L’uomo che fissa le capre: un film tra guerra e paranormale

Questo articolo racconta il film L’uomo che fissa le capre di Grant Heslov in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Le campagne militari degli Stati Uniti d’America, nel corso della loro storia, sono state innumerevoli. Dalla fine del Secondo conflitto mondiale in Europa poi, quando entrarono in guerra contro l’Asse, contribuendo in modo determinante insieme all’ Unione Sovietica alla conseguente capitolazione delle Germania nazista. Ma dopo cosa successe? Con in tasca il patentino da difensori della Democrazia (cosa che tra l’altro all’interno delle loro mura cozza profondamente con l’eguaglianza), si sono permessi molte licenze di interferenza in molti dei Paesi che loro tutt’ora definiscono “non allineati”. Dalle campagne di destabilizzazione dell’America Latina, in cui ebbe un ruolo da primadonna il segretario di Stato Henry Kissinger, causando gravissimi danni alla democrazia cilena per citare la goccia nel mare delle nefandezze di quest’uomo. Addirittura nel 1973 conseguì il Premio Nobel per la pace, a dimostrazione che la Storia, e le pressioni americane possiedono un gran senso dell’umorismo.

Delle centinaia di scampagnate democratiche figlie della bandiera a stelle e strisce, il regista losangelino Grant Heslov prende in causa, anche grazie ai racconti del reporter Jon Ronson, la Seconda guerra del Golfo. Quest’ultima, chiamata più comunemente guerra in Iraq, ebbe inizio del 2003 con lo scopo americano di destituire Saddam Hussein, che a loro dire nel suo Paese custodiva armi di distruzioni di massa, tra l’altro mai trovate, e con molte probabilità inesistenti. Il titolo possiede un che di goliardico: “L’uomo che fissa le capre”, e si sofferma sugli esperimenti psicologici “presunti” dell’esercito americano sui prigionieri di guerra iracheni. Un certo tipo di esperimenti però viene riservato anche agli stessi membri delle Forze armate sin dai tempi del Vietnam, nel tentativo di creare una sorta di “superuomini”: questi comprendevano lettura della mente, telecinesi, attraversamento delle pareti e tanti altri espedienti tra cui far fermare il cuore dei poveri mammiferi con le corna, solo con l’intensa osservazione.

La dissacrazione, e lo scherno che l’intera pellicola riserva all’esercito americano ovviamente non convince molto in patria, ma come spesso accade in Europa raggiunge un buon successo. Era già successo con Good Night, and Good Luck, diretto da George Clooney e sceneggiato dallo stesso Heslov, dove i due denunciavano il Maccartismo dei primi anni Cinquanta, in cui ne pagarono le spese soprattutto tra gli uomini e donne di spettacolo. Ora Clooney, nei panni del “Soldato Jedi” Lyn Cassady, ma anche di produttore, sorprende in positivo come spesso è accaduto nella sua carriera, con ruoli particolari che mettono alla prova costantemente le sue abili capacità interpretative. Questo particolare nucleo hippy dell’esercito è fondato nel film da Jeff Bridges, alias Bill Django, a dir poco perfetto nel ruolo del sapiente stralunato istruttore.

Il regista, con un abile comicità nera, tocca dei temi fondamentali del tessuto statunitense, molto acritico nei confronti di alcuni rami della sua società, che diciamocelo è ancora mossa da forti sentimenti coloniali frutto di una superiorità di intenti che è presente solo nel loro immaginario. Vengono citate ovviamente le carceri di Abu Grahib, teatro di sevizie e torture indicibili da parte dei soldati americani nei confronti dei prigionieri, perlopiù iracheni, e dove addirittura venivano incarcerate persone illegalmente, i cosiddetti “Detenuti fantasma”. Per questo, dopo il clamore scatenato da alcune immagini raccapriccianti trasmesse per mezzo stampa, l’amministrazione Bush jr. chiese scusa pubblicamente, adottando però pene abbastanza lievi per gli autori di tali efferatezze.

Oltre ai due grandi attori citati, compaiono altri “big” come Ewan McGregor, nel ruolo del reporter Bob Wilton, che in alcuni tratti della storia, ricorda certamente Ronson, anche per l’appartenenza geografica, senza dimenticare Kevin Spacey così subdolo e cospiratore, e come sempre perfetto. I dialoghi accorati dal duo Clooney/McGregor convincono ed a tratti risultano esilaranti, anche per chi conosce poco le vicende americane in Medio Oriente.

L’apparente leggerezza dell’opera dai vaghi sapori “Coeniani” non deve trarre in inganno, proprio per come vengono messi in scena argomenti di una così tale complessità, il regista e gli sceneggiatori meritano un plauso particolare. La colonna sonora è altrettanto strampalata, ma come la stessa idea del film funziona, con i Boston e la loro More than a feeling, o il Britpop dei Supergrass, proseguendo con la divina Dusty Springfield.

È certo che la pellicola abbia diviso il pubblico al momento dell’uscita, proprio perché alcuni confusero l’estrema arguzia con il nonsense. Ma anche di questo è fatta la settima arte e l’arte in generale, può essere compresa o meno, ma soprattutto la sua soggettività comunque lascerà sempre qualcuno scontento. Questo dimostra, ancora una volta che una parte dell’opinione pubblica ancora non è pronta, o probabilmente non ne vuole neppure sapere delle cause di alcune vicende che smuovono il mondo, anche se bene o male toccano comunque le loro esistenze. L’intento del film però è compiuto, il far riflettere sulle guerre prettamente predatorie che ancora oggi la fanno da padrone, e con alcune nazioni che credono ancora di avere il dovere di “invadere” per le aspirazioni di pochi.

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