The Office: molto più di una semplice sit-comedy

Ci sono serie tv che indiscutibilmente riescono a ritagliarsi uno spazio nel cuore di molti per la loro qualità e il loro modo di raccontare una storia. Per fare i soliti esempi possiamo citare Breaking Bad, I Soprano, Twin Peaks. Opere che hanno rivoluzionato il modo di concepire la serialità e che grazie ad una messa in scena perfetta e soprattutto a una sceneggiatura miracolosa entrano di diritto nell’olimpo delle serie tv. In questo articolo andremo a parlare e analizzare quella che è, forse, una delle sitcom migliori di tutti i tempi, o almeno lo è per molti: The Office (versione USA).

Cominciamo col dire che si colloca nel genere comedy utilizzando il metodo del (falso) documentario per descrivere ciò che vede lo spettatore. Infatti, parlando subito di uno dei punti di forza, sin da subito si ha l’impressione di essere fisicamente accanto ai protagonisti grazie proprio al fatto che la regia è in POV, come se noi spettatori facessimo parte della troupe che registra il documentario che narra le vite dei colleghi della Dunder Mifflin (azienda cartaria nella quale si svolge la maggior parte della serie), tanto che – non di rado – i personaggi interagiscono parlando direttamente alla videocamera, consapevoli di essere perennemente ripresi.

Un altro aspetto che rende The Office magnifica è la caratterizzazione dei vari dipendenti dell’ufficio, che riescono ad essere tanto grotteschi e sopra le righe quanto realistici. Ma non c’è spazio solo alle risate (che attenzione, per la maggior parte delle volte sono date non tanto dalle battute ma piuttosto dalle situazioni o dalle espressioni dei personaggi, altro aspetto che la differenzia dalle solite serie comedy), infatti spesso e volentieri i soggetti parlano a tu per tu con la videocamera (e quindi con noi) in una sorta di “confessionale” che dà voce ai loro lati più introspettivi e a volte malinconici, riuscendo quindi a distogliere per un momento il velo di comicità e addentrandosi nel lato più profondo e serio della storia.

Questa alternanza tra comico, grottesco e introspezione è il vero asso nella manica di The Office, che trova voce specialmente con il protagonista assoluto Michael Scott, il dirigente della filiale di Scranton (Pennsylvania). Che dire del personaggio interpretato da un semplicemente magistrale Steve Carrel. È il motore di tutti gli episodi ed è colui che – grazie al suo carattere eccentrico, sui generis, fuori dal mondo e a dir poco originale – regalerà i momenti migliori a noi spettatori. Un inguaribile ottimista, che passa le giornate a distrarre i propri dipendenti con battute un po’ fuori luogo e comportamenti bizzarri, finendo spesso nei guai. Ma sotto questa superficie completamente grottesca si nasconde un uomo complesso e probabilmente a pezzi, forse un po’ depresso, perchè diciamocelo chiaramente, Micheal Scott non può essere considerato un realizzato. Il suo amore per il proprio lavoro è dato dal fatto che nella vita privata è tendenzialmente una persona sola, che deve fare i conti con se stessa. Se quasi sempre riesce a nascondere questo lato di malinconia che lo affligge, in rare occasioni riusciamo a vederlo in tutta la sua tristezza.

Prendiamo due esempi lampanti e significativi di quello che stiamo argomentando. Una delle prime volte che lo vediamo cedere totalmente è quando, nella 3×20, per sensibilizzare i propri dipendenti su quanto può essere pesante il lavoro d’ufficio inscena un finto suicidio, che però tanto finto non sembra, e per tutta la durata dell’episodio non si riesce mai a capire quanto Michael Scott stia recitando e quanto invece sia sincero. Il secondo esempio si rivela nella 5×14 quando Michael organizzando una sorta di gioco per dar sfogo ai propri dipendenti scopre di essere la principale causa di stress nell’ufficio. In questo momento gli crolla il mondo addosso poiché il luogo di lavoro è l’unico vero ambiente nel quale Scott sta bene. Sentirsi schernito e rifiutato da quella che considera una famiglia lo abbatte pesantemente, in un momento molto toccante nel quale si isola in un parco giochi per riflettere rivelerà a noi spettatori la famosa frase “i’m okay.. i’m not okay”, togliendo per un momento l’armatura e svelando di fatto il suo lato più triste.

Nel complesso però è la forza motrice di ogni cosa nella Dunder Mifflin e il suo carattere, seppur molto complesso e spesso fuori luogo, ci fà innamorare di lui e della sua visione del mondo. La sua energia riesce a farci innamorare, nonostante i numerosi difetti, che a onor del vero risultano quasi dei pregi. Semplicemente un protagonista perfetto.

Accenniamo poi gli altri personaggi principali che si dividono nei vari uffici della filiale di Scranton.

Abbiamo Dwight, che dopo Michael è forse il meglio riuscito grazie al suo essere al contempo totalmente fuori dal mondo con la sua mentalità estrema e nonostante ciò convintissimo di ogni azione che compie, persino quando dà fuoco all’ufficio. Jim invece è un po’ l’opposto, essendo equilibrato e sempre educato, innamorato di Pam, ragazza dolcissima e altruista. C’è Andy, che lavorando molto su se stesso riuscirà a entrare nel cuore di tutti. Poi ci sono il lamentoso Stanley, la riservata Phyllis, il saputello Oscar, la rigida Angela, il bonaccione Kevin e l’arrogante Ryan. Tra i personaggi minori, seppur sempre presenti e importanti, vediamo Creed, il più misterioso e bizzarro di tutto l’ufficio; la petulante Kelly e la grezzissima Meredith. Infine troviamo Toby delle risorse umane, uomo fin troppo pacato; Erin, ragazza ingenua che comparirà dalla quinta stagione e Darryl, uomo intelligente e ambizioso. Ci sono poi altri personaggi più o meno importanti che si susseguono nel corso delle stagioni, ma i principali li abbiamo citati.

Dopo pochi episodi ti senti parte di questa grande famiglia, riuscendo persino ad apprezzare non solo – ovviamente – i pregi, ma anche e soprattutto i difetti di tutti loro. La serie riesce a farti emozionare e specialmente affezionare a tutti. La componente umana è fondamentale nel corso degli episodi, anche grazie a Michael, convinto che siano le persone il motore di ogni azienda, concetto che ribadisce spesso.

Purtroppo, dobbiamo dirlo, le ultime due stagioni abbassano il livello (altissimo per sette stagioni). I motivi di tale “crollo” sono semplici. Innanzitutto come non menzionare la scelta di proseguire la serie senza il protagonista assoluto e totale, Michael Scott. Ve lo immaginate Breaking Bad senza Walter White? I Soprano senza Tony Soprano? Twin Peaks senza Cooper? Ecco, lo stesso vale per The Office. Per quanto la serie rimanga godibile e divertente, si sente perennemente la mancanza del personaggio del cuore.

Mancanza che cercano di colmare in tutti i modi, spesso senza riuscirci. L’introduzione di personaggi come Robert California (che prende il posto di una splendida Jo Bennet, che invece risultava perfetta nel ruolo di CEO dell’azienda), il rendere tutto estremamente troppo grottesco per compensare l’assenza delle gesta assurde di Michael, la scrittura fin troppo assurda e di certo non condivisibile di alcuni personaggi (Andy su tutti). Argomentiamo di seguito due esempi appena citati.

Robert California, che non si riesce a capire cosa dovrebbe rappresentare nella vita vera (i ciarlatani che riescono a fare incomprensibilmente strada? Un truffatore espertissimo?), risulta spesso inadeguato con il resto del gruppo, si rivela troppo invadente sullo schermo per l’apporto qualitativo che dà alla sceneggiatura e compie azioni veramente troppo al limite dell’assurdo persino per un’opera come The Office, risultando quindi molto forzato. A sto punto non era meglio proseguire con Jo Bennet che al contrario appariva come una donna di forte carattere, intelligente e giusta per il ruolo di CEO? Inspiegabile tra l’altro come ceda l’azienda vista la sua tenacia, ma tant’è.

Andy invece, che fino alla settima stagione è uno dei personaggi scritti meglio, nelle ultime due viene fin troppo estremizzato (diciamo da metà dell’ottava stagione), portandolo a fare cose esageratamente ridicole, al di fuori della sfera psicologica del suo personaggio e che spesso non hanno nemmeno un vero motivo logico,se non come unica spiegazione l’umiliazione sempre più profonda del suo filone narrativo.

Nel complesso però la serie rimane comunque molto gradevole, complice il fatto che tutti gli altri dipendenti restano coerenti con il loro arco narrativo e, grazie a una spettacolare caratterizzazione, riescono a far sentire di meno una mancanza come quella di Michael. Specialmente Dwight regge il peso e rende scorrevoli gli episodi, con la sua mentalità boarderline e le sue gesta assurde. In generale poi non mancano momenti molto alti come le puntate di quando vanno in Florida per aprire la catena di negozi o gli ultimi episodi della nona stagione, nei quali riescono a chiudere bene la storia.

Parliamo appunto del finale. Diciamo che grazie al “colpo basso” di far riapparire Michael Scott la storia si chiude al meglio, riuscendo a riunificare praticamente tutti i personaggi e terminando molto bene i loro archi narrativi, su tutti quelli di Dwight, Jim e Pam.

Concludendo questo articolo possiamo dire che The Office non è solo una sit comedy, è molto di più. Ha un notevole livello di profondità, di sceneggiatura e anche di messa in scena. Trovare dei difetti è molto arduo e, tralasciando qualche scivolone nelle ultime stagioni si può dire che è perfetta. Col passare degli episodi ci si sente parte dell’ufficio, che poi diventa praticamente una famiglia, alla quale ci affezioniamo inevitabilmente tanto e ci emozioniamo. Quello che hanno fatto con quest’opera è davvero qualcosa di eccezionale, riuscire a creare 201 episodi senza mai annoiare e senza mai rendere banale la storia è davvero un compito lodevole.

Permettendomi di chiudere la conclusione con un apporto personale, posso dire di aver iniziato questa serie tv con l’idea di guardare una semplice sitcom comedy come ce ne sono tante per poi pian piano (in realtà dopo pochi episodi) rendermi conto di avere a che fare con un’opera eccezionale che va al di là del semplice intrattenimento e che consiglio a tutti coloro a cui piace il pretesto della commedia per parlare della vita, in tutte le sue sfaccettature. Perchè si, The Office parla della vita, e lo fà raccontandoci per nove anni le vicende dell’indimenticabile filiale di Scranton della Dunder Mifflin.

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