Paolo Conte canta il silenzio: il Mocambo e l’italiano del dopoguerra

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Un uomo del dopoguerra, delle donne con cui fatica a parlare, un Curatore fallimentare, un bar modesto, il caffè, un tinello marron, la solitudine e la voglia di ricominciare dopo ogni fallimento. Sono questi gli elementi combinati nella “Saga del Mocambo”, una saga formata da quattro canzoni nate dalla fantasia e dai polpastrelli del cantautore piemontese Paolo Conte, una Saga che ha la sua data di nascita nell’album Paolo Conte del 1974. Paolo Conte ha affermato in più di un’intervista di aver sempre parlato, in quasi tutti i suoi brani, di un fantomatico “uomo italiano del dopoguerra”: una figura che viene descritta come un essere capace di affrontare qualsiasi cosa e di fallire continuamente per poi rimettersi in gioco e inevitabilmente sbagliare ancora, un uomo che ha una vita interiore movimentata e curiosa a dispetto della sua non sempre compiuta istruzione. Ed è proprio in questa Saga che la fenomenologia dell’uomo di Conte viene dispiegata e mostrata in tutta la sua espressività.

Raccontandone e cogliendolo nel suo habitat di allora lo trovo in un mare di tabù. In una situazione difficilissima ma anche divertente su certi punti di vista, eroe perdente, eroe solitario se eroe mai sia stato, individuo che usciva dai disastri della guerra… e diciamolo a chi non la conosce cosa possa essere stata la Guerra. Era un italiano che usciva da tutte queste contraddizioni, che doveva rifarsi il maquillage, cercare di vestirsi, di tirare a campare, di darsi un mestiere, di parlare una lingua, doveva trovare un’identità. Le donne erano un grande sogno, gli universi uomo donna erano universi lontanissimi, i tabù religiosi sociali di allora, mettici anche quelli borghesi, impedivano assolutamente un dialogo. Le donne si amavano, si conquistavano, si sognavano, ma difficilmente si parlava alla pari, si scappava. Si scappava con la fantasia e si scappava con la fantasia magari facendo proprio la storia del bar Mocambo, scrivendo Mocambo sopra un bar di quattro metri per cinque in periferia.

Paolo Conte

Ritengo che sia necessario, per comprendere l’essenza del personaggio, ascoltare in primis la canzone Onda su Onda (che non fa parte di questa saga) e in un secondo momento prestare attenzione alle parole con cui il cantautore genovese Bruno Lauzi presenta la sua versione del brano di Paolo Conte in un’esibizione alla Radiotelevisione Svizzera del 1978. Nella canzone, ambientata inizialmente su una nave da crociera, troviamo un uomo che osserva malinconicamente sua moglie, la quale è impegnata a ballare con un ufficiale medico. L’uomo si rende conto di non riuscire più a coinvolgere la moglie come un tempo, parlare e comunicare con le donne gli è sempre stato difficile e vedere sua moglie che si stringe all’ufficiale con gli occhi chiusi gliene fa rendere conto. Tutt’un tratto però, durante il ballo, il protagonista cade dalla nave. Qui la solitudine interiore, effetto della lontananza sentimentale dalla moglie, diventa esteriore. L’uomo è solo in mezzo al mare:

“ora pensate: la notte fonda, la nave se ne va, l’oceano immenso. Potrebbe essere una tragedia, dovrebbe essere una tragedia, se non fosse una canzone italiana, perché gli italiani hanno una proprietà fisio-chimica: galleggiano sempre”.

Bruno Lauzi

È proprio questa proprietà di galleggiare, di non darsi per vinto, la principale caratteristica dell’Uomo del Mocambo: un uomo che nonostante la solitudine emotiva e lavorativa non riesce a smettere di ingegnarsi, di provare nostalgia per quel piccolo bar di provincia che rappresentava per lui l’allontanarsi dalle macerie della Guerra. Lo si nota subito che nella musica e nei testi di Paolo Conte c’è qualcosa di particolare e ascoltando il brano che apre questa tetralogia, Sono qui con te sempre più solo, si possono già assaporare alcuni dei profumi con cui Conte è solito condire le sue ricette musicali. Nella canzone troneggia il tema della solitudine derivante dalla mancanza di dialogo: l’uomo non riesce a parlare con la moglie, i loro universi sono completamente separati. Sono “due messi lì in un brutto tinello marron”, due persone che ormai vivono la loro quotidianità insieme come se non fosse per loro scelta. Lui non parla più, si chiude in sé stesso e lei quando parla lo fa solo per giudicarlo, rinfacciarli la sua disgrazia. La disgrazia in questione è il fallimento del bar Mocambo, che entra in scena quando il protagonista poco dopo si presenta così: “Io sono quello che aveva il Mocambo, un piccolo bar”. Già da qui si nota quanto il protagonista si associ in maniera diretta al suo bar ormai andato. L’amore del protagonista verso la sua occupazione è il punto di partenza per ogni vicenda presentata da Conte con il suo stile inconfondibile: presentare gli eventi con immagini presentate tramite cenni sfuggenti, con contorni non definiti, quasi come se alla fine, sommando e incastrando gli elementi testuali, la storia si forgiasse da sé come un quadro (Paolo Conte si è definito come uno dei pochi scrittori di paesaggio nella storia della musica leggera). A questo punto, nei versi finali del brano, fa la comparsa il Curatore. Chi è costui? È il curatore fallimentare dell’uomo del Mocambo, un uomo con cui condivide le sue tristezze, e che finisce per diventare un quasi amico, nonostante la frequentazione resterà sempre professionale. Il Curatore nota la tristezza dell’uomo che ha davanti e gli offre il caffè, gesto che però ha l’effetto di produrre nell’uomo ricordi malinconici del suo bar e del suo lavoro. E così anche con quello che sembrava essere un probabile amico, l’uomo si chiude in sé stesso, sempre di più. Paolo Conte, come tutti sanno, prima di essere l’autore di canzoni che conosciamo era un Avvocato. Il cantautore per molto tempo provò a non rinunciare né alla professione forense né a quella di musicista, per poi vedere la prima capitolare in favore della seconda. In questo caso però, riesce a ricombinare le due esperienze proprio grazie alla figura del curatore fallimentare. Si dice, infatti, che una delle attività più costanti della sua professione forense era proprio quella di curatore fallimentare, quindi non è azzardato sostenere che la storia del Mocambo potrebbe essere nata proprio sulla sua scrivania da Avvocato.

Il secondo episodio della Saga è presente nell’album successivo, anch’esso intitolato Paolo Conte del 1975, il brano s’intitola La ricostruzione del Mocambo. Come suggerisce il titolo la vicenda promette delle svolte positive per il protagonista, che riesce a riaprire il suo bar:

“dopo le mie vicissitudini, oggi ho ripreso con il mio bar, dopo un periodo di solitudine, il Mocambo ecco qui tutto in fior”.

Dopo essersi separato dalla prima moglie adesso convive con una donna austriaca, il tinello marron è sempre presente ma anche con questa nuova donna non c’è comunicazione. L’uomo incolpa la differenza linguistica: “io parlo male il tedesco, scusa pardon”, ma è evidente che è solo un modo per nascondersi da questa nuova, o forse sempre uguale, tipologia di solitudine e di disagio. Subito dopo fa la sua comparsa anche il Curatore, che viene descritto come un buon diavolo, a sottolineare la simpatia in odore di disgrazia che c’è fra i due. Il Curatore, vedendolo nuovamente sulle sue, gli offre un altro caffè ma anche qui l’epilogo è amaro: anche qui i due si chiudono in loro stessi, perché seppur intenzionato a ricostruire il bar nel tentativo di restaurare sé stesso, il protagonista conserva le sue difficoltà emotive e il silenzio si impone nuovamente nella scena. Nove anni dopo, nel 1984, un altro album intitolato Paolo Conte ci presenta il terzo capitolo della storia. Da molti considerato il brano più bello della saga, “Gli impermeabili” presenta un andamento musicale e uno stile completamente differente dai brani precedenti, il testo è qui più che mai una composizione di immagini veloci che da sole vanno a costruire la narrazione. È notte, il Mocambo ha le serrande abbassate e la pioggia scende sulle insegne delle notti andate, Conte ci dice che il Mocambo precedentemente ha fallito ancora. L’Avvocato ama parlare di un mondo in cui le incertezze e i dubbi sono tanti e per questo le scoperte si moltiplicano attimo dopo attimo. Questa spinta a ricominciare e a scoprire nuove soluzioni viene esplicitata più che mai dalla musica del brano, molto più vivace e incalzante delle prime due, e anche dal testo (particolarmente nel ritornello), in cui il protagonista si protegge dalla pioggia e dalle insidie con un impermeabile, impedendo che la vita possa annacquargli l’anima, che resta viva e in movimento, che si muove ancora e ancora ha voglia di scoprire. Inizialmente sembra che si avrà un nuovo tentativo di ricostruzione del Mocambo quando il protagonista dice “e ricomincerà come in un rendez-vous”, ma in un’intervista Conte sostiene di non aver concesso nuove possibilità a quest’uomo:

‘Gli impermeabili’ è la visione notturna del mondo di avventura che chiama ancora una volta, che fa uscire il protagonista sotto la pioggia per l’ennesima ricostruzione del Mocambo e per l’ennesimo fallimento. (…) In seguito, non ho più scritto altre storie di questo individuo, perché si è messo in società e ciò sarebbe costato troppi caffè al curatore… ” 

Paolo Conte

Sorprendendo tutti però, nel suo dodicesimo album registrato in studio, Elegia, Paolo Conte torna a parlare di quest’uomo dopo vent’anni dall’ultimo brano. Questo è l’episodio più malinconico ed inizia con il protagonista e la sua Janinne (l’austriaca presentata due canzoni fa), entrambi rigorosamente in silenzio. Egli è ormai rassegnato alla pensione, è anziano e non si aspetta più molto dalla vita. Ad un tratto però il campanello suona e l’uomo dice alla moglie di preparare il caffè con lo stesso entusiasmo con cui si preparava a servire gli ospiti del suo bar. Appena il campanello suona il brano cresce come crescono le emozioni del barista, un ritmo sconfinato di rumba invade la canzone, fino a quel momento lenta e malinconica. Come sempre però, anche in questo brano ad un tratto il silenzio si ricompone. Era solo uno scherzo di alcuni ragazzi che abitano lì vicino, il Mocambo è chiuso da tempo e la rassegnazione è l’unico modo per non pensarci, i due tornano nel tinello e si bevono il caffè, se lo meritano dice il protagonista, come a dire che dopo tante energie consumate nella speranza ora vuole riposarsi. Ma il brano finisce con un altro ritornello in rumba, la sua nostalgia invade la città ed il suo corpo. Perché ogni volta che la nostalgia ritorna l’uomo si riattiva, perché l’italiano del dopoguerra di accettare l’inevitabilità del fallimento non ne vuole proprio sapere.

È tutto un complesso di cose che porta questa Saga ad essere così affascinante, sarà per l’ambientazione decadente, sarà perché è molto facile rivedersi nelle gesta di questo eroe fallimentare, ma ritengo che ciò che veramente colpisca di questa narrazione sia la bellezza di seguire, anche ingenuamente, le proprie passioni e i propri slanci. Senza di questi la nostra vita, come quella del protagonista, sarebbe sicuramente più sicura dalle insidie, ma altrettanto povera di coinvolgimento e di calore. Mentre tutto intorno è solamente pioggia, nel Mocambo il protagonista trova sé stesso e ci insegna a ignorare le impossibilità con cui ci si deve confrontare, perché ascoltarle è necessario, ma ascoltarle troppo crea un effetto ipnotico che ti lega ad esse, sempre di più.

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