Chi è Meitei, il compositore ambient che cerca l’atmosfera del Giappone perduto

Daisuke Fujita, in arte Meitei, rappresenta una delle proposte musicali più originali degli ultimi anni. Nonostante la sua carriera sia recentissima (il suo esordio, Kwaidan, è del 2018), Meitei ha già catturato l’attenzione a livello internazionale, posizionandosi nelle classifiche di Pitchfork. Inizia a produrre musica ambient quasi per caso – sperimentando con delle cassette, e innamorandosi della consistenza sonora dell’analogico (vedremo più avanti come questo aneddoto dica molto sul suo approccio generale alla musica).

 Cosa rende il suo stile così unico? La fedeltà a un concetto. Meitei vuole ritrarre, nella sua musica, quello che lui definisce, the lost japanese mood, lo spirito nostalgico e indefinibile che anima i paesaggi e il folklore del Giappone tradizionale; il Giappone che, inesorabilmente, sta sparendo. La musica di Meitei è quindi una musica di suggestioni, che si nutre di ricordi dell’infanzia, paesaggi, atmosfere, e assimila le fonti più disparate, anche e specialmente visive: l’estetica dell’ukiyo-e (“immagini del mondo fluttuante”, le meravigliose e celebri stampe del periodo edo), le storie di paura del folclore nipponico rurale, le foto d’epoca, i film di Hayo Miyazaki, i soundscape di John Cage. Profondo conoscitore della musica tradizionale giapponese, Meitei traduce musicalmente questo calderone di stimoli e impressioni attraverso intricati mosaici sonori, in cui sample tratti dalla tradizione musicale giapponese convivono con la sensibilità timbrica propria dell’elettronica.

Una musica color blu

La musica di Meitei è ambient per modo di dire: laddove l’ambient solitamente ci abitua a suoni eterei ed essenziali che si snodano e distendono lentamente, indefinitamente nel tempo, i paesaggi sonori di Meitei sono caratterizzati un livello di dettaglio e una limatura quasi maniacali. Egli stesso si definisce sound designer: compone sovrapponendo pazientemente vari strati timbrici, creando paesaggi variegati e carichi di suggestioni immaginative. In questo senso, Meitei è più vicino alla musica concreta, o agli esperimenti ambientali di John Cage, che all’ambient propriamente detta.  

Questa capacità di sentire i suoni – di leggeri in essi suggestioni e impressioni, viene da una qualità particolare del nostro compositore: in più di una intervista Fujita ha affermato di essere affetto da sinestesia, ossia dalla capacità di percepire i suoni come dotati di proprietà cromatiche, e viceversa. I suoi suoni preferiti, afferma, sono quelli che suggeriscono il colore blu.

I suoni della natura, in questo processo creativo, svolgono un ruolo fondamentale. La musica di Meitei è costantemente immersa in essi -sciabordio di acque, piogge soffuse, crepitii, frinire di cicale, gracidii di rane, venti che spirano tra i canneti. Il lost mood spira dai paesaggi umidi e ancestrali del Giappone antico – e Meitei lo insegue, continuamente immergendosi nel mondo dei suoni, al punto da compiere la scelta estrema di andare a vivere nella solitudine delle isole montuose della baia di Hiroshima.

Il sapore inconfondibilmente giapponese della musica di Meitei deriva specialmente dalla sua trattazione delle percussioni, tipica della sensibilità musicale dell’estremo oriente. Il compositore americano Aaron Copland sosteneva che mentre l’orecchio occidentale aveva perfezionato il senso dell’armonia, quello orientale aveva raggiunto una sensibilità incredibilmente ricca e variegata verso le possibilità tonali delle percussioni: superfici di legno, bambù, pietra, porcellana, tamburo, corda o metallo, di cui sfruttare le infinite potenzialità timbriche… E le composizioni di Meitei sono popolate di tintinni, echi di campane, schiocchi, colpi solenni di tamburo: le percussioni non sono utilizzate tanto per creare figure ritmiche, tanto per la bellezza intrinseca del loro timbro, di cui il nostro autore può leggere il fascino. Si può anzi dire che la bellezza dei suoni sia il vero contenuto della musica di Meitei: e ascoltandolo capita spesso di perdersi nel godimento dei pazienti strati di timbro che costituiscono le sue composizioni. La melodia, in questo contesto, è quasi assente: le linee melodiche che compaiono sono frammentate, scarne, e galleggiano su questo magma sonoro come se fossero irreali apparizioni del passato. E Meitei, abile artigiano di suoni, è in grado di utilizzare questi suoni arcaici (tutti tratti dalla sua sconfinata collezione di sample, da cui attinge per i suoi collage), con immensa naturalezza, in un contesto elettronico: la sua musica raggiunge dunque lo stato paradossale di essere assolutamente nuova e, al tempo stesso, avere un sapore terribilmente di antico.

Kwaidan, 2018: a walk in the lost darkness

“Spesso, per cercare il colore giusto per il mio suono, osservo il muschio cresciuto in un vecchio tempio, colmo di tranquillità rustica e oscurità”.

È in Kwaidan (2018), che Meitei mette a frutto il suo talento e la sua sensibilità in un disco che è impregnato di Giappone in ogni poro. Per Meitei è estremamente importante che il processo creativo sia guidato da un concetto ben preciso – e in questo caso, il tema dell’album è la paura: Kwaidan è il termine giapponese che indica le storie che riguardano i fantasmi e le apparizioni sovrannaturali. Il primo riferimento è alle storie folcloristiche raccolte dallo scrittore greco Lafcadio Hearn in un omonimo volume di racconti, Kwaidan: storie misteriose e stravaganti. Il secondo è cinematografico: il celebre film Kwaidan di Masaki Kobayashi, forte di una fotografia fortemente onirica ed espressiva, e una colonna sonora inquietante che sicuramente è stato di modello a questa opera di Meitei.

 Significativamente, il primo modo in cui Meitei sceglie di rappresentare il lost mood è mostrandone il lato inquietante, conturbante, orrido; l’ambientazione è l’antico paesaggio giapponese nella sua numinosità, popolati da infiniti kami (spirit, dei) e oni (demoni). I titoli dei brani richiamano ai fantasmi della tradizioni giapponese – i moryo, spiriti ladri di cadaveri, i jizo, che presiedono alle anime bambini mai nati, i sankai, esseri mostruosi nati da parti impuri. La fantasia sonora di Meitei si scatena nell’evocare questo antico mondo di incubo: gorgoglii demoniaci, voci inumane, mormorii dall’oltretomba, melodie insinuanti e spettrali; tutto che galleggia sopra una tessuto sonoro liquido, tombale, subacqueo. In alcuni brani vi è addirittura una originalissimo elemento recitativo, per cui una voce malevola e cavernosa (quella di Meitei stesso) declama narrazioni indecifrabili con una cadenza lenta, quasi cerimoniale. Questo utilizzo della prosodia (ossia della sonorità e del ritmo delle parole in senso musicale), che mette in luce le sonorità peculiari della lingua e dell’espressività giapponese, è indice di una consapevolezza autoriale e artistica già sviluppatissima in Meitei, che resuscita con disinvoltura l’antichissima pratica della recitare storie ad alta voce nel contesto, assolutamente inedito, di un disco ambient. Touba, in questo senso, è uno dei brani più riusciti dell’album: la voce recitante domina la composizione con la sua cadenza meccanica, sopra uno sfondo anemico e paludoso di flauti e tamburi. Lentamente, la composizione perde struttura, e si perde in un gorgo di voci infernali, ora grottesche, ora infantili, che si confondono sopra cimbali che suonano come carillon perversi: finché la voce, riprendendo a narrare la sua ritmica alienante, ricompone la struttura del brano. Meitei dichiara brano è stato composto proprio a partire dalla voce, prendendo forma sulle cadenze e gli accenti della lingua narrata. Nel disco appaiono numerosi sample vocali, opportunamente distorti e deformati fino a sembrare voci di demoni o spiritelli, e sono tutti parlati; ciò dà l’impressione di ascoltare una sorta di forma artistica tra musica e teatro, con forti richiami al teatro kabuki.

Jizo è probabilmente il pezzo più inquietante dell’album. I cimbali, stridenti, disegnano una melodia perversa, mentre una voce psicopatica gracchia maniacale una cadenza ripetitiva. Meitei è magistrale nel dipingere un paesaggio notturno di gracidii, crepitii e pulsazioni angoscianti, in cui la melodia si perde, per poi riapparire all’improvviso, come una presenza perturbante, tra voci soffocate che mormorano parole incomprensibili (i lamenti dei bambini morti prima di nascere?).

Nella sensibilità giapponese vi è una intrinseca attrazione verso il morboso, verso un qualcosa di sovrannaturale che è allo stesso tempo orrido e clownesco

Ciò che vale la pena di notare è che Meitei non cerca mai realmente di ispirare terrore, o angoscia. L’inquietudine delle sue composizioni è un qualcosa che traspare in modo sottile, che contempliamo con un misto di timore e di fascino. Titoli come Sazanami, che apre il disco, si riferisce all’increspatura sollevata dalla brezza sull’acqua; o Aoyagi, che descriveil movimento sottile e impercettibile delle fronde dei salici, ci lasciano intuire scorci di una bellezza transitoria e indescrivibile, in cui ravvisiamo il mono no aware, il pathos nipponico per ciò che è effimero. I “paesaggi della paura” di Meitei sono in grado di mostrarci di momenti di pura bellezza; in entrambe le composizioni, melodie fascinose emergono sinuosamente tra delicati suoni di campane a vento, che si accumulano tra gli echi, come aliti di vento che soffiano tra i canneti. Meitei vuole restituirci il fascino delle nostre fantasie infantili, la bellezza della paura del buio, del credere a un mondo dove esistono i fantasmi e gli dei; un mondo di incubi e prodigi, ancora dominato dall’immaginazione.

Il pezzo che ha forse il significato simbolico più alto è Shoji. I shoji sono quelle porte/finestre tipiche dell’architettura giapponese, costituite da fogli traslucidi ed estremamente leggeri, assai apprezzati in quanto non generano una divisione netta tra interno ed esterno; filtrano la luce naturale, proiettano le ombre sfuggenti dei rami che ondeggiano, e permettono a chi è all’interno di godere dei suoni del mondo naturale: il vento, le acque, il canto delle rane. Il brano richiama questa peculiarità della cultura nipponica: in una atmosfera evidentemente notturna, rischiarata solo dalla luce della luna, sentiamo una malinconico pizzicare grave di uno strumento a corda, che intona una melodia solenne e misteriosa. La melodia continua a librarsi, mentre man mano emergono dallo sfondo i suoni della notte.

Esempio di Shoji

Chi è l’uomo dietro al shoji se non Meitei stesso, che interroga il paesaggio notturno senza mai vederlo, ma solo percependone gli echi? Meitei è l’uomo che cerca di accordare la propria musicalità interiore allo spirito indecifrabile della sua terra, del Giappone antico. E quando poi la melodia dello strumento a corda, per un attimo, si rischiara, risolvendosi in tonalità maggiore, percepiamo Meitei finalmente in armonia con sé stesso e lo spirito dolente e inafferrabile che insegue per tutto l’album. La grandezza del recupero della tradizione giapponese da parte di Meitei non sta solo nell’efficace utilizzo di certi timbri, o nel recupero del linguaggio formale della musica classica nipponica, ma piuttosto, di tradurre in musica “lo spirito dei luoghi”, come il grande Jon Hussel (uno dei padri involontari del genere ambient) fece prima di lui nell’epocale album Vernal Equinox. Non imitare la musica di una certa cultura, bensì ricreare i suoni che hanno generato quella tradizione musicale, i suoni del paesaggio. La musica di Meitei, come si è detto, è ricchissima di suggestioni spaziali e sensoriali: il compositore riesce a creare effetti di profondità e distanza, giochi di consistenze, impressioni visive legate alla luce, alle ombre, ai colori. Meitei è dunque a tutti gli effetti un pensatore in suoni, che riesce a sfruttare in appieno le potenzialità espressive dei timbri; il suo metodo di composizione ricorda più la pittura astratta che la musica europea tradizionale, basata sullo sviluppo armonico o sulla melodia. Kwaidan, oscillante tra l’incubo infantile e l’inquieta meditazione notturna, è un lavoro magistrale sia dal punto di vista dell’evocazione di stati d’animo ed atmosfere, che come trattazione del suono, un suono intessuto di mondo:

Kwaidan porterà Meitei alla notorietà, finendo nella classifica Best of Ambient 2018 di Pitchfork, dando una forte spinta al suo prestigio internazionale. Se sarà riconosciuto come capolavoro, lo potrà dire solo il tempo.

Komachi, 2019: il suono incantevole di una perfezione senza tempo

L’anno seguente, Meitei fa uscire un nuovo album, Komachi. Per molti versi è l’opposto di Kwaidan; per altri, una sua naturale continuazione, come una coppia di gemelli eterozigoti. L’album è dedicato alla nonna di Fujita, da poco deceduta alla veneranda età di novantanove anni. Come egli stesso afferma in molte interviste, è stata una figura fondamentale nel suo sviluppo, umano e artistico. Essa aveva cura di un piccolo tempietto, in cui Fujita da giovane passava giornate intere, spesso suonando i temple block, le percussioni rituali. Questa figura ha dunque forgiato da un lato la forte fascinazione di Meitei per il tradizionale e il sacro, e dall’altro il suo gusto timbrico, specialmente verso le percussioni: non c’è da stupirsi che per Meitei abbia rappresentato una figura di tale importanza da meritare la dedica di una delle sue fatiche.

Il titolo dell’album fa riferimento a Ono no Komachi, poetessa giapponese realmente esistita, la cui bellezza era considerata leggendaria, al punto da indurre molti uomini alla rovina e alla morte. In vecchiaia, tuttavia, la bellezza l’ha abbandonata, ed essa è ritratta da sola, tormentata dagli spettri degli uomini morti per suo amore: la bellezza, nella mentalità giapponese, è tale proprio perché è transitoria, sfuggente, effimera – come i fiori di ciliegio. Il tema è dunque quell’aspetto della cultura giapponese che in Kwaidan era stato completamente dimenticato: la ricerca della perfezione, il rigore cerimoniale, la delicatezza sensibile – che tuttavia è destinata a sfiorire. Il secondo album di Meitei è dunque esplicitamente inteso a simboleggiare una sensibilità estetica: la copertina, chiaramente una stampa ukiyo-e, raffigura una geisha che regge una lanterna, ammirando dei fiori di pruno. Alcune edizioni special dell’album sono accompagnate da una selezione di stampe ukiyo-e.

Raffigurazione della leggendaria poetessa Ono No Komachi

L’atmosfera che domina in Komachi è dunque caratterizzata da compostezza formale, eleganza rarefatta ed equilibrio: laddove in Kwaidan la tavolozza timbrica era spesso fangosa, persino sporca, Komachi è un trionfo sonorità eteree, incantevoli, rarefatte, ipnotizzanti. Se Kwaidan evocava il lato spettrale e demoniaco dell’immaginario giapponese, Komachi vuole essere un tributo al lato contemplativo, riflessivo e profondamente armonioso della sensibilità nipponica: quella che si esprime nella cura meticolosa nei dettagli e nei piccoli gesti, nella compostezza dei cerimoniali, nella metodica eleganza della cerimonia del tè. Per gli orientali, e i giapponesi soprattutto, le procedure danno valore alle cose – la strada più rapida non è mai la migliore: questa è la filosofia del geido, “la via dell’arte”. Se Komachi è indubbiamente meno fantasioso e appena meno suggestivo di Kwaidan, e la sua inventiva esuberante, esso rappresenta una maggiore prova della sua abilità di compositore. Maroboshi, titolo di uno dei brani più notevoli, significa “illusione”: e Meitei si rivela davvero come un illusionista, in grado di dare alle voci la qualità di un coro sovrannaturale, che ondeggia languidamente sopra un tappeto etereo di complessi loop di ascendenza trip-hop.

Come si sarà già notato, i titoli dei brani di Meitei non sono mai scelti a caso: essi svolgono un ruolo preciso nell’indirizzare la fantasia dell’ascoltatore. Nami significa “marea”: e il brano ononimo presenta una melodia minimale e cristallina, che si riavvolge continuamente su sé stessa, sullo sfondo di placide onde, in una atmosfera di incanto zen che potrebbe durare in eterno. Chouchin, il momento più rarefatto del disco, descrive le celebri lanterne di tela utilizzate nei rituali: loop astratti di synth elettronici sembrano descrivere gli ipnotici giochi di luce della lanterna che gira eternamente su sé stessa, fino a generare un senso di rapimento trascendente. Nel “tempio” che funge da ambientazione immaginaria alle fantasie sonore di Komachi, il simbolismo dell’acqua e della luce giocano dunque un ruolo fondamentale: acqua che non rimanda al suono “subacqueo” di Kwaidan, bensì alla purezza, alla leggerezza, alla trasparenza. Meitei afferma: “Quando preparare l’acqua per fare il bagno, riesco a percepire la melodia dell’acqua”. Ancora una volta, abbiamo la prova che la creatività di Meitei si attiva a partire da suggestioni visive e ambientali, dal dinamismo intrinseco delle cose. Un indubbio riferimento è Wet Land del celebre compositore ambient nipponico Hiroshi Yoshimura, noto per il suo approccio “zen” alla musica ambient e, nello specifico, al tentativo di ritrarre sonoramente l’acqua.

La bellezza ritratta in Komachi non è una perfezione appagata in sé stessa. Come spesso, nella sensibilità nipponica, è una perfezione carica di nostalgia, di transitorietà. Con la sua seconda opera, Meitei consolida la propria reputazione e dimostra di essere in grado di rinnovare il proprio sound mantenendo una fortissima identità concettuale.

Conclusione

 “…I will be like a lamp guiding modern people to walk the lost darkness.”

La sensibilità giapponese si nutre di imperfezioni, dettagli, casualità. Forse è questo l’elemento più giapponese della creatività di Meitei, che è, ancora prima che compositore, un grande ascoltatore. Non a caso la sua tecnica è il collage: il suo talento sta nel cogliere le potenzialità suggestive dei suoni, nella capacità di modificarne la consistenza, nell’accumularli con fascino. Questa attenzione verso il “colore” del suono, nata alla pratica con le cassette, lo rende simile a Teebs, produttore americano – anche lui fortemente legato all’ambito delle arti visuali e specialmente all’arte astratta. Meitei non lavora mai da zero – parte sempre da una base sonora, che sia lo scrosciare di acqua piovana, una melodia atavica pizzicata da un koto, una voce umana. La musicalità di Meitei nasce dunque dalla sua sensibilità: non costruisce, bensì sgorga naturalmente dai suoni del mondo. Proprio per questo essa riesce a evocare in modo formidabile le atmosfere di un mondo perduto, pieno di suggestioni dell’infanzia. Il Giappone, come è noto, vive un rapporto conflittuale, quasi schizofrenico con il progresso. Da un lato, è un paese storicamente conservatore, che conserva un forte legame con le proprie tradizioni e una solida identità culturale basata sul culto di un passato glorioso. Dall’altra parte, è affetto da una mania di progresso: è il paese degli anime, delle metropoli sconfinate, dell’hi-tech, della Nintendo, dell’imitazione forsennata e acritica delle mode dell’occidente: è un paese dall’animo lacerato, catapultato improvvisamente nella storia moderna dopo secoli di isolamento, e sopravvissuto al fanatismo di una dittatura militare e ancora segnato dal trauma della bomba atomica.

Il progresso è arrivato in modo improvviso nella storia giapponese, attirando entusiasmo fanatico ma anche timore, o persino repulsione. È chiaro che figure come la nonna di Meitei, col suo piccolo tempio rurale, dimora di spiriti e di antichi cerimoniali, sono state tra le ultime a vivere l’antico spirito del Giappone tradizionale, un Giappone – ricordiamolo – la cui personalità era indissolubilmente legata a una sensibilità languente e dolceamara verso i suoi paesaggi nebbiosi.

Meitei è una figura atipica nello stesso panorama della musica elettronica giapponese: i musicisti nipponici sono spesso pioneri dell’elettronica mondiale, e spingono notevolmente sul pedale dell’innovazione. Egli non rifiuta la modernità, come dimostra la sua disinvoltura nell’uso dell’elettronica, e l’audacia con cui deforma e contamina le sonorità degli strumenti tradizionali; il suo scopo è proprio quello di salvaguardare la memoria di un mondo perduto, eppure eterno, come solo le maschere della tradizione sanno essere. I’impresa musicale di Meitei assume i contorni di un viaggio – una immersione dentro la memoria collettiva di un popolo, per estrarne i tesori dimenticati. Ed proprio qui, in un paese antico, dilaniato tra passato e futuro, che appare Meitei, conducendoci con sé nell’ammaliante oscurità del Giappone rurale.

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