerenti con le istanze e le aspirazioni del sentimento popolare emergente. Quel che i fans non erano riusciti a digerire era stato il loro disimpegno, il voler vivere di rendita sfornando album scritti con sufficienza, privi di spunti e riferimenti, e ritenuti – in qualche caso – perfino male arrangiati (quest’ultima accusa venne ingenerosamente indirizzata proprio ai Wings di McCartney).

Dallo scioglimento dei Beatles uno soltanto si era preso la responsabilità di non fare finta di niente: John Lennon aveva espresso il dolore della separazione dai suoi fratelli fin dall’album di esordio come solista, il John Lennon/Plastic Ono Band, che usciva l’11 dicembre 1970 per la Apple Records. L’album annoverava il brano decisamente più controverso della sua intera discografia, quel God, così cinicamente iconoclasta col quale metteva in discussione tutto il suo recente passato. Ne aveva per tutti, da Bob Dylan a Hitler, da Gesù Cristo a John Kennedy. A dispetto di un titolo scelto con il preciso intento di provocare, il brano presentava un testo amaro e scarno ed era eseguito con un’impostazione vocale quasi sommessa. Soprattutto, era privo di ogni sentimento negativo verso le religioni e i credenti. Non era difficile cogliere tutta la delusione e l’amarezza dell’autore mentre annuncia al mondo che «il sogno è finito». Lennon non si riferiva solo a sé stesso e ai Beatles, ma alludeva all’intera generazione.

A nove anni e 362 giorni di distanza, Mark Chapman decise di sostituirsi a quel dio così pesantemente insultato e vagò per ore nell’Upper West Side. Attese che John Lennon e Yoko Ono rincasassero, e poi – in prossimità dell’ingresso del Dakota Building – estrasse dalla tasca una 38 millimetri ed esplose cinque colpi. Il sogno era veramente finito. I cocci non si sarebbero più ricomposti. Dopo l’iniziale smarrimento subentrò un senso di improvvisa e profonda nostalgia. Da quella notte fu posta al centro della scena colei che aveva fatto del vivere ai margini una questione artistica, prima ancora che esistenziale. La vedova di John Lennon venne, inevitabilmente e suo malgrado, eletta al ruolo di guru per interposta persona. Un’eredità scomoda ed ingombrante.

Le equazioni, gli assiomi che iniziarono a girare nelle teste dei fans suonavano pressappoco così: “Per lei ha voluto cambiare, per lei ha creato le condizioni perché i Beatles si sciogliessero. È stata lei ad averne influenzato le scelte, cambiando il suo modo di creare, di scrivere, di pensare e – sostanzialmente – di fare musica. Quindi sarà lei a pensare al suo posto”. Probabilmente non fu affatto Yoko Ono l’artefice dello scioglimento dei Fab Four, anche se a molti inizialmente aveva fatto comodo crederlo. Le cose andarono diversamente.

Facciamo un passo indietro. Come e dove si incontrarono John Lennon e Yoko Ono? La scintilla tra il più popolare cantante britannico e la semisconosciuta rappresentante dell’avanguardia giapponese avvenne in circostanze inconsuete, attraverso uno scambio serrato di battute elegantemente pungenti che sarebbero piaciute a Jane Austen, e che meritano di essere riferite anche ai non appassionati del settore. Era il 7 novembre del 1966 e Lennon si lasciò trascinare all’Indica Gallery di Londra per l’inaugurazione di una mostra di una giovane artista emergente. Forse sperava di trovare qualcosa di nuovo da cui poter prendere spunto (i Beatles si erano resi liberi dagli impegni delle tournée e si sarebbero dedicati esclusivamente alla scrittura di nuovi lavori in studio), ma si imbatté in opere interattive e troppo sperimentali perfino per uno come lui. Non riuscì a capirle, le giudicò “una serie di schifezze” sostenendo, vari anni dopo, che non le “avrebbe mai comprate”. Le altre installazioni contemplavano una mela, una scala davanti a una tela nera e un muro, su cui i visitatori erano invitati a inserire un chiodo. Lennon, esibendo uno dei suoi sguardi più sarcastici di sempre, chiese di poterlo fare, ma Yoko Ono rifiutò visto che la mostra avrebbe aperto al pubblico solo il giorno seguente. Poi cedette alle richieste, a patto che lui pagasse il chiodo 5 scellini. Lennon, che in quel momento era uno dei personaggi più noti d’Inghilterra, andava in giro senza un soldo in tasca (nel senso letterale del termine), avendo la consapevolezza di poter contare su un credito pressoché infinito, quasi fosse un membro aggiunto della Royal Family. Non volle ammettere alla Ono di trovarsi sprovvisto di danaro e alzò nuovamente il tiro: “Visto che non mi lasci bucare la parete, ti darò 5 scellini immaginari se tu mi lasci inserire un chiodo immaginario”.

Si rividero due anni dopo, ed ottenuto il divorzio dai rispettivi coniugi, diventarono marito e moglie il 20 marzo 1969, sposandosi ai piedi della Rocca di Gibilterra. Entrambi vestiti di bianco come due angeli della pace, trasformarono il viaggio di nozze nel famoso bed-in all’Hilton hotel di Amsterdam, una forma di protesta non-violenta contro la guerra in Vietnam che anticipò di circa trent’anni una situazione televisiva alla Grande Fratello. Ne nacque un sodalizio che passerà alla storia. Oltre a continuare ad incidere canzoni – cosa abbastanza normale per uno che di mestiere aveva lavorato all’interno di un team chiamato Beatles – la John Lennon/Plastic Ono Band avvia una serie di attività dove la produzione musicale non è solo un fine, ma un mezzo di amplificazione per richiamare l’attenzione su molti temi sociali e più in generale sui diritti umani: dal cessate il fuoco in Indocina, al femminismo, al fanatismo indotto dalle religioni e dalle dittature. I due fondano uno stato immaginario, Nutopia, un “paese concettuale” privo di confini, senza passaporti e senza religioni. La bandiera di Nutopia è un fazzoletto bianco e l’inno internazionale è inciso nell’album del 1973, Mind Games: è una traccia muta con 5 secondi di silenzio.

John e Yoko prendono molto sul serio l’impegno per Nutopia. Per diventare cittadini di Nutopia bisogna aderire alla sua Costituzione, che è il testo della canzone Imagine “Immagina che non esistano frontiere, niente per cui uccidere o morire”. Lennon si autoproclama primo ambasciatore di Nutopia, e tutti i cittadini di questo stato immaginario sono chiamati ad esserlo, ovunque si trovino nel mondo. Come ogni nazione riconosciuta dall’ONU, anche Nutopia ha una sua ambasciata: è al numero 1 di White Street a New York. I due artisti chiesero ufficialmente all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di riconoscere il paese di Nutopia, indicando ovviamente anche la data di fondazione, il primo aprile del 1973.

 Le performance del duo pacifista si trasformano in installazioni che possono essere considerati dei veri e propri capolavori di Pop Art: per fare gli auguri di Natale fecero riempire le città americane e le principali capitali del mondo con giganteschi manifesti con la scritta “War is over”, “la guerra è finita”, il ritornello conclusivo del brano (pubblicato il 6 dicembre 1971) che è la canzone di protesta per la guerra americana in Vietnam probabilmente più amata dalla cultura occidentale.

I mega-poster presentavano tutti gli stessi stilemi grafici, una creazione che anticipava la Globalizzazione, un’opera a metà strada tra pop art, comunicazione e marketing, recante anche firma e dedica finale “Con amore, John e Yoko, da New York”.  

Tra un disco e un altro, tra un concerto e una conferenza stampa, tra apparizioni televisive che hanno fatto epoca (quella al The Dick Cavett Show verrà utilizzata da Robert Zemeckis nella celebre scena della fiaba Forrest Gump, in cui l’ingenuo Forrest è seduto accanto alla più influente rockstar del mondo) i due trovano il tempo per organizzare una spedizione di ghiande a tutti i capi di stato del pianeta (Nixon in primis), scrivendo loro di interrarle contemplandone l’evoluzione in piante alte e possenti, affinché l’idea della pace acquisti forza nei loro cuori, annullando l’ancestrale istinto di dichiarare guerra a un paese straniero. Comprarono intere pagine di giornali per pubblicare i loro pensieri pacifisti. In estrema sintesi, Yoko Ono, pur mantenendosi a distanza “di sicurezza” dal marito, ne influenzò le scelte in modo più che decisivo. Il sarcasmo latente e a tratti irrisolto, spesso fine a sé stesso mostrato da Lennon già dai tempi del Liverpool Art College, fu veicolato dalla Ono in qualcosa che fu molto di più di una semplice provocazione politica.

 Dalle origini alto borghesi, Yoko Ono (che in giapponese significa “bambina dell’oceano”) dopo la caduta del Giappone all’epilogo del secondo conflitto mondiale, conobbe un periodo di povertà. Sulla fine degli anni ’50 si trasferì a New York insieme alla famiglia. Qui Yoko subì il fascino dell’arte contemporanea e dei musicisti d’avanguardia, diventando uno fra i primi membri del movimento Fluxus. La giovane Ono incarna perfettamente lo spirito di ribellione e il fermento culturale di quegli anni, esprimendolo con lavori d’avanguardia sia dal punto di vista artistico che politico. Non a caso, ben prima di conoscere Lennon, uno dei temi a cui l’artista rivolge una particolare attenzione è quello della pace nel mondo, relativamente alla diatriba etica sulle guerre in Indocina. Tra i suoi lavori più celebri degli anni ’60 c’è Cut Piece, del 1965, una performance nella quale l’artista, seduta al centro di una sala della Carnegie Recital Hall di New York, permette agli spettatori di tagliare a brandelli i propri vestiti, fino a rimanere quasi nuda. La performance aveva due obiettivi: dimostrare come il corpo della donna venisse percepito, considerato e mercificato da una gran parte della pubblica opinione del tempo, e ad abbattere la barriera invalicabile che separava l’artista dal fruitore della sua arte.

Photo: Minoru Niizuma

Un tema affrontato a più riprese dagli esponenti della neonata Body Art cui la Ono aderì. Tra le altre opere più rappresentative, anche Apple (quella che Lennon incautamente definì una schifezza) e Yes, entrambe del 1966. La mela di Yoko Ono, il cui status di mela è rappresentato da un’etichetta posta sulla mela stessa, era presentata nella sua semplice e chiara semplicità di oggetto della natura, un’operazione che anticipava il lavoro dell’arte concettuale e che si ispirava alla fascinazione di Magritte per le etichette. L’opera Yes consisteva invece in una piccola tela bianca appesa su una scala puntata verso il soffitto, dove era possibile leggere la parola “yes” con una lente di ingrandimento posta alla base. Nonostante la Ono abbia più volte sostenuto quanto sia stato importante per lei aver protetto la sua defilata e “privilegiata” posizione rispetto alla scena in cui avvenivano le storie nella loro centralità, è un dato di fatto che Lennon abbia abbracciato la visione della moglie nel senso più pieno, ponendo il suo talento innato per la musica e la canzone, in secondo piano rispetto al lavoro artistico, più concettuale, enigmatico e astratto, sviluppato con la partner.

Sono passati quasi quattro decenni da quell’8 dicembre del 1980. Ogni volta che il peso della Storia ha bussato alla porta, come nel giorno dell’attentato a Wojtyla o del disastro di Chernobyl, delle guerre nel Golfo, delle proteste di piazza Tienanmen, della caduta del muro di Berlino, dell’attentato alle Torri Gemelle e fino a quest’ultima catastrofe umanitaria chiamata Coronavirus, ci si è sempre ed inevitabilmente posti la medesima domanda: “Chissà cosa ne avrebbe detto Lennon?”

È stato scritto che perdere il passato significa perdere il futuro: una situazione insostenibile per milioni di fans che amavano John Lennon e lo ascoltavano come se lui vedesse oltre, come se lui sapesse. Le imperscrutabili verità di cui nessuno è detentore potevano essere decodificate attraverso la semplificazione della realtà operata da Lennon, vera o presunta che fosse stata. Come accade agli eroi e agli artisti che hanno la sfortuna di morire giovani, l’immagine di John Lennon è cristallizzata in noi all’epoca d’oro degli anni ’60, con i capelli a caschetto che diventano via via più lunghi, lasciando spazio anche ai piccoli occhiali rotondi suggeritigli proprio dalla Ono, come antidoto al suo antico timore di rivelare al pubblico la forte miopia che lo aveva intimidito fin dall’infanzia. Come sarebbe John Lennon oggi, se fosse qui, ora con noi? Un po’ calvo? Con la stessa montatura di occhiali e forse, anche un po’ sordo? Assomiglierebbe di certo a tantissimi suoi fans, molti dei quali sono oggi degli ottantenni che sentono il peso degli anni, e pur non avendo mai smesso un solo giornodi ascoltare la sua musica, attendono la sera facendo fare i compiti ai nipoti, portando a spasso il cane, guardando i quiz alla televisione o leggendo riviste infarcite di fotografie e di pubblicità di prodotti per la casa. Recentemente, alcuni magazine internazionali hanno mostrato un’immagine triste: quella di un’anziana Yoko Ono seduta su una sedia a rotelle, vestita di nero, sospinta da badanti professionali e rassicuranti e, allo stesso tempo, anonimi e distanti.  

Negli ultimi anni Yoko Ono ha realizzato un’opera su scala mondiale, finalmente considerata molto meno provocatoria e assai più intuitiva, il Wish Tree. È stata esposta anche in Italia, alla Galleria Guggenheim di Venezia. Con questa installazione la Ono invita i visitatori ad appendere su un albero un foglietto con i loro desideri, le aspirazioni, e anche i sogni più intimi. Yoko Ono da bambina era stata abituata a scrivere i suoi desideri su un foglio di carta, che poi appendeva sugli arbusti dei cortili dei tempi buddhisti. Con tale pratica vuole ribadire il carattere universale della condivisione, il punto centrale della poetica artistica del sodalizio John Lennon- Yoko Ono.

È un’opera itinerante che non manca di incuriosire e smuovere le coscienze ovunque viaggi nel mondo, proprio come l’arte del marito, che giunge intatta ai giorni nostri con una forza che non manca mai di emozionare, di provocare, di commuovere e, ultimamente – anche di dividere.

Un sogno inconfessabile, impossibile da scrivere su un cartoncino dell’albero dei desideri per milioni e milioni di fans, sarebbe quello di poter vedere un Lennon anziano dietro quella carrozzella, ma una siffatta chiusura di cerchio sarebbe troppo convenzionale e scontata per essere ritenuta accettabile dalla morale del popolo Rock.

Non sapremo mai se fu lei la causa dello scioglimento dei Beatles. Quel che è certo, è che senza di lei l’Umanità non avrebbe mai potuto ascoltare Imagine, il brano votato come canzone del secolo sul quale Yoko Ono pose la firma come coautrice alla pari del marito.  Il quartetto di Liverpool è stato talmente impattante sulla nostra cultura che per tanto tempo si è assistito all’assurdo gioco di voler scoprire a tutti i costi chi fosse “il quinto Beatle”. Dal produttore della EMI George Martin, alla stella del Manchester United George Best, una scelta definitiva non è mai caduta su nessuno. E se fosse lei, la piccola e vituperata bambina dell’oceano Yoko Ono, il quinto Beatle con un cuore di donna?   

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