Prince of the Deep Water: il gioiello pop-rock dei The Blessing

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L’ormai consolidato fenomeno dei mercatini dell’usato che, un po’ su tutto il territorio nazionale – in particolar modo negli ultimi due, tre, forse anche quattro anni – vede nel riutilizzo, nel baratto, nella necessità economica o nel semplice liberarsi di qualsiasi cosa una sorta di quintessenza di vita liquida, ha donato a noi poveri mangiapane a tradimento appassionati di dischi (come anche di film e libri) una vera e propria aura di estasiata beatificazione dovuta alla possibilità – sempre sognata in remote epoche adolescenziali – di recuperare (sia in vinile che in compact disc, ma occhio anche alle cassette) vere e proprie valanghe di materiale auditivo che, in passato, siamo stati costretti a perderci in presenza di disponibilità economiche non del tutto favorevoli.

Nello specifico, l’odierna capillare, esponenziale diffusione di rivendite di materiale usato (davvero di ogni genere, dai vestiti all’oggettistica per la casa, da elementi di arredo a elettrodomestici) ha cominciato ad ampliarsi ulteriormente dal punto di vista tecnologico, portando alcuni di questi rivenditori a conformare la propria ragione sociale esclusivamente da un punto di vista elettrotecnico.

Specialmente nell’ultimo paio di anni, dunque, sono spuntati fuori come funghi moltissimi negozi di rivendita di materiale elettronico usato. “Hai scoperto l’acqua calda”, direte voi, perché negozietti del genere ci sono sempre stati e hanno sempre fatto qualche bell’affare, tra elementi di telefonia e informatica ricondizionata, console per videogiochi, smart tv e compagnia bella. Lo so benissimo, risponderei io. Ma quello che qualcuno può non sapere, aggiungerei, è che alcuni di questi negozietti hanno avuto una pensata non indifferente: visto che acquisto a due spiccioli da privati e rivendo con frequenza materiale elettrotecnico usato – si saranno detti tra sé e sé – e visto che, tra tutte queste cianfrusaglie, ormai ho riempito quasi per intero le pareti del mio store anche con giradischi, lettori cd e dvd, piaste per musicassette, ripetitori, mixer e derivati, perché non provo a dare retta a tutti quei tizi che continuano a riversarmi addosso tutti i dischi di una vita che non vogliono più portarsi dietro nell’ennesimo trasloco?

Uno di questi rivenditori, io, ce l’ho da qualche anno proprio vicino casa. E capirete che, al cospetto di uno come me (che, per dirla semplice, non potrà mai neanche lontanamente provare a vivere in una casa in cui siano assenti dischi, dvd o videocassette e libri dalle pareti), dinanzi a cose del genere la vita, in definitiva, un po’ cambia. Vi basti sapere soltanto che, ad oggi, non ho quasi più spazio in cui adagiare comodamente tutto quello che – con veramente quattro soldi alla volta – ho acquistato nel corso degli ultimi ventiquattro mesi.

Il punto è che, oltre a recuperare un sacco di materiale perso in adolescenza/gioventù, capita spesso che proprio tra le mura di questi negozietti ci si ritrovi a ficcare il naso anche in scatoloni pieni di copertine mai viste di artisti mai sentiti nominare. Avere a portata di mano uno smartphone, in tal caso, può finalmente rappresentare una qualche utilità se si ha voglia di saperne qualcosa all’istante. Ma quando qualcuno di questi rivenditori – tipo quello che sta vicino casa mia, guarda un po’ – si accorge che i carichi di vinili e compact disc che gli arrivano sul groppone non cessano di lievitare e, di conseguenza, decide di aprire un account su Discogs (la monumentale piattaforma di ritrovo per collezionisti, venditori o semplici appassionati di tutto il mondo), allora capisci che la situazione si fa sia ulteriormente piacevole (il discorso del recupero di cui sopra) che leggermente frastornante (il conto in banca da tenere d’occhio non senza una certa apprensione). E così succede che hai anche il modo di startene comodamente a casa e, di tanto in tanto, consultare quella pagina Discogs per vedere se è arrivato qualcosa di nuovo e, tra quel nuovo o tra un po’ di vecchio che non avevi precedentemente considerato, maturare un più o meno spiccato interesse per alcuni titoli per poi recarti in negozio, metterli sottobraccio e portarli alla cassa dopo averli tranquillamente ispezionati attraverso ricerche e rapidi ascolti preventivi online.

Magari un giorno vi parlerò di tutti i reperti che ho scovato lì dentro come anche in altri mercatini simili, e di come, forse (e dico forse, ovviamente al netto di tanti altri aspetti di cui questo tipo di rivendita non può che essere alquanto privo per ovvia natura e predisposizione), proprio questo genere di rivendita sta cominciando a colmare un minimo quell’ineguagliabile vuoto generato dalla progressiva estinzione degli spacciatori professionisti di piacere e cultura musicale. Al momento mi preme soltanto comunicare ai quattro venti la gioia e la beatitudine che ho da poco provato durante l’ascolto proprio di uno di quei vecchi vinili passati inosservati anche al mio fiuto e che, proprio grazie a quella pagina Discogs che me ne ha ricordato la disponibilità in negozio, ho potuto prima brevemente testare per poi scegliere di investire la modica cifra di 2,50 € per portarmi a casa, tra le altre cose, una vera e propria perla che la storia del pop-rock (scopro) ha scandalosamente gettato nel sifone del più irrispettoso e ignobile dimenticatoio.

Chi mi conosce sa che, da diversi anni a questa parte, ho un piccolo debole per il concetto di canzone/opera pop perfetta, pallino che mi ha portato a collezionare anche diversi 45 giri di brani che il tempo (ma soprattutto l’analisi sia stilistica che contenutistica; forse un giorno vi parlerò anche di questo) mi ha portato a classificare, appunto, come “poppettaramente” perfetti. Pensavo di aver raggiunto vette insormontabili con Blue Nile, Spandau Ballet, Supertramp, Tears for Fears o il Prince di Sign o’ the times Around the world in a day, se non anche, per certi versi, con la Joan Armatrading di Secret Secrets (dove ci suona pure un certo Pino Palladino, fa una puntatina Joe Jackson e la copertina è di Robert Mapplethorpe). E invece mi sono imbattuto in questo stupefacente gioiello di songwriting letteralmente intriso di idee e contaminazioni raramente da me assorbite con così immediata attrazione e così trascinante genuinità.

Prince of the deep water risale al 1991ed è il primo album dei The Blessing, band britannica capitanata dall’ottimo vocalist William Topley (lo accompagnano Luke Brighty alla chitarra, Kevin Hime-Knowles al basso e Mike Westergaard alle tastiere nonché co-produttore assieme a Neil Dorfsman, premiato collaboratore di Dire Straits, Sting e Paul McCartney tra gli altri), autore di quasi tutti i brani e oggi notevole solista in chiave cantautorale con risultati alterni (dopo gli esordi di Black riverMixed blessing Spanish Wells con Polygram e Mercury, gli ultimi quattro album sono autoprodotti e venduti praticamente per corrispondenza). Parliamo – come spesso, specialmente oggi, accade di considerare – di una di quelle meteore che, a dirla tutta, avrebbero meritato ben più di quanto ottenuto se solo ci si fosse soffermati un attimo a considerarne il valore reale, oltre l’eventuale potenza d’immagine che regnava in quegli anni, che a Topley e compagni (per dirla in franchezza) un po’ mancava e che, ancora oggi, continua a far danni e mietere vittime anche illustri. In più, per il progetto The Blessing, quasi sicuramente fu complice anche un periodo non proprio favorevole (siamo in pienissima esplosione grunge) che limitò la band alla vendita di circa 125.000 copie proprio di questo album (solito mantra: una miseria per l’epoca, un lusso al giorno d’oggi).

Togliendosi dalla testa il contesto di riferimento e il comunque aleggiante spettro del senno di poi, però, all’ascolto attuale di un album del genere (avercene di questo livello, in un’epoca così magra e sterile proprio dal punto di vista commerciale), emergono dei dati di fatto assolutamente imprescindibili se non proprio fondamentali.

Uno degli aspetti più sorprendenti del sound di questa band, e di questo magnifico album in particolare, è che l’attitudine pop si rivolge a predisposizioni particolarmente sofisticate in sede di scrittura e conseguente arrangiamento, a tal punto da poter rientrare nei canoni di una “popular music” in grado di guardare in faccia qualche classifica, certo, ma anche e soprattutto di rimanere negli annali per inequivocabile merito qualitativo. Canoni (qualcuno si inventò la dicitura “sophisti-pop”) sposati da un considerevole approccio passionale che porta la scrittura di ogni singolo brano in direzione di universi talmente variegati da risultare decisivi in ambito ricettivo.

Stando almeno a questo primo lavoro in studio (seguito, poi, solo sette anni dopo da Locust and wild honey prima di un “best of” che ne rompesse le righe), l’approccio compositivo e performativo dei The Blessing è magnificamente posizionato su vie intermedie tra pop di puro formato canzone che guarda, però, a innesti bluessoul e gospel di indescrivibile fascino e smaniosa attrattiva.

Si tratta, in definitiva, di una predisposizione che si preoccupa anche di fuoriuscire dal solo dato sonoro per confluire – se non proprio nelle espressioni liriche, in qualche modo fedeli a certi stilemi dell’epoca – in una visione delle cose che include proprio il desiderio, anzi la necessità di unificare esperienze diverse a livello esistenziale.

La copia vinilica che mi sono aggiudicato, tra l’altro, è un campione gratuito destinato ai media e contenente al suo interno, quindi, una cartella stampa redatta dalla distribuzione che ne aveva preso in carico la diffusione (la BMG Ariola; avercene, oggi, di cartelle stampa così, al posto di autocontemplazioni del nulla attraverso partecipazioni a improbabili contest e sagre di paese).

Apprendo, allora, che «la musica dei The Blessing ti si rovescia addosso come la forte onda dell’Atlantico – grande, piena di forza, un po’ spaventosa e tuttavia in qualche modo confortevole e familiare allo stesso tempo». Ed è esattamente così. Il trascinante incipit di Highway 5 adagia sostanzialmente le intenzioni su cadenze pop ben incorniciate in strutture attraenti per qualsivoglia tipologia di orecchio, mentre Flames, notando che ti è già stato dato il benvenuto, ti lascia accomodare su comode poltrone di soft rock d’atmosfera. Ma è con Hurricane room che il gioco si fa nettamente serio, perché basta un solo ascolto (il primo dei tanti di cui verremo irrimediabilmente viziati) per centrare in pieno il senso di un lavoro in studio che può fregiarsi – cosa assolutamente non da poco per nessuno in ogni epoca e occasione – di un’esperienza e di una consapevolezza intenzionale e strutturale che ne fa ben altro rispetto al «solito debutto del nuovo gruppo che brancola alla ricerca della sua strada».

In effetti, quello che si sta ascoltando è il lavoro certosino di un agglomerato di professionisti già perfettamente maturi e, soprattutto, considerevolmente acculturati al pari di una passione viscerale che sfocia nei flussi gospel di una ballad che si fa imprescindibile apertura spirituale al sapor di assoluto. «Guardami malinconico in qualche bar del porto / Brandisco il bicchiere tiepido e duellando ferisco / Canto la mia canzone rubata per la terra degli amanti / Rimasta per troppo tempo inaccessibile», canta Topley, e pare quasi di avere a che fare con le derive del Fish “marillionico” di Clutching at straws, solo con minor squillo timbrico e maggiore intensità emotiva in diversi frangenti.

Certo, un ottimo album di rispettabilissimo pop rock non può essere esente da ammiccamenti pseudo-erogeni se non proprio felinamente gigioneschi, ma qui si tratta comunque di elementi che rientrano in scelte stilistiche che non rinunciano mai a splendide finezze sonore tra il simil-fiatistico (Baby) e il simil-funky (Let’s make love,Birdhouse) che rientra nei ranghi pop rock (I want you,Denial) prima di lasciare campo aperto a episodi riflessivo-isolazionisti (il sentore di evasione di cui è intrisa la splendida Back from Managua) che puntualizzano ulteriormente le passionali radici soul-gospel (Delta rain) prima di sigillare il tutto nelle magie da croonner nascoste tra gli abissi di metafore vitali che fanno del concetto di profondità sia un elemento di elevazione umana oltre orizzonti materiali che un approccio esistenziale a tinte fosche e, in quanto tale, per alcuni alquanto complesso se non proprio difficile da digerire (la title track che chiude il sipario).

Provo ad avanzare una proposta visto che, a nome The Blessing, su Spotify e derivati non trovate praticamente nulla (forse c’è in giro solo qualcosa firmato da Topley in solitaria) ma su YouTube qualcosa sembra essere sopravvissuto alla irrispettosa crudeltà del tempo che viene lasciato scorrere senza battere ciglio: il disco ve lo propongo di seguito in ascolto; ergo fatemi sapere se quanto intuito e scritto fino ad ora è solo un sogno o se ci sono effettivi brandelli di realtà da far rivivere per recuperare un minimo di animosa operosità in oceani di sterco.

Articolo pubblicato originariamente su Motel Wazoo e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione.

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