Defiance: i giorni del coraggio di Zwick, attraverso la penna di Nechama Tec

Questo articolo racconta il film Defiance di Edward Zwick in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Nelle molteplici commissioni di inchiesta che ci furono nel Secondo dopoguerra, sia militari che mediche e sociologiche, e dopo appurato l’enorme abominio perpetrato dai Nazisti molti si chiesero: ma l’etnia ebraica provò a difendersi da tutti questi soprusi? Le risposte a distanza di più di settan’anni sono perlopiù discordanti. Se è vero che con il senno di poi è sempre più semplice trovare delle soluzioni a problemi decisamente più complessi, è chiaro che non arrivò tutto insieme ma a piccole dosi, un po’ come la metafora della rana bollita che trovandosi nell’acqua che si riscalda nel pentolone, solo alla fine si accorge di essere spacciata. Poi chiaramente, gran parte delle persone non poteva immaginare dei piani di un manipolo di pazzi che coinvolsero una Nazione intera.

In realtà però, ci furono molteplici esempi di ribellioni allo status quo nazista. L’esempio più noto fu quello del ghetto di Varsavia, dove la resistenza ebraica insieme a quella polacca per quasi un mese diede filo da torcere alla Gestapo, soccombendo purtroppo miseramente. Ma chiaramente era un segno, una piccola luce di speranza per tutti i popoli e le minoranze oppresse dal giogo tedesco.

È su questo campo che il regista di Chicago Edward Zwick che è esperto di film d’azione si proietta, proponendo su pellicola una vicenda incredibile. Come molto spesso capita la realtà è molto più sorprendente della fantasia, e grazie al romanzo del 1993 Gli ebrei che sfidarono Hitler di Nechama Tec, il regista narra le vicende dei fratelli Bielski (Tuvia, Zus & Asael), che dopo l’invasione della Polonia da parte di Hitler, decidono di rifugiarsi nella confinate foresta bielorussa per scampare alla deportazione nel ghetto. A loro si uniranno anche vicini ed amici, oltre che semplici fuggiaschi, e formeranno una vera e propria comunità di resistenza unita ed organizzata. Tuvia si farà capo delle istanze di una intera comunità, mentre Zus si unirà all’esercito russo per combattere l’invasore teutonico.

Ancora una volta, anche se nel film si percepisce certamente meno che nel romanzo, e soprattutto per ovvie ragioni stilistiche, quello che viene messo a nudo è la forza di carattere dei personaggi. Questi resistono ad indicibili patimenti, ma nonostante tutto arrivano a sfidare in scontri a fuoco il nemico nettamente più ben equipaggiato e maggiore di numero. Certamente una novità nel cinema che si è occupato di questa orribile pagina del Secolo breve, è vedere un popolo non semplicemente rastrellato e portato a forza in centri di sterminio, ma delle anime che combattono all’unisono per la libertà. La ribellione di questa porzione di popolo ebraico, figlio anche antropologicamente del loro ceppo slavo, è avvincente, mai domo.

Il merito della riuscita della pellicola risiede anche in una crew di attori di primissimo livello, tra cui spicca l’ultimo Bond della saga “Fleminghiana” Daniel Craig/Tuvia, impavido e fragile, capace di uccidere, ma di mantenere anche la propria umanità. Liev Schreiber/Zus, legato a questo ruolo anche per le sue origini ebraico/slave, rappresenta il duro ed intransigente che cova un’ideale politico scoprendo poi che a sua volta alcuni dei suoi stessi compagni d’armi, “l’Armata rossa”, provano un velato disprezzo nei confronti della sua etnia.

La fotografia del lisboneta Eduardo Serra dona quella patina “uggiosa” tipica nei Paesi che si affacciano in area ex-sovietica, ma rappresenta senza alcun dubbio, anche lo stato d’animo dei personaggi. Le battaglie, che sono il punto forte del regista, sono entusiasmanti e piene di phatos e donano una verve speciale a questa pellicola, che abbraccia un tema stra-usato nel cinema ma riletto in chiave differente. Oltre agli attori sopracitati, sono presenti nei panni del terzo fratello Asael, Jamie Bell che anche con un ruolo non proprio centrale riesce a dare un senso alla sua interpretazione e soprattutto Alexa Davalos. L’attrice americana, ma che sia nell’aspetto che nelle movenze strizza più che un occhio al Mediterraneo, è sorprendentemente tenera nel difendere chi è più in difficoltà nel folto gruppo di donne della comunità dei boschi, ma anche e cosa più importante rappresenta una vera e propria coscienza dell’angosciato Tuvia.

Si potrebbe in questa vicenda quasi azzardare un paragone con la foresta di Sherwood ed i suoi impavidi abitanti, nella leggenda inglese dove gli ultimi ed i diseredati si ribellarono al destino a loro imposto. L’enorme sacrificio di questi uomini, eroi di circostanza, è riuscito a portare in salvo oltre 1200 persone. Zwick, forse ancora ammaliato dal Giappone e della resistenza di un manipolo di samurai e di un capitano dell’esercito americano nell’opera precedente a questa, riporta il tema della resilienza al centro del villaggio, assolutamente alla “vecchia maniera”, e con un finale positivo, anche per ragioni relative al romanzo. Nonostante il dramma, che attraverso le immagini ci coinvolge in un turbine emotivo non indifferente, la riflessione è dietro l’angolo, consegnandoci una ulteriore storia di persone che hanno cambiato il loro destino con l’unione di intenti e lo spirito di abnegazione.

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