La psicologia dei personaggi di Breaking Bad

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Questo articolo rivela la trama e gli eventi di Breaking Bad, la serie tv di Vince Gilligan, svelandone le meccaniche e i colpi di scena. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Che Breaking Bad, serie televisiva ideata da Vince Gilligan e prodotta dalla AMC nel quinquennio 2008-2013, sia fra i massimi capolavori cinematografici del nuovo millennio, è dato per scontato. A provarlo basterebbe semplicemente l’incipit del primo episodio: un uomo in mutande visibilmente sconvolto, nel mezzo del deserto del New Mexico, deraglia fuori strada con il proprio camper da cui fuoriescono un paio di cadaveri e dei liquami non identificati. Come negli indovinelli del cosiddetto pensiero laterale, che presentano un fatto assurdo e inspiegato di cui cercare i prodromi, la prima puntata fornisce la spiegazione a questo inizio fulminante.

Tutte le cinque stagioni sono un costante gioco di suspense in cui lo spettatore sposta il proprio focus ora sul protagonista Walter White, ora sul detective Hank Schrader, ora su uno dei vari personaggi più o meno secondari. Il pubblico presume di avere tutti gli elementi e continuamente viene ingannato. Dal punto di vista della classificazione per generi, si tratta di una creatura più che anfibia: secondo le categorie di Cvetan Todorov, studioso della narrativa crime, potrebbe collocarsi nella tipologia noir/thriller, in quanto la storia del crimine e quella dell’indagine, diversamente dalla detection story classica, procedono di pari passo con un rischio oggettivo per i personaggi coinvolti; vi sono però elementi di commedia nera, di dramma tout-court e persino di western.

Dalla regia impeccabile alle musiche selezionate, tutto è perfetto. Non è facile per una serie così complessa, frenetica, carica di elementi e personaggi ricorrenti, riuscire a non perdere mai colpi: il rischio sarebbe trasformarsi in una coazione a ripetere come The Walking Dead, dove da un certo punto si ha l’impressione che anche gli sceneggiatori siano diventati zombi (peccato, le prime quattro stagioni sono un capolavoro). Breaking Bad è piuttosto un macchinario narrativo impeccabile.

Non è però di questo che si vuole parlare qui, ma della vera forza del programma: i personaggi, che nelle loro interazioni, pulsioni, ambiguità, costituiscono una vera e propria commedia umana degli anni 2000.

Quando ci troviamo davanti a una trama in cui operano finalità contrastanti, implicitamente o meno siamo portati a chiederci per chi parteggiare. Non per forza stiamo dalla parte del protagonista, o del personaggio con cui condividiamo il punto di vista sugli eventi o lo scopo, buono o malvagio che sia. Spesso del nostro eroe prediletto seguiamo un percorso di maturazione per cui pensiamo “Lo odio ma faccio il tifo per lui perché diventerà amabile”, o al contrario lo accompagniamo verso il suo declino per cui “Lo amo ma so che finirò per detestarlo”. Lo pensiamo e vi ci identifichiamo sempre in base a un sistema di valori riconosciuto, rispetto al quale il mezzo registico-narrativo si pone in continuità o in contrasto: per citare un esempio solo apparentemente frivolo, il Grinch ci sta simpatico per tutta la durata del film ma lo preferiamo quando è un orco burbero che vuole distruggere il Natale, elemento della società consumistica tutta colori e canditi alla quale noi apparteniamo volontariamente, ma verso cui proprio attraverso il focus narrativo realizziamo un disgusto latente. Breaking Bad pone in questo senso una questione difficile da districare: per chi dovremmo o vorremmo parteggiare?

“Vogliamo che le persone si domandino per chi fare il tifo, e perché.”
(Vince Gilligan)

Partiamo dal mitico Walter White alias Heisenberg (Bryan Cranston), personaggio portante della serie. I caratteri che affiorano nei primi episodi sono carichi di empatia e pietà: un professore di chimica, cittadino onesto, buon padre di famiglia. Allo stesso tempo, uno sconfitto dalla vita e dalla stessa way of life americana: dietro l’apparenza di un’esistenza dignitosamente borghese, si celano il suo reddito risicato, la diagnosi di cancro ai polmoni congiunta all’imminente nascita della secondogenita, in un Paese che non assicura coperture di tipo sanitario, e soprattutto le innumerevoli volte in cui egli è stato sottomesso. Che siano gli obblighi familiari, l’indifferenza del figlio, l’antipatia da parte dei propri studenti, i maltrattamenti del capo dell’autolavaggio dove lavora per arrotondare lo stipendio, la rinuncia agli introiti dei propri brevetti in favore del socio in affari arrivista arricchito o le avvilenti pacche sulle spalle del cognato Hank che gli ricorda quanto sia buono, caro, innocuo, Walter è quello che Nietzsche definirebbe “lo spirito cammello”. Che porta sulle spalle tutte le ingiustizie del mondo senza mai alzare il capo.

Non possiamo non provare compassione e benevolenza verso di lui, perché tendiamo tutti a sentirci Walter White. Così, quando da professore di chimica si reinventa, impacciato e inesperto, produttore di metanfetamina, siamo portati a giustificarlo: lo fa per la famiglia, l’ha detto pure lui. Chinato sulla tazza del water a sputare sangue, con un figlio che rifiuta il suo nome di battesimo (Walter Jr.) e una moglie estremamente puritana e sospettosa, continua a dimostrare non solo sapienza pratica e teorica, ma anche un sentimento morale profondo. Walter diventa l’eroe delle creature oppresse dal sistema e allo stesso tempo resta sempre il tenero cinquantenne baffuto e timido: la prima inquadratura di tutta la serie ce lo mostra in mutande, dopotutto, come a dire che lui è nudo di fronte a noi, non ha ambiguità.

Senza che lo spettatore realizzi per tempo, tuttavia, Walter si trasforma in un mostro: non tanto diventando violento e aggressivo (quello è ancora prevedibile, è la famosa ira del mansueto) quanto perdendo ogni forma di pietà e umanità. Da civile che non aveva mai preso in mano una pistola, ci ritroviamo un assassino freddo, astuto, calcolatore, assetato di ricchezza, che lascia ovunque passi una scia di sangue indicibile. Eppure fatichiamo ancora ad abbandonarlo: gli abbiamo voluto così bene che diventa difficile non sperare in una sua riabilitazione. Non si tratta di fascino dell’anti-eroe o charme del cattivo: questo semmai riguarda Gus Fring (Giancarlo Esposito). A entrare in gioco è proprio la discrasia fra il nostro mondo valoriale e quello del personaggio. Che, per dirla nuovamente con Nietzsche, è diventato “spirito leone” e si è creato un sistema di valori tutto suo. L’ambiguità diventa totale nelle ultime puntate, quando un Walter White ormai moribondo ed esiliato torna a regolare i conti e, un attimo prima di morire, in quello che è fra i migliori finali televisivi della Storia, ammette di aver fatto tutto unicamente per se stesso. Non per la famiglia, non per la malattia: per sentirsi autenticamente vivo. Per poter andarsene con un sorriso disegnato sul volto emaciato. Ci rendiamo conto, soltanto allora, che non possiamo stare dalla sua parte, o meglio: vorremmo, a sentimento, ma sappiamo di non potere.

Chi è allora il vero eroe della serie? Come abbiamo visto, la narrazione ci obbliga a continui salti di prospettiva. L’agente della DEA Hank Schrader (Dean Norris), per esempio, fin da subito ci sta più che antipatico: rozzo, piuttosto stupido, privo dell’eleganza di mezza età che invece ha il cognato, giustizialista col paraocchi, stereotipo dell’americano di destra ed arrogante. Principale avversario di Heisenberg e, nondimeno, colui che ruba il mestiere di padre al povero Walter. Eppure, e qui sta la maestria degli sceneggiatori, non riusciamo a detestarlo fino in fondo. Dopotutto non è lui a causare tutte le morti che accadono sullo schermo. Sarà un individuo perfettamente integrato e quindi insopportabile, ma si limita a fare il suo lavoro: di poliziotto, di zio, di marito con una moglie che soffre di cleptomania. Non possiamo non partecipare ai suoi dubbi e al suo travaglio interiore (perché ce l’ha, e non è così scontato) quando a seguito della promozione si trova ad affrontare missioni che non sa compiere, incapace e sradicato da casa propria. Dovremmo ridere di lui, perché fa la parte dell’antagonista, ma non riusciamo; lo stesso Walter, con cui inizialmente ci identifichiamo, continua a volere il suo bene e soffre alla sua scomparsa.

Che dire poi dei familiari di Walter? Skyler White (Anna Gunn) ci appare fin da subito come una spina nel fianco, almeno finché parteggiamo per il marito. Donna dal carattere autoritario, abbastanza acida e mai conciliante, in realtà si rivela nel corso delle stagioni un personaggio molto più interessante del previsto: se a differenza di Walter rimane sempre ancorata al proprio sistema di valori (che sono quelli del buonsenso comune, della legge, della rispettabilità medio-borghese), è tuttavia quella che compie il passaggio più repentino all’illegalità, pur se costretta in qualche modo dagli eventi, rilevando l’autolavaggio per coprire l’attività illegale di Heisenberg. È coraggiosa, puritana ma non patriarcale, tradisce il marito ma resta ferma nelle proprie posizioni, soprattutto deve reggere da sola la responsabilità di un figlio disabile, di una nuova maternità, di un marito malato di cancro, e soprattutto assistere alla disgregazione del proprio rapporto coniugale dovuta alle mosse di copertura maldestre di Walter.

Siccome rappresenta in tutto e per tutto il buon senso, non può essere lei la vera eroina della serie (che nasce per ribaltarlo, il buon senso). È però un ruolo molto complesso, e un grande plauso merita l’interprete per il coraggio nell’aver reso un personaggio che inevitabilmente ai più sarebbe parso insopportabile. Quanto a Walter Jr. “Flynn” (RJ Mitte), assolutamente tragico è il suo rapporto con il padre: incomprensioni, sottostima, una ricerca di affetto da donare e ricevere (soprattutto da donare) che rimane insoddisfatta, infine l’odio più profondo. Di lui stupisce la visione ingenua, da intendersi come teneramente genuina, degli accadimenti: nuovamente, è un esponente di quel senso comune che non può essere biasimato ma nemmeno diventare il punto focale dello spettatore.

Ci sarebbero altri personaggi, più episodici, da analizzare: Saul Goodman (Bob Odenkirk), incrocio fra Azzeccagarbugli e don Abbondio non privo di una certa simpatia, tanto da meritarsi uno spin-off tutto suo; Mike Ehrmantraut (Jonathan Banks), tipico killer duro e solitario, fuorilegge in stile Old West, crepuscolare e a suo modo romantico; il già citato Gus Fring, sicuramente fra i migliori geni del male dell’ultimo decennio. Ma ancora, non siamo riusciti a rispondere alla domanda originaria: chi è il vero eroe, quello di cui seguiamo uno sviluppo completo, proviamo sentimenti contrastanti e non riusciamo tuttavia ad abbandonare?

Fra gli agenti principali nel racconto ne rimane solo uno: Jesse Pinkman (l’ottimo Aaron Paul). Definire Breaking Bad come il romanzo di formazione di Jesse potrebbe suonare scandaloso, visto che resta Walter il volto più iconico della serie. Eppure non è insensato: del giovane ex-studente di White osserviamo l’esordio come spalla quasi comica, da piccolo spacciatore sbandato; conosciamo il suo passato, il rapporto conflittuale con i genitori; viviamo assieme a lui i numerosi tentativi di riabilitazione, gli errori, le ricadute, la tragica storia d’amore, la discesa agli Inferi. Lo guardiamo con gli occhi severi e benevoli di Walter, sorta di padre acquisito, che da protagonista della trama lo investe del compito più grande: ricominciare. Poter crearsi nuovi valori, ma senza l’apocalittica devastazione del suo predecessore; reinserirsi nella società precostituita che l’ha trattato come un reietto, conscio di aver vissuto ai limiti della norma e consapevole di sé.

Di tutti i protagonisti, Jesse è quello più dubbioso, amletico, autocritico, autodistruttivo, propositivo: abiura da sé e si risolleva dalle proprie ceneri. Lo vediamo crescere, maturare, muovere i propri passi da creatura indifesa in un mondo violento e falso dove gli insegnanti diventano assassini e i ristoratori si scoprono pericolosi criminali. È lui il nostro vero eroe, che ce ne rendiamo conto o meno. Di Walter avevamo detto che da “spirito cammello” era diventato “spirito leone”, che a detta di Nietzsche distrugge il “grande drago” dei valori vigenti. Manca tuttavia un ultimo passaggio: quello da “spirito leone” a “fanciullo”. Colui che davvero può accettare la tragicità della vita e sopravvivere costruendosi il proprio destino. Come Heisenberg necessita di Jesse per completare il proprio lavoro, così la serie stessa ha avuto bisogno di Jesse per diventare ciò che per tutti noi è stata. E non stupisce che sia lui il protagonista del film in arrivo.

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