Closer, i Joy Division e il testamento spirituale di Ian Curtis

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Il 18 Luglio 1980 usciva Closer, il secondo, splendido album dei Joy Division, uscito postumo rispetto alla morte per suicidio dell’appena ventitreenne Ian Curtis, cantante e frontman del gruppo.

Closer è, se vogliamo utilizzare una formula piuttosto banalizzante ma di immediata comprensione, un vero e proprio testamento spirituale del musicista. Una sorta di dolente ed angosciante monito.

Il carattere di forte tragicità dell’album può essere analizzato in primo luogo tramite il confronto col suo predecessore: Unknown Pleasures (1979), un disco rabbioso ed indiavolato, ancora molto legato alla sua matrice di derivazione punk rock.

In Unknown Pleasures il disagio di Curtis assume una veste “reattiva”: il malessere esistenziale è senza dubbio causa di un cupo nichilismo ma c’è ancora la rabbia come forza motrice della sopravvivenza.

In Closer non c’è nulla di tutto questo: Ian si è arreso a quel lancinante “male di vivere”. Il dolore avvelena tutto con nubi tossiche e resistergli è impossibile quanto inutile. Ma prima di andarsene, prima di lasciarsi alle spalle questo mondo nel quale egli non si è mai riconosciuto, Ian Curtis ci offre uno spaccato monumentale di questa atavica pena. E lo fa nel modo più magistrale possibile.

Il disco si apre con Atrocity Exhibition, brano ispirato al romanzo di James Graham Ballard: percussioni ossessive e basso lugubre caratterizzano il pezzo e la sua lunga overture strumentale. Come il romanzo di Ballard, il testo della canzone parla di un manicomio (quasi un’ipostasi dell’alienazione e della sofferenza del musicista): “Questa è la strada, entra dentro” canta Ian Curtis, invitandoci a dare un’occhiata all’abisso di desolazione raccontato in questo album.

Segue Isolation, brano il cui titolo non potrebbe essere più eloquente. Curtis qui si rivolge a sua madre sconsolato: ha provato a combattere la sua crescente angoscia, ma lei ha vinto. E lui se ne vergogna (“Madre ci ho provato, ti prego di credermi / Sto facendo del mio meglio / Mi vergogno di ciò che ho dovuto passare / Mi vergogno della persona che sono”).

Passover (“morte“) è una riflessione, lucidissima nella sua follia, sulla dipartita imminente. Sembra palese, ascoltando il brano, che Curtis covasse da tempo immemore l’idea del suicidio: serviva solo un punto di rottura, l’ennesimo, per attuare tale “progetto” risolutivo (“Questa è la crisi che sapevo sarebbe arrivata /A distruggere l’equilibrio che ho mantenuto/ Dubitando e decidendo e cambiando idea/ Domandandomi cosa accadrà poi”). La decisione è dunque già stata presa.

Il tema della solitudine è preponderante in Colony: sopra un tappeto musicale dal sound ossessivo, Curtis canta della difficoltà di comprendere il mondo che lo circonda, paragonato appunto ad una “colonia”, rispetto al quale sarà sempre un estraneo malvoluto.

Perfetta celebrazione di quello che sarà poi il tipico assetto musicale del genere darkwave (semplici giri di basso e chitarra e cantato quasi “lamentoso”) è A Means To An End. Il brano è l’estrema unzione della fiducia di Curtis, tradita molto probabilmente da un amico. “Mi sono fidato di te” ripete ossessivamente il cantante, il quale sembra uno spettro reso folle dal dolore venuto dall’aldilà per tormentare chi è stato colpevole di averlo ferito in vita.

È sussurrata Heart and Soul, brano in cui i quattro musicisti sembrano essere uniti da una viscerale simbiosi tanto esso risulta perfetto. L’eterno dualismo fra “anima” e “cuore” finirà inevitabilmente con la morte di uno dei due (“uno dei due brucerà”), ma non ci è dato di sapere né chi né quando.

L’elemento punk in 24 Hours è fortissimo, ma non dobbiamo farci ingannare dalla ritmica scomposta ed indiavolata: Curtis non ci ha ripensato, è invece ancora più consapevole di quanto la sua situazione sia ormai irrimediabile (“Ora che ho potuto constatare che è andato tutto male / Devo trovare una qualche cura, perché questo trattamento sta richiedendo troppo tempo / In fondo al cuore, dove una volta la compassione oscillava lentamente / Devo trovare il mio destino prima che sia troppo tardi”). La sua angoscia, qui paragonata ad una nuvola che incombe su di lui e che marca ogni suo movimento, è un male incurabile. Un cancro che ha già fatto metastasi.

Ed ecco la monumentale The Eternal, un canto funebre di sei minuti scandito da una batteria monocorde e da un malinconico pianoforte. E poi c’è Ian Curtis che canta, che segue in disparte il suo stesso funerale. Ormai questa passione è quasi finita, non c’è più bisogno di straziarsi e dibattersi.

Il tortuoso viaggio all’interno del più intimo dolore di Curtis termina con Decades: sopra ad un’impalcatura di imponenti sintetizzatori il musicista riflette sulla drammaticità della condizione umana, miserabile e senza speranza di riscatto (“I dolori che abbiamo sofferto / e dai quali non eravamo stati liberati”). C’è chi si arrende dinnanzi a tale triste ineluttabilità, ma non Curtis. No, lui ha deciso di andare.

Tirare le somme di un album del genere non è semplice, in quanto ci sarebbe ancora molto da dire, da congetturare e da analizzare. E’ un disco eterno, un tragico affresco a tinte cupe e fosche del male di vivere sviscerato in tutti i suoi aspetti più strazianti.
Un tour infernale del quale i Joy Division sono la guida e noi gli attoniti spettatori. Perché tanto dolore opprime e turba, ma al contempo non rimanere incantati e commossi da tanta umanità è impossibile.

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