L’uomo del Labirinto: spiegazione breve del film di Donato Carrisi

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Dopo una decina di libri scritti a partire dal 2009 e due film da lui diretti basati sui suoi romanzi, è ormai chiaro lo stile narrativo di Donato Carrisi: raccontare vicende possibili ma ai limiti dell’incredibile, talvolta scoprendo l’attenzione dei lettori sull’esistenza di vicende reali inimmaginabili (come la serie di storie legata ai penitenzieri) e complicando la trama fino al punto che il lettore/spettatore, sebbene abbia tutti gli strumenti per capire in dettaglio cosa è successo, ha comunque bisogno di fermarsi e ragionare con calma. Ponendosi domande ed eventualmente cercando riscontri nelle versioni ufficiali. Era già successo con La Ragazza della Nebbia e il meccanismo si è riproposto con L’uomo del Labirinto. Il pubblico esce dal cinema e si chiede cosa è realmente successo e come sia possibile la sequenza di quegli eventi.

Nel caso de L’uomo del Labirinto la confusione è generata da un inganno controllato messo in scena da Carrisi. Esistono infatti due storie che corrono in parallelo all’interno del film (e del libro): una è quella legata al ritrovamento di Samantha Andretti a 15 anni dal suo rapimento e alle indagini di Bruno Genko che si ostina a voler rintracciare il rapitore; l’altra è l’interazione tra l’uomo interpretato da Dustin Hoffman (che per tutto il film si presenta come il Dottor Green) e la donna semi-incosciente sul letto, che per tutto il film sembra essere Samantha stessa, nel tentativo di recuperare i ricordi di 15 anni di prigionia all’interno di un labirinto gestito da un sadico. L’inganno che bisogna smontare per capire tutto il film è che quest’ultima storia è una messinscena, un puro gioco: lui non è il dottor Green ma lo stesso sadico che ha imprigionato la donna, e lei non è Samantha ma Mila Vasquez, la poliziotta che inseguiva il sadico nelle indagini alla ricerca dei bambini scomparsi, indotta da lui a generare ricordi falsi tramite una droga psicotropa. Capire il film significa dunque identificare cosa è successo nelle due storie.

Nel caso di Samantha, la bambina viene ritrovata nel bosco. L’autore della telefonata anonima rivelerà a Genko di aver visto un uomo con una maschera di coniglio nei pressi della ragazza. Tramite intuito e indagini approfondite, Genko si imbatte nella storia di Bunny, un bambino che era stato rapito da piccolo e che crescendo è diventato un manipolatore che agiva sotto la protezione della maschera di coniglio. Il bambino si chiama Ruben Basso, era stato rapito dal sagrestano della chiesa di quartiere, che l’aveva introdotto a Bunny e l’aveva “infettato” col suo buio. Il bambino esce traumatizzato da quell’esperienza, finisce nella casa-famiglia e poi cresce sotto una nuova identità. Da adulto è Peter Lai, che rapisce Samantha e la tiene segregata per 15 anni. Peter uccide anche l’amica-escort di Genko, Linda, e poi si fa ritrovare nel suo bagno in fin di vita, fingendo di essere stato costretto a far tutto ciò dal suo giardiniere e portando sul suo impiegato i sospetti di essere Bunny. Anche questo è un inganno: Bunny in realtà è lui e lo stratagemma serve a farsi ricoverare nello stesso ospedale in cui è ricoverata Samantha, per ricongiungersi con lei.

Genko scopre tutto questo solo dopo aver identificato il giardiniere. In chiesa trova una foto di Ruben Basso da piccolo insieme a un secondo bambino. Dal sagrestano ottiene il nome del secondo bambino, Paul Macinsky, poi una volta arrivato nella sua abitazione scopre di aver identificato in maniera erronea i due bambini: quello con la macchia, il giardiniere, è Macinsky, mentre l’altro bambino è proprio Robin Basso/Peter Lai, ossia Bunny. Il disegno appeso nell’abitazione di Macinsky era stato fatto dalla figlia di Basso, e raffigura Bunny. Genko muore in ospedale ma il suo nastro viene raccolto dall’infermiera e guida i poliziotti ad aspettare Bunny nella stanza di Samantha. Lì Peter Lai viene catturato.

Quello è anche il momento in cui si svela l’inganno legato all’altra storia: per tutto il film quella che si descriveva come Samantha e cercava di ricordare la sua vita nel labirinto è in realtà Mila, una poliziotta dell’ufficio bambini scomparsi, moglie di Simon Berish (che aiuta Genko dallo stesso ufficio) e madre di Alice, la figlia avuta con Berish. Mila è indotta a generare ricordi falsi tramite la droga nel suo corpo. Niente di tutto quel che racconta della sua vita nel labirinto è davvero successo. I segni del parto cesareo sul suo vente appartengono ad Alice, non esiste alcuna bambina nata nel labirinto. La telefonata del ragazzo che consegna la pizza le fa capire di essere ancora nel labirinto, e dunque che lei non è Samantha e lui non è un dottore. Il tutto era un gioco che il sadico inscenava ogni giorno da oltre un anno: quella vicenda infatti prende luogo un anno dopo la liberazione di Samantha. Nelle vicende di Samantha, infatti, vediamo spesso Berish far riferimento alla moglie scomparsa da pochi giorni. Mila riesce a tramortire il sadico che la tiene imprigionata e a fuggire, iniziando a ricordare la sua vera vita man mano che l’effetto delle droghe svanisce: all’interno delle sue indagini era effettivamente riuscita a individuare il nascondiglio di quel sadico, finendo però nella sua trappola. Scappando, però, lo rinchiude per sempre nel suo stesso labirinto.

L’ultima scena del film è un piccolo gioiello di cinematografia, che punta a confondere chi non aveva ancora capito quanto successo. La scena prende luogo a poche ore dal rilascio di Samantha: quando il sadico rivolge la parola a Genko, Genko sta per iniziare le indagini su Samantha e lui ha appena catturato Mila. La terrà rinchiusa per un anno, iniziando i giochi sadici su di lei con l’aiuto di quelle droghe.

Non esiste (o quasi) nessuno libro di Donato Carrisi che non richieda al lettore di doversi fermare per ricapitolare quanto successo. L’uomo del Labirinto non fa eccezione, con l’unica differenza dell’inganno perpetrato volontariamente verso il lettore/spettatore.

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