Wolf Alice: malinconico e selvaggio, quando il rock è di tutti

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Raised by wolves and other beasts

Nel 1979 le librerie del Regno Unito cominciano a esporre un libro misterioso, destinato, come tutte le provocazioni, a far discutere: La camera di sangue. Si tratta di una raccolta di dieci racconti firmata Angela Carter, scrittrice già nota per i suoi romanzi e il suo lavoro di giornalista.

Le storie sono liberamente ispirate a fiabe e favole europee (tra cui Il gatto con gli stivali, La Bella e la Bestia, Biancaneve e Cappuccetto Rosso) che la Carter, ironica e pungente, si diverte a stravolgere fino a ridicolizzare gli adattamenti della Disney. Non c’è spazio, qui, per il classico cliché della fanciulla salvata da un eroico cavaliere; la donna ritratta dall’autrice, sempre in lotta per la causa femminile, viaggia verso la consapevolezza di sé contando sulle proprie forze. Così fa, per esempio, anche la protagonista dell’ultimo racconto, Lupo-Alice: una bambina allevata dagli animali, felicemente selvaggia eppure fragile e compassionevole.

Come vedremo, questa è anche la natura della musica dei Wolf Alice, band londinese il cui nome è un chiaro riferimento al racconto e che dal 2010 non ha mai smesso di essere sé stessa.

Ribelle e al tempo stesso disperato, il rock dei Wolf Alice si rivolge a un pubblico ampio. Guai, infatti, a vederlo come un grido scontato per adolescenti tormentati; la voce della ventottenne Ellie Rowsell, che scorre sopra due chitarre (la sua e quella di Joff Oddie), il basso di Theo Ellis e l’energia del batterista Joel Amey, riesce a mettere d’accordo generazioni diverse proponendo un universo musicale vario in cui speranza, senso di inadeguatezza, rabbia, droga e nostalgia si amalgamano perfettamente.

La stessa Rowsell sembra avere due anime. Una è quella che prevale nelle interviste mostrandoci una ragazza in tutta la sua delicata e magnetica timidezza; l’altra si impone quando è il momento di salire sul palco e far capire a tutti perché si è lì. Ellie trova nei concerti il proprio habitat naturale, un microcosmo dove scatenarsi e liberare una voce che può mutare in modo impressionante a seconda della canzone. Si fa presto a passare da un brano come Sky Musings, affascinante sussurro di tre minuti, all’esplosione di Formidable Cool, traccia immediatamente successiva nell’apprezzatissimo album del 2017, Visions of a Life. Apprezzatissimo, certo, e vincitore della penultima edizione dell’ambito Mercury Prize, quando a giocarsela c’erano anche, tra gli altri, Noel Gallagher, Florence and the Machine, Lily Allen e gli Arctic Monkeys.

Come tutti i lupi, i Wolf Alice cambiano il pelo, seppure per esigenze espressive (ma, in un certo senso, anche di adattamento).

Ebbene, c’era una volta…

Lupo pazzo

I don’t wanna be cruel, but you’re really grinding
I’m not a fool but I have a rage and it’s blinding
I feel it coming, is it exciting?
I feel it coming, yeah I’m unwinding

“Fuck you” è probabilmente l’offesa più comune nel mondo anglofono. Chissà come è venuto in mente a Ellie Rowsell di trasformarla in Yuk Foo, brano di lancio dell’album succitato. Flusso di coscienza, ecco tutto. La cantante ha scritto il testo durante un tour, in un momento di pura rabbia. Sempre meglio che sfasciare il camerino dove si trovava, da sola.

Molto di questa canzone è sulle aspettative che hanno su di me – come fidanzata, come amica, come membro di una band, come donna. Non stavo imprecando perché farlo ti rende figo o perché non avessi niente di meglio da dire. Lo facevo perché è quello che fai quando sei incazzato: imprechi e urli.

Yuk Foo è l’esasperazione di un’inquietudine già espressa da quella che potremmo definire la sua “antenata”: You’re a Germ.

Lupo fedele

Are your lights on?
Are your lights still on?
I’ll keep you safe
If you keep me strong

Niente è più spontaneo di un’amicizia tra bambini. In Bros (dal primo album del 2015 My Love Is Cool) la fantasia infantile di due giovani amiche occupa l’intera realtà. Possiamo fare quello che vogliamo, insieme. Il resto non conta.

Lupo romantico

I look at your picture and I smile
How awful’s that? I’m like a teenage girl
I might as well write all over my notebook
That you ‘rock my world!’
But you do, you really do
You’ve turned me upside down
And that’s okay, I’ll let it happen

Il lupo cresce e scopre l’amore. Soprattutto, si rende conto che è un casino, ogni volta. Non ci si abitua. Anzi, forse ci si sente sempre più inadatti, stupidi. Al punto da porsi una domanda tremenda:

What if it’s not meant for me?

E se non facesse per me?

Questo è Don’t Delete the Kisses. Errori, confusione. Talmente belli da far male.

Lupo solitario

And in a black, black hole deeper than death
I would wait for you there, just give me the breath to say it
Back together

Poi può capitare che il lupo resti fuori dal branco senza volerlo. Vaga senza uno scopo, incapace di guardarsi dentro. Ha senso lottare da soli per la sopravvivenza?

Se Moaning Lisa Smile è la quasi totale rassegnazione all’incapacità di sfuggire alla propria inadeguatezza, Lisbon è un pianto pieno di speranza che viene su da un buco nero. Si prova, si soffre, si ha bisogno di qualcuno che ci curi. O che almeno ci aiuti a trovare una cura.

And I would lick your wounds and care

E leccherei le tue ferite prendendomi cura di te

Anche quando non vogliamo ammetterlo, siamo animali sociali. Altro che homo homini lupus.

Lupo disperato

Just looking for a protector
God never reached out in time
There’s love, there is a savior
But that ain’t no love of mine

My Love, it kills me slowly
Slowly I could die

C’è poco da discutere: i migliori Wolf Alice, finora, sono quelli di Silk, canzone inserita nella colonna sonora di Trainspotting 2.

“Il mio amore mi uccide lentamente, lentamente potrei morire”. E stavolta non parliamo solo di desiderio romantico, ma dell’amore verso le cose della vita: un sogno irraggiungibile, un vizio velenoso (chiedetelo a Spud, Sick Boy e amici…), un passato irrecuperabile.

Siamo lupi feriti. Eppure, si resta vivi. Si continua a scegliere la vita. Se non altro, per la bellezza che resta e ci è concessa. Per tutto il buono che, nonostante tutto, riusciamo a cogliere.

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