L’ultima rivoluzione di Luigi Tenco

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Alle primissime ore del 27 gennaio 1967, Luigi Tenco viene trovato senza vita nella stanza numero 219 dell’hotel Savoy di Sanremo. Nessuno sa con precisione come sia avvenuta la morte: la maggior parte degli indizi portano a pensare che il cantante si sia suicidato, nonostante i vicini di camera sostengano di non aver sentito lo sparo della pistola, ritrovata accanto al corpo. È Dalida a scoprirlo, la stessa Dalida con cui Tenco è andato a Sanremo per il Festival. La loro canzone, Ciao Amore, Ciao, ha alle spalle un passato piuttosto travagliato, così come tormentata è la storia d’amore che li lega – almeno fino al periodo precedente la partenza per la Liguria. La perdita dell’uomo che ama è un trauma così profondo per lei da spingerla al primo tentativo di suicidio, appena un mese dopo.

La morte di Luigi Tenco rappresenta – nella sua drammaticità – un momento di svolta per la musica italiana. Prima di lui, pochi cantautori si sono impegnati nella più popolare gara canora; dopo, quasi nessuno. Il suicidio del trentenne, nato a Cassine ma cresciuto a Genova, infatti, viene considerato dai colleghi come una sorta di monito, di avvertimento: non è l’ispirazione, l’arte ad avere la meglio nel contesto di Sanremo, ma il mercato. Al Festival non vince la musica né l’innovazione, bensì la tradizione. I gusti del pubblico benpensante dell’Italia degli anni ’67 non accettano di buon grado i cantautori, “roba da giovani”, senza voce né cose da dire – molto meglio Claudio Villa. Per le nuove generazioni, la perdita di Luigi Tenco equivale ad un martirio, il sacrificio di uno come loro, che ha portato con onore e orgoglio il proprio messaggio fino all’ultimo secondo, andandosi a scontrare contro il muro più grande e difficile da superare, il Festival di Sanremo. A cinquant’anni dal fatto, può sembrarci esagerata una reazione del genere, eppure, a posteriori, spiega moltissimi comportamenti musicali e sociali legati ai fenomeni del momento (passati o presenti, ad ognuno il proprio). I cantautori, nella maggioranza dei casi, non partecipano alla competizione, vista come la patria di quella tradizione stantia e logora che si impegnano a scardinare, i fan si riuniscono per discutere e scambiarsi opinioni.

Tutto questo deriva dalla fine di una vita, da un proiettile. Ma come e perché, nei primi anni ’60, si inizia a parlare, ad ascoltare i dischi di Luigi Tenco? In principio era Mi Sono Innamorato di Te, la vera protagonista di questo articolo. Quando l’LP fa la sua comparsa in radio e nei negozi, nel 1962, il mondo della musica italiana sta prendendo confidenza con gli urlatori e il rock ‘n’ roll, comincia a dare spazio alla prima ondata dei cantautori, lascia il campo agli scontri tra i giovani e i “vecchi”. Luigi Tenco fa parlare di sé e del proprio brano per due ragioni: è stato completamente scritto da lui (parole e musica, in piena continuità con i colleghi, molti genovesi come lui), ma soprattutto concorre alla rottura degli schemi melodici del tempo. Mi Sono Innamorato di Te, infatti, non ha introduzione: non una nota anticipa la voce che afferma di provare un forte sentimento per l’ipotetica destinataria perché “non aveva niente da fare”. Motivazione non solo impossibile, ma addirittura eretica per un pubblico abituato ad anni ed anni di fiori, colombe e mani sul cuore.

I giovani si stanno (finalmente) dirigendo verso nuovi orizzonti, hanno bisogno di parole e suoni diversi, originali. Tenco, dal canto proprio e condividendo quelle necessità, cerca di soddisfarli. Per riuscire nel proprio intento, sceglie di “attaccare” l’argomento più diffuso della musica italiana, l’amore, e lo spoglia di quella sacralità stilnovista per renderlo più “pragmatico”, meno idealizzato. La destinataria della dichiarazione non è una donna-angelo, né una musa ispiratrice; la sua presenza si limita ad un “qualcuno” ed un “qualcosa”, un pronome personale complemento (“te”). Il sentimento che il protagonista prova lo spinge ad un conflitto interiore: la ama e proprio per questo non riesce ad allontanare le mente e il cuore da lei, si sente confuso, perciò si pente di averla incontrata e non essere più del tutto in grado di gestire la propria vita quotidiana. Eppure, in qualche modo, è stato lui a “cacciarsi in questo guaio” e lo ammette quando afferma di non riuscire più a stare solo, di volere qualcuno da sognare, ma soprattutto nel momento in cui si rende conto di andarla a cercare spontaneamente. L’arrangiamento sembra insistere sull’essenzialità, il minimalismo del testo: i primi 37 secondi sono pianoforte e voce, al 38esimo si aggiungono gli archi e ad entrambi gli strumenti viene dedicato l’ultimo minuto di canzoni. Nulla di più, nulla di meno.

Il successo, quello vero, per Luigi Tenco arriva anni dopo l’esordio di Mi Sono Innamorato di Te, non molto tempo prima della sua morte. Nel periodo che separa il 1962 e il 1966/1967, infatti, sono molte le canzoni scritte, incise e pubblicate, eppure poche hanno raggiunto la popolarità che meritano: la maggior parte devono affrontare la durezza della censura, le altre non piacciono particolarmente alla grande massa. Tenco trova la propria strada nella canzone socialmente impegnata, che in Italia arriva dopo il ’65, sulla scia di Bob Dylan (citazione non casuale, in quanto proprio il cantante genovese ha inciso la versione italiana di Blowin’ in the Wind, La Risposta è nel Vento): denunce contro la guerra, l’antimilitarismo, lo scontro generazionale; l’acqua inizia a bollire nella pentola del Sessantotto. Anche l’ultima canzone, Ciao Amore, Ciao, fa parte di queste: non è un semplice brano in cui i due innamorati si devono separare, ma il racconto dell’emigrazione dalle campagne alle città, della povertà e sì, in fondo, anche un po’ dell’amore.

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