Luigi Tenco è stato l’artista che più profondamente di ogni altro ha rivoluzionato la musica italiana. La sua breve carriera e la sua tragica scomparsa sono state una meteora che è impattata sul mondo della musica leggera, cambiandone per sempre il volto. Personalmente mi piace dire che in Italia siano esistiti un pre-Tenco e un dopo-Tenco.
Il cantautore alessandrino (ma genovese d’adozione) è stato un precursore di più correnti artistiche. È stato uno dei primi a capire e a sfruttare le potenzialità liriche e comunicative del mezzo canzone (a tal proposito ricordo una sua vecchia affermazione: “Soltanto le parole bastano per fare una canzone che sia vera, giusta, moderna. Non c’è bisogno di altro”), così come a portare in Italia la canzone di protesta presessantottina e a riscoprire il valore della musica folk popolare.
Insomma su Tenco e sui suoi brani si potrebbero dire davvero un sacco di cose, molte delle quali però sono già state ripetute migliaia di volte nel corso degli anni.
Con questo articolo quindi vorrei cercare di dire qualcosa di nuovo sull’argomento, parlandovi di due tra i tanti aspetti della produzione testuale e musicale di Tenco che trovo estremamente interessanti. Il primo concerne la forma e il secondo, invece, il contenuto. Andiamo a scoprire quali sono.
La non-poesia
Un fattore caratteristico di molte liriche di Tenco è la totale assenza di elementi poetici, nel senso più tecnico del termine. Il cantautore alessandrino non è solito utilizzare similitudini, metafore o altre figure retoriche di significato. Spesso inoltre si tiene lontano dall’utilizzo di rime et similia e non adotta mai un metro fisso. L’unica parvenza formale che accomuna la maggior parte delle sue canzoni è il senso musicale della ripetizione.
La sua scrittura è generalmente di stampo prosaico. Ne sono un esempio eclatante tutti i suoi brani di matrice più politico-sociale, come “Hobby”, “Vita sociale” e “Giornali Femminili”.
Ma, senza scomodare canzoni per molti sconosciute, possiamo notare come anche i suoi classici di stampo più intimista siano essenzialmente spogli di artifici poetici. Basti pensare che “Vedrai, vedrai” ha per sola figura retorica di significato una similitudine (“Tu non guardarmi con la stessa tenerezza, come fossi un bambino che ritorna deluso”), oppure che “Lontano, lontano” non ha che una sorta di sinestesia (“Sulle labbra di un altro troverai quella mia timidezza”).
Certo esistono delle eccezioni non trascurabili. Ad esempio “Quando” ha un impianto allegorico davvero notevole e “Ciao, amore, ciao” presenta qualche figura retorica in più del solito. Ma su tutta la discografia di Tenco i casi sono piuttosto limitati e confermano quindi la tendenza opposta.
Inoltre negli ultimi anni di carriera lui stesso si dichiara più volte distante dall’ideale poetico decadente tanto in voga tra i cantautori italiani, che trova valido per il fine estetico ma controproducente per quello contenutistico. E si dice, al contrario, interessato ad un linguaggio più diretto e meno poetico, che comunichi il messaggio del testo nel modo più violento e impattante possibile.
Riporto a tal proposito due interviste: la prima, del 1966, viene rilasciata ad Herbert Pagani per Radio Montecarlo; la seconda, del 1967, per Sorrisi e Canzoni TV.
– E dei cantautori italiani cosa mi dici? Di Genova…
– I cantautori italiani… io sono un po’ coinvolto nel fenomeno, però ti dico sinceramente che… cioè ai cantautori italiani bisogna dare… è un discorso un po’ lungo…
– Facciamolo breve.
– Lo facciamo breve, ed è questo il discorso. Prendiamo i decadenti, perché la musica di questo tipo è decadente. Il ritornare sui temi “amore, fiori” con nuove frasi, con nuovi tipi di linguaggio, significa un compiacimento formale, ma una mancanza di sostanza. Questo non significa che non facciano delle cose bellissime, perché ci sono delle canzoni che mi piacciono molto di Endrigo, di Paoli, di Lauzi. Sono delle canzoni che io stesso ho fatto. Il giudizio complessivo che si può dare è negativo, perché oggi che altri ragazzi, la radio, la stampa, la televisione sembrano disposti ad ascoltare anche determinati linguaggi, chi ha l’intelligenza per adoperarli farebbe bene a farlo. Quindi chi non lo fa o ha degli interessi economici o se ne frega. E questo è il giudizio negativo che ne scaturisce. Però ciò non toglie che ci siano delle belle canzoni da ascoltare, piacevoli, come ad esempio “Ti ruberò” di Lauzi, che sembra uscita fuori da un festival delle rose, o cose del genere. La canzone è bella, peccato che parli…
– … e che non dica niente di nuovo?
– Esatto._
– Chi sono i cantautori che lei stima? Endrigo, Paoli, Lauzi, mi pare.
– I cantautori sono la rappresentazione in chiave musicale leggera di un certo decadentismo di tipo dannunziano (Visconti ha spiegato come il termine decadente non sia dispregiativo). Io li stimo perché le loro canzoni mi sono piaciute, un tempo; forse mi hanno influenzato per un certo periodo. Quello che più ammiro, in Endrigo e Paoli, è il modo di dire le cose. Però stimo molto di più quelli che hanno qualcosa da dire. A una forma perfetta preferisco l’importanza del contenuto, sia pure male espresso.
– Un esempio?
– “II ragazzo della via Gluck” di Celentano.
– Per usare i termini matematici, che lei predilige, qual è il minimo comune denominatore delle sue canzoni?.
– Non il problema amoroso, ma forse questo: a me piace che le cose vengano dette nel modo meno cauto e meno poetico proprio per non togliere l’irruenza a quello che si sta dicendo: la capacità di colpire, di andare a segno.
Addirittura nel suo brano Una vita inutile Tenco descrive la figura del poeta come negativa, poiché troppo incentrata sulla comprensione degli eventi e troppo poco sulla comprensione di se stessi.
Una vita inutile vivrai
se non diventerai qualcuno –
questo diceva a me un signore
e la sua casa era una reggia.Una vita inutile vivrai
Se non saprai capire il mondo –
questo diceva a me un poeta
che conosceva mille parole.Provai ad essere qualcuno
però sono rimasto nessuno.
Provai a diventare un poeta
ma il mondo non ho capito ancora.Una vita inutile vivrai
se non farai di te quel che vuoi –
mi disse un uomo, guardando il mare
– una vita inutile vivrai.
Un ulteriore manifesto della sua poetica può essere trovato in un passaggio della sua Ballata dell’arte, in cui attacca la tendenza degli artisti a creare contenuti complessi e inaccessibili ai più. Non è un messaggio esattamente corrispondente a quello contenuto nelle interviste ma va a parare nella stessa direzione: secondo Tenco la forma soffoca i contenuti.
(…) C’è chi dice che l’arte
non ha rapporti con l’uomo comune
per cui l’artista vero
non può usare un linguaggio capito da tutti.
Anzi, meno comune
sarà il linguaggio usato
tanto più verrà a galla
la personalità (…).
Abbiamo quindi appurato che Tenco si esprime in modo volutamente poco poetico. E proprio per questo motivo sono solito definirlo un non-poeta.
Ma paradossalmente nel suo essere un non-poeta si rifà ad un’idea di poesia estremamente evoluta, molto vicina a quella contemporanea nella sua semplicità e nella sua crudezza. E ciò ci dimostra per l’ennesima volta quanto quest’uomo fosse tremendamente avanti coi tempi.
Il leimotiv dei sogni svaniti
Un altro fatto curioso riguardante i testi di Tenco è il suo continuo utilizzo degli stessi tòpoi letterari. Un uso così ossessivo e ripetuto da rendere palese la sua matrice inconscia e incontrollabile.
Ricordo un intervento di Morgan risalente a circa un anno fa in cui l’ex-frontman dei Bluvertigo diceva che Luigi Tenco cantava la non-accettazione, perché lui non accettava il mondo in cui viveva e il mondo non accettava lui, i suoi modi e le sue convinzioni. Molti suoi testi infatti si basano interamente su una condizionalità: tra questi “Se potessi, amore mio”, “Se sapessi come fai”, “Se qualcuno ti dirà”. Altri invece su un più netto rifiuto: “No, non è vero”, “Ragazzo mio”, “Non sono io”. Addirittura “E se ci diranno” si basa su entrambe le cose.
Questo può essere un primo esempio del discorso sui tòpoi letterari, ma nella discografia di Tenco se ne possono trovare davvero a decine. Ad esempio, trovo particolarmente degno di nota quello dei sogni svaniti.
Anche questo sembra essere una conseguenza della sua non-accettazione del mondo. Da quello che traspare dai suoi brani e dalle sue interviste il cantautore alessandrino era una persona dal carattere fortemente idealista, un sognatore vero e proprio. E nei suoi testi parlava spesso di questi suoi sogni che si infrangevano di fronte alla realtà dei fatti. Ecco qualche esempio.
Quando il mio amore tornerà da me
nel cielo una stella splenderà.
S’è spenta da quando il mio sogno è svanito
da quando il mio amor fuggì da me.
Nel suo primo brano di successo, Quando, Tenco parla dell’amore come di una forza miracolosa. Infatti la possibilità di vivere una vita in sua presenza viene paragonata ad un sogno vero e proprio: una dimensione di totale beatitudine, una sorta di panacea.
Ed ora
che avrei mille cose da fareio sento i miei sogni svanire
ma non so più pensare
a nient’altro che a te.
In Mi sono innamorato di te invece l’amore o, meglio, l’innamoramento porta grande destabilizzazione nella vita dell’autore. La sua forza è talmente dirompente da monopolizzare i suoi pensieri. E così i suoi progetti, i suoi impegni e i suoi sogni diventano totalmente irrealizzabili.
No, non è vero!
– La tua donna è andata via e non tornerà mai più.Oh no, non è possibile!
– Il tuo mondo fatto di sogni è svanito insieme a lei.
No, non posso credere!
– Ora impara dai tuoi ricordi qualche cosa sull’amore.
No, non è vero!
– Passeranno le settimane il rimpianto si perderà.
No, non si perderà!
– E ti troverai a sognare qualche nuovo eterno amore.No, non sognerò, non sognerò più!
– E ogni volta vivrai di sogni in un mondo fuori dal mondo.
– Ma finirà.
No, non finirà! Non lo lascerò finire!
– Ma finirà.Io lo so salverò anche a costo di morire!
– Ma finirà.Non permetterò al mio sogno di svanire!
– Ma finirà.E allora cosa debbo fare!? Cosa debbo fare!?
No, non è vero!
– Troverai un amore vero quando smetterai di sognare.
Oh no, non è possibile!
– Quando lo saprai costruire in quest’unico mondo vero.No, non è vero!
– Quando avrai imparato a vivere la tua vita insieme agli altri.
No, non imparerò mai!– Quando tu saprai accettare questo mondo così com’è.
No, no, no, no!
– Quando tu saprai accettare questo mondo così com’è.No, non è vero!
Un altro caso lampante è la meno conosciuta No, non è vero, in cui Tenco dialoga, sofferente e disperato, con un coro – rispettivamente nelle vesti della propria persona e della propria coscienza – sul fatto di essere stato appena lasciato dalla sua donna.
Qui la retorica del sogno viene ripresa più volte. Esattamente come in “Quando”, la dimensione della presenza di amore nella propria vita viene paragonata a quella del sogno. Ma in questo caso i toni sono più cupi e l’autore è particolarmente severo con se stesso: si accusa di sognare troppo e di non saper stare al mondo, mentre prima si ripromette di non sognare mai più e poi si accorge di non poter mantenere questa promessa.
Specifico che esistono due versioni della canzone. Il testo riportato è quello della seconda.
Potrei proporvi una serie di altri esempi, come Il mio regno, Ah, l’amore, l’amore, Io sì e Un giorno dopo l’altro. Tuttavia penso che il discorso sia già abbastanza chiaro e, onde evitare un’eccessiva ripetitività e di intaccare la fruibilità dell’articolo, preferisco limitarmi a quelli già citati. Lo scopo si ritiene raggiunto: invitare chi ancora non lo ha fatto ad approfondire questo grandissimo artista.