Dai Joy Division ai New Order: un sogno oltre la morte

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Here are the young men, well where have they been?

Joy Division, Decades

Questa è una storia che comincia dalla fine di un’altra, bruciata con la stessa fretta che l’ha vista nascere. È la storia, anzitutto, di quattro ragazzi della periferia di Manchester, annoiati da quel poco che l’ambiente gli offre. Sono dei ventenni come tanti, per i quali si prospetta una vita come tante, fatta di impegni ordinari, fatica e piccole soddisfazioni. A parte questo, li accomuna una grande passione per la musica, che li spinge ad approfittare di ogni concerto nelle vicinanze per distrarsi da quelle giornate grigie e sempre uguali che non portano mai niente di nuovo. Il peggio di una crisi politica ed economica già scoppiata deve ancora venire, e toccherà anche a loro pagarne le conseguenze. Ma, forse, non nei panni di operai o impiegati. I soldi non sono molti, ma per certi eventi non mancano mai. È proprio a uno di questi – lo storico concerto dei Sex Pistols del 1976 – che tutto cambia: nella serata che ispirerà la creatività di un’intera generazione di artisti, Peter Hook e Bernard Sumner, amici di lunga data, conoscono Ian Curtis, che hanno già visto bazzicare per le strade.

Era difficile non notarlo: andava a giro indossando una giacca con la scritta HATE

Peter Hook

Peter al basso, Bernard alla chitarra e Ian al microfono. Ottimo, ma non sufficiente. Ecco che il quarto membro, Stephen, si unisce agli altri dopo aver visto l’annuncio di una band ancora incompleta che cercava un batterista. “Per informazioni, chiamare Ian”, dice il volantino. È qui che tutto ha inizio.

Mi aspettavo una persona dai modi rock, un po’ rudi. Invece era un ragazzo gentile e timido

Stephen Morris sul suo primo incontro con Ian Curtis

In quattro anni, tra il 1976 e 1980, i Joy Division (in origine Warsaw) portano la loro musica in tutta Europa e sfornano due album che ancora oggi sono considerati pietre miliari: Unknown Pleasures e Closer. Quest’ultimo spegnerà le sue 40 candeline proprio quest’anno, il 18 luglio. Concepiti entrambi sotto la supervisione dell’eccentrico e geniale produttore Martin Hannett e del manager Rob Gretton, i due lavori mettono in luce il talento dei singoli membri, nonostante si tenda a ricordare soprattutto le doti di Ian come scrittore e cantante.

Per quanto la tentazione sia forte, non ci si soffermerà qui sulle qualità e sulle vicissitudini del gruppo, già discusse in passato. Come è stato accennato all’inizio dell’articolo, questa è la storia di un passaggio, di una band che dalle proprie ceneri ha saputo rialzarsi e mutare in qualcosa di eccezionalmente diverso.

Alla vigilia del tour in America qualcosa si rompe. È l’anima di Ian Curtis. Gravato da una malattia, l’epilessia, di cui sa di soffrire da più di un anno e che sta degenerando; costretto a una vita di doveri, quella di padre e marito, che lui stesso si è scelto, ma alla quale non è neanche lontanamente adatto; incapace di chiudere la relazione extraconiugale con la giornalista Annik Honoré e travolto da questioni esistenziali, Ian sceglie la morte, impiccandosi in casa. È il 18 maggio dell’80. Tutto diventa un indizio: i testi disperati, la danza macabra sul palco, quella rabbia demoniaca che usciva fuori in ogni live, gli sbalzi di umore sempre più frequenti. Ma è troppo tardi per accorgersene, e i sensi di colpa per non essere stati in grado di aiutare un amico, un marito, un amante e un figlio saranno un tormento duro da superare.

Nessuno aveva realizzato quanto fossero seri i suoi problemi. Eravamo tutti troppo occupati a divertirci, incluso lui

Rob Gretton

Spesso, nel racconto, ci si ferma a questo punto. La tragedia toglie la voce, che lascia il posto allo sgomento e a domande tanto belle quanto inutili che restano strozzate: “chissà come sarebbe stato se non fosse successo?”, “chissà cosa sarebbero potuti diventare?”. Meglio non pensarci e concentrarsi su ciò che è effettivamente accaduto dopo.

Ian Curtis è il cantante più rappresentativo della sua generazione

Tony Wilson

Quando il grande libro del rock sarà scritto e la verità finalmente rivelata, accanto a David Bowie e i Rolling Stones ci saranno anche i Joy Division

Henry Rollins

Passati i brividi lungo tutto il corpo, si può continuare a raccontare.
I tre superstiti vengono catapultati in un mondo nuovo, buio, in cui, da qualche parte, devono pur ricominciare. Ricominciare anzitutto non come musicisti, ma come gli uomini che stanno diventando.

Con Unknown Pleasures volevamo dare un seguito alla nostra adolescenza priva di responsabilità

Bernard Sumner

La morte dell’amico è l’esperienza che li inserisce definitivamente nel mondo degli adulti e che, nello stesso tempo, li mette di fronte alle proprie sane frivolezze. Dopotutto, sono ancora dei ragazzini che si divertono a fare tardi nei pub e a farsi scherzi a vicenda. Eppure, sono maturi abbastanza da rispettare il patto che hanno stretto anni prima insieme a Ian, un accordo che prevedeva la fine dei Joy Division nel caso in cui un membro avesse lasciato la band.

Lo spirito musicale sopravvive e, dietro consiglio di Gretton, si incarna nei New Order, il nuovo ordine, a cui si aggiunge presto come tastierista Gillian Gilbert, fidanzata e futura moglie di Morris. Resta per un po’ l’incognita del cantante, poi il ruolo viene assegnato a Bernard Sumner (anche se il brano di apertura del primo album, Movement, e poche altre sono cantate interamente da Hook). Il singolo che dà il via al nuovo ciclo musicale è Ceremony, in realtà scritto da Ian e già registrato pochi mesi prima del suicidio di quest’ultimo. Registrato nuovamente con la new entry, sarà anche uno dei punti più alti della band.

Movement, pubblicato nell’81, è l’unico LP dei New Order che si affida alla spalla di Hannett, profondamente scosso dalla scomparsa di Ian. Qualcosa non torna, o forse torna troppo: le sonorità oscure sono molto più che vagamente familiari; la voce di Sumner si distorce e assume un tono che ricorda decisamente quello di qualcun altro. Non ci sono dubbi, il fantasma di Ian Curtis è ancora lì che si aggira per lo studio di lavorazione. E non ci si lasci ingannare dall’avvio di Dreams Never End, la traccia simbolo che avrebbe dovuto aprire le porte a una nuova era. Di fatto, questo è il terzo album di un gruppo che, in teoria, non esiste più.

L’affermazione dei New Order come una realtà nuova, comunque, non tarda, e arriva con Power, Corruption and Lies due anni dopo. Le atmosfere cupe tipiche del post-punk vengono abbandonate in favore di quel synth pop che, con la complicità di altri protagonisti, tra cui i Depeche Mode, scalderà il decennio del sintetizzatore. Ciononostante, i New Order non mancheranno di condividere di tanto in tanto una malinconia velata, che si avverte per esempio in Temptation, The Perfect Kiss e Bizarre Love Triangle, per citare il meglio del loro repertorio. Difficile premere play e non aver voglia di mettersi a ballare.

Cosa non meno importante, l’approdo a una musica più dance e pop non coincide con il rifiuto tout court del proprio passato. Anzi, a rendere caratteristico il sound dei New Order è proprio la capacità di mescolare elettronica e rock, grazie soprattutto allo straordinario basso di Peter Hook (che lascerà definitivamente il gruppo nel 2007). Ascoltare Age of Consent a tutto volume per credere. Fatto? Bene, ora ascoltare Elegia, il lamento senza parole dedicato al compianto Ian. I più attenti non si lasceranno sfuggire quell’aria un po’ fantasy e un po’ west che pervade i diciassette minuti di questo capolavoro.

Confesso che non mi aspettavo molto, ma rimasi scioccata da quanto era buona la loro musica. Non erano morti con Ian Curtis

Karin Berg

Parlare dei New Order senza nominare il loro più grande successo (almeno dal punto di vista commerciale) è impossibile. Con il suo ritmo ipnotico e futuristico, Blue Monday, nelle sue due versioni, è un classico che continua a essere riprodotto nelle discoteche di tutto il mondo. Sulla sua origine, Bernard Sumner ha rivelato un curioso aneddoto:

Sacrificammo una pecora. Tre giorni dopo avevamo Blue Monday

Non sarà questo l’unico comportamento sopra le righe. Nel 1989 esce l’album Technique, parzialmente registrato a Ibiza, dove Sumner e compagni fanno ampio uso di droghe, arrivando più volte alle mani. D’altro canto, è proprio sotto l’effetto dell’ecstasy e di altri acidi che i New Order danno alla luce quella che è una delle “creature” più apprezzate dai fan, frutto di esperienze sconvolgenti ai limiti della realtà.

Nel corso della loro carriera, che li ha visti prendersi più di una pausa e ricorrere nel 2001 al reclutamento di Phil Cunningham per l’assenza forzata di Gillian, i New Order hanno attraversato diversi momenti di instabilità e divergenze, soprattutto tra Sumner e Hook, fino alla definitiva rottura nel 2007 tra il bassista e la band, che interrompe le attività. Tuttavia, nel 2011 Bernard ha ricostruito i New Order senza interpellare l’ormai ex amico, che è andato su tutte le furie.

Ad oggi, dopo autobiografie discordanti e una serie di lotte legali e insulti a distanza, una riconciliazione appare improbabile. Anche perché, se Peter ha trovato nuovo slancio nel progetto Peter Hook and The Light, riproponendo insieme al figlio i maggiori successi dei Joy Division e dei New Order, questi ultimi sembrano ormai aver dimenticato il vecchio componente. Su una cosa, invece, sono ancora d’accordo, ed è l’importanza che ha ancora oggi ricordare, sia nel proprio cuore che davanti al pubblico, un fratello venuto a mancare quarant’anni fa. Come hanno sempre fatto anche nei testi dei loro pezzi:

He has always been so strange
I’d often thought he was deranged
Pretending not to see his gun
I said let’s go out and have some fun

New Order, The Perfect Kiss

Lasciatemelo dire: i New Order sono grandi almeno quanto i Joy Division. A dire la verità, sebbene io sia più affezionato, anche per motivi personali, ai secondi, fatico a considerarli due cose distinte, a dispetto delle loro enormi differenze. Sono due fasi vitali di uno stesso essere.

Lasciatemi dire anche che Music Complete, il primo lavoro con Tom Chapman al basso, è un ottimo album. Con buona pace di Hooky, secondo il quale

I New Order senza Peter Hook sono come i Queen senza Freddie Mercury

Forse sì, forse no. Ai posteri l’ardua sentenza. Basti, per ora, la possibilità di godere della musica di un gruppo meraviglioso, reso eterno anche dagli attimi di follia che lo hanno contraddistinto.

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