Perché Sky Blue Sky è il più bel disco dei Wilco (anche se non è vero)

Per prima cosa nel 2007 c’era ancora MySpace, e sicuramente è una motivazione non trascurabile.

A inizi marzo uscivo dalla clinica ginecologica, avevo appena visto l’ecografia del mio primo figlio al 3o mese: quando lo salutai sullo schermo lui reagì subito muovendosi verso di me, il cuore mi saltò per aria e fu l’inizio di una grande storia.

Eppure The Thanks I Get non mi convinse.

Ai fini del giudizio che sto per dare dovreste sapere che io non sono per niente un ascoltatore elastico, multitasking.

Io ascolto una sola cosa per mesi e nient’altro. Una sola band, un solo album, un solo artista, una sola corrente di pensiero: io mi concentro su qualcosa, e quel qualcosa per quel periodo per me è tutto.

Poi all’improvviso, nauseato dal sovraccarico, getto via ogni cosa, come un osso esausto, ormai insapore.

Quello era il “Mio Periodo Wilco” e il singolo anteprima (The Thanks I Get appunto) non mi convinceva.

Sarà che non aveva l’enorme fascino sbilenco di Yankee Hotel Foxtrot, le meravigliose aperture di A Ghost is Born o le intimità e la spigliatezza di Summerteeth; sarà che non sapevo esattamente cosa aspettarmi.

Quella “roba lì” non mi sembrava da Wilco.

Decisi di sospendere il giudizio però e non feci caso a tutti i rumors sull’imminente nuova uscita di quello che per me è il più grande gruppo rock degli ultimi due decenni.

Ignorai anche Federico, il pusher dei Wilco, che mi parlava così bene dell’Ep post tour in Germania.

“In troppi hanno toppato il 6° disco” affermavo con goffa autorità. Ma chi esattamente? Non certo Bowie che fece Aladdin Sane.

Neppure Zappa con Apostrophe, poi incluso in un doppio senza senso con Over-nite Sensation… Cosa c’entra Cosmik Debris con Camarillo Brillo? Spiegatemelo! Io ancora me lo chiedo.

Ma nella primavera del 2007 invaghito dall’imminente paternità, ero appeso alla nuvola spensierata di Kamera oppure tra i cipressi di Being There (passato l’intro): ci rivivevo gli afosi pomeriggi all’ombra delle ghiande verso la stalla dei Caggiati, quando rubacchiavo monete nei portafogli di casa per permettermi il lusso dei ghiaccioli.

Insomma, avevo speranza. Il passato musicale mi nutriva e tirai dritto fino a maggio.

Un venerdì tardo pomeriggio percorsi veloce quei 500 metri partendo dal Disco Club col cd in mano, indifferente anche alle studentesse di Lettere. Scartai in malo modo la plastica e la gettai per terra all’altezza di via Linati. Viale Pier Maria Rossi, macchina, stereo, play.

“Maybe the sun will shine today, the clouds will blow away, maybe i wont feel so afraid, i will try to understand either way”.

Non ero pronto.

Non ero pronto per quella felicità. Mai stato forse. Sempre attratto, certo, fortemente attratto, ma mai veramente preparato.

Non ero pronto a mollare tutto così. Io che avevo le antenne sempre puntate, il senso critico a mille: sui suoni, sulle strutture, sull’esecuzione.

Ma chissà perché le sovrastrutture non prevalsero. Non criticai gli archi o il solo di Nels Cline, quella strappata quasi jazzy. Chissà perché accettai Either Way così com’era.

Mi arresi scoprendo che al mondo si può essere felici anche solo per i pochi minuti di una canzone.

La felicità pervadeva quel disco, così, impunemente, semplice e spudorata come adolescenti in piscina.

Il disco procedeva placido, bello, aperto: tra struggenti ballads (Please Be Patient To Me) e l’Americana solare di What Light o di You Are My Face, dallo stupendo intermezzo.

Ma cosa sto scrivendo a fare? Impossible Germany era lì quasi subito: una cavalcata emozionale, un viaggio gratuito tra incantevoli paesaggi per cui nessun altro può strappare il biglietto.

E anche volendo aprire gli occhi dell’analisi, tutte le sovrastrutture nel giudizio di cui parlavo sopra, trovavano comunque soddisfazione: la combinazione delle parti, la composizione melodica, i testi, il suono. L’immediatezza apparente giaceva placidamente sopra un lavoro certosino.

Lavoro che assorbiva dal country e dal folk il grande pregio di saper afferrare con semplicità l’essenziale, e infatti appena dopo eccola “Sky blue sky“, la title track.

“Windows broken and dreaming So happy to leave what was a home”

Ed ancora una volta vidi arrivare il carico di ricordi che solo la grande musica può evocare: come se ci fosse ancora mia madre in giro per le ultime faccende, con tutto il repertorio di una campagna mistica com’era la mia San Michele dell’infanzia. Le cicale serali filtrate dagli scuri di pino; i flutti dei pesci dal lago artificiale di fianco al salumificio a puntellare il sottofondo gradevole delle celle frigo accese.

Una canzone, un disco, a ricordarci che dalla semplicità del quotidiano si può assorbire la promessa del futuro, la sua sostanza, che è essenzialmente di benevola attesa.

Mi fermo qui, dicendo solo che forse ci voleva una band dall’altra parte del mondo, da Chicago, per mandarci questo fondamentale promemoria.

Il coraggio dei dischi semplici. Dei grandi dischi.

D’altronde avevo già preso una bella sberla da David Crosby. “Laughing” mi risuonò in testa per mesi, tanto che non riuscivo nemmeno a ricordare il mio nome.

Ecco perché questo è il miglior disco dei Wilco: perché non me lo ricordo, il perché. E non mi importa.

And I thought that I’d seen someone who seemed
At last to know the truth
I was mistaken, it was only a child laughing in the sun

David Crosby

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