Unknown Pleasures: l’urlo esistenziale di Ian Curtis e l’avvento della dark wave

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La sorda e martellante batteria di Stephen Morris, una lieve scarica, un grido strozzato che si continua a esprimere passando sul potente giro di basso distorto e avvolgente di Peter Hook, l’anima punk che cerca di uscire, e poi la chitarra di Bernard Sumner, sì, leggeri tagli che ti entrano in testa, e poi

“Ho aspettato che arrivasse una guida e che mi prendesse per mano
queste sensazioni potrebbero farmi sentire i piaceri di un uomo normale?”

Già i primi 30 secondi di Unknown Pleasures, l’album d’esordio dei Joy Division dopo l’EP An ideal for living, sono un manifesto di quello che il gruppo di Manchester vuole essere: ritmo molto spinto anche se minimalista, condotto dal basso di Peter Hook, capace di creare giri ipnotici e potenti allo stesso tempo, accompagnati alla perfezione dalla batteria di Stephen Morris, ridotta al minimo degli elementi, con cristallizzazione di ogni singolo battito nell’orecchio dell’ascoltatore. C’è poi il secondo livello, scandito dalla voce di Ian Curtis e dalla chitarra di Bernard Sumner che dialogano tra accordi graffiati e una voce di impostazione punk ma come compressa, parlata, che in alcuni momenti perde totalmente il controllo.

 

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I Joy Division, da sinistra a destra: Stephen Morris (batteria), Ian Curtis (voce e chitarra ritmica), Bernard Sumner (chitarra solista e voce), Peter Hook (basso e voce)

Eppure nessuno dei membri dei Joy Division voleva che l’album uscisse così: il gruppo si ispirava per il suo sound maggiormente ai Sex Pistols e ai Buzzcocks, insomma punk nudo e crudo, e basta riguardare un’esibizione live di Curtis and co. per accorgersi delle sostanziali differenze tra live e studio: dal vivo abbiamo vero e proprio punk, in studio prende forma la rivoluzione del post punk, che porterà alla dark wave.  Decisivo per il cambiamento del suono fu l’intervento del produttore Martin Hennett, della nuova casa discografica indipendente Factory Records. Il produttore con un lavoro maniacale volle arrivare al massimo minimalismo armonico, per mettere in evidenza tramite un ritmo allucinato i testi claustrofobici di Ian Curtis, il tutto ornato da suoni di diverso tipo (da bottiglie che si rompono a sciacquoni della toilette) inseriti con incredibile perizia.

Prima di passare alla descrizione dei brani, è impossibile non tener conto nell’analisi di un album tanto fondamentale per la storia della musica contemporanea della sua storica e iconica copertina. Nonostante l’immagine abbia di fatto da quel momento vissuto di vita propria, staccata dal significato dell’album per entrare nel mito, essa si collega perfettamente al tipo di atmosfera voluta da Hennett: sfondo nero con al centro, in un rapporto intorno all’uno a cinque rispetto all’estensione della copertina, delle linee spezzate bianche, a formare un motivo che, per capirci, può ricordare il profilo di una montagna. In realtà l’immagine realizzata dal grafico Peter Saville è stata presa dal libro  The Cambridge Encyclopedia of Astronomy e rappresenta le pulsazioni elettromagnetiche prodotte da una pulsar (CP 1919), ovvero la prima pulsar mai scoperta. Dal vero e proprio significato, se n’è creato un secondo, preferito certo dai fan della band di Manchester, che individuerebbe nell’immagine un elettrocardiogramma un po’ rovinato, un po’ marcio, che sarebbe quello del cuore di Ian Curtis, un uomo che a ventitré anni ha scelto di suicidarsi perché non aveva trovato nel mondo il posto giusto dove stare, distrutto dalla depressione cronica che lo affliggeva.

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L’immagine originale della copertina dell’album, raffigurante la pulsar CP 1919

La storia personale di Ian Curtis, in quanto maggior autore dei testi dell’album, non si può staccare dal senso dell’opera: Curtis si sposò giovanissimo, a soli diciannove anni, con Deborah Woodruff. Il matrimonio fu sostanzialmente infelice fin dai primissimi momenti, e come aggravante alla situazione sicuramente contribuì l’epilessia fotosensibile del cantante, che molto probabilmente determinò anche l’inizio della sua depressione cronica. Curtis, durante il suo breve matrimonio, fu sempre combattuto tra due poli opposti: la stabilità della moglie, della famiglia che sarebbe potuta essere (i due ebbero una figlia), l’accettare di vivere una vita normale e tranquilla, riparata, lontana dalle luci dei palchi; e l’amore per l’amante belga Annik Honorèe, la voglia di riuscire nella musica, nell’unica cosa che amava profondamente e che gli permetteva di esprimersi naturalmente, con quell’iconico quanto sgraziato ballo alienato che proponeva durante le sue esibizioni.

Ora passiamo ai brani. Uno per uno, ognuno merita il proprio spazio.


Disorder

Sicuramente il pezzo più famoso dell’album, quello che più di tutti è stato tramandato ai posteri. Disorder però è un pezzo diverso dagli altri (se eccettuiamo Interzone e Shadowplay): molto più ritmato, con un’attitudine punk che resta viva anche dopo le sottrazioni minimaliste di Henneth. Il testo rappresenta perfettamente il dualismo interno di Curtis, è un vero e proprio grido neanche troppo soffocato: il cantante cerca una guida, qualcuno che possa aiutarlo, che possa mostrargli la giusta strada, che riesca a controllarlo; ma la parte più oscura di sé, quella fenomenizzata dall’epilessia, è sempre pronta a venire fuori, e allora pian piano si perde il contatto col mondo, (“tutto sta diventando più veloce, si sta muovendo più veloce adesso, sta sfuggendo di mano”), le luci si scambiano con le macchine, portando Curtis ad uno stato di totale alienazione, perfettamente rispecchiato dall’ultimo, disperato grido che cerca aiuto, che cerca una luce:

“Io ho lo spirito, ma ho perso l’emozione”


Day of the Lords

Qui la mano di Henneth inizia ad essere visibile: la chitarra di Sumner è come abbassata di livello, messa sulla linea del basso, in un unicuum sonoro angosciante scandito dall’isolata batteria di Morris che riverbera nell’eco creato dalla distorsione del basso dello stesso Hook: è il vero inizio della dark wave. Il testo, poi, è forse uno dei più personali dell’album: Curtis ricorda la sua infanzia, il cui correlativo oggettivo è la sua stanza, descritta con toni cupi e con la creazione di immagini da cinema espressionista tedesco: sulle mura bianche, candide e troppo pure, si mischiano ombre oblunghe e visioni di morte. La perdita dell’infanzia come porto sicuro è un tema centrale nella poetica di Curtis e la ritroveremo più avanti con diverse accezioni. Leitmotive dell’esordio dell’album sembra essere Curtis che cerca di reprimere il proprio dolore, prima di scoppiare totalmente nelle strazianti strofe finali.


Candidate

L’atmosfera allucinata è ben creata dall’inserimento di suoni graffianti da parte di Henneth, ma il lavoro più grosso è fatto sulla batteria, che imprime un ritmo determinato e si impone per volume su tutti gli altri suoni senza tuttavia dare un break importante a livello di ritmo. L’ascoltatore entra nel vortice claustrofobico generato da Morris e, totalmente alienato, entra nella mente di Curtis che sembra parlare con se stesso, con la parte depressa e nevrotica di sé, che gli risponde:

“Oh, non so chi mi ha creato, o cosa mi ha dato il diritto di scherzare con i tuoi valori, e cambiare l’errato con il giusto”

Curtis parla con se stesso, in un’estraniazione incredibile verso la sua stessa persona: si guarda dall’esterno e dall’interno, disperato ma impotente (non vi è neanche più lo scoppio in grido dell’esordio), cosciente che la fine si sta ormai per avvicinare.


Insight

Rumori di porte che si aprono, lucchetti che vengono forzati, accento messo sul giro di basso ipnotico di Hook, con inserimento di alcuni suoni caratteristici che saranno basilari per l’avvento della dark wave. Il rumore di missili effetto guerre stellari inserito tra la prima e la secondo strofa sembra davvero manifestare il senso del testo: Curtis è positivo, non ha più paura, si ricorda quand’era giovane e sa che può continuare a lottare contro se stesso, che quella voce oscura nella sua testa è battibile. Il cantante insomma si autoesorcizza, esorcizza i propri demoni, gridando ad alta voce ripetute volte per autoconvincersi:

“Io non ho più paura”


New Dawn Fades

L’inizio ufficiale della dark wave, la fine del punk e l’inizio del post punk, la fine del crudo rock’n roll per far spazio alla sperimentazione degli anni ’80 dettata dalla scoperta dei primi ibridi di musica elettronica. New Dawn Fades è tutto questo, e lo si capisce dal riff di chitarra iniziale di Sumner (in generale nel pezzo alla sua migliore espressione nell’album), che sembra invocare l’alba di una nuova era. Del testo, purtroppo, c’è poco da parlare: da postumi è incredibile pensare come un testo del genere non abbia potuto far pensare le persone vicine a Curtis, che praticamente annuncia il suo suicidio:

“Lo stress è troppo, non posso reggere ancora
Oh, ho camminato sull’acqua, corso nel fuoco
Non sembra sentirlo più
Ero io, mi aspettavo me stesso
Sperando in qualcosa di più
Me, Vedendo me questa volta, sperando in qualcos’altro.”

Curtis venne trovato morto impiccato in casa propria da sua moglie il 18 Maggio 1980, un solo album in studio pubblicato (Closer verrà pubblicato postumo), la convinzione di non aver trovato e di non poter trovare un posto giusto in cui vivere, non riuscendo a vivere con se stesso.


She’s lost control

Nella seconda canzone probabilmente più famosa dell’album Curtis descrive un attacco epilettico di una donna a cui aveva assistito; inevitabile però che la storia della donna si fondi con quella dello stesso autore, soprattutto nell’esibizione live, dove il meccanico e alienato ballo di Curtis sembra veramente quasi parodizzare un attacco epilettico, una perdita di controllo, espressa magistralmente dall’iconico riff di chitarra di Bernard Sumner. Verità e spettacolo si fondono, Curtis arriva alla totale estraniazione da se stesso.


Shadowplay

Il giro di basso iniziale di Hook, che parte silenzioso ma ossessivo prima di esplodere nella chitarra di Sumner, è forse il miglior momento dell’album. Il testo anch’esso è probabilmente il migliore dell’intero album: Curtis entra nell’altra parte di se stesso, pensa come l’altra parte di se se stesso, parla in una prima persona estraniata da se stesso:

“Nel centro della città dove tutte le strade si incontrano cercandoti
Nell’abisso degli oceani dove tutte le speranze affondano cercandoti
Avanzavo nel silenzio senza muovermi cercandoti
In una stanza senza finestre nell’angolo trovai la verità”

La nevrosi del cantante lo cerca dappertutto, nel silenzio, esplodendo nei momenti più impensabili. La ricerca portata avanti dalla nevrosi si conclude simbolicamente nella cameretta dell’infanzia, sempre quella cameretta, che era effettivamente partita come l’inizio degli incubi dell’artista (Day of the lords) ma era passata dall’immagine del porto sicuro di Insight. Qui si configura definitivamente come l’inizio delle turbe del cantante: è nella sua tormentata infanzia che tutto ha avuto inizio.

Ma la nevrosi sembra un killer che gode nel non arrivare subito al termine, essa aspetta il cantante “nel centro della città di notte”, e Curtis, spaventato ma allo stesso tempo mortalmente attratto, non riuscirà a dire di no.


Wilderness

Il ritmo grottesco del basso di Peter Hook dà un leggere tocco di ironia a un album che ha ben poca voglia di ridere del proprio esistenzialismo. Il testo effettivamente è uno dei meno introspettivi dell’opera, in quanto descrive i vari studi di Curtis (che amava la storia), “che ha viaggiato in lungo e in largo per momenti diversi” per trovare come unica cosa in comune delle varie età del mondo una cosmica sofferenza, oggettivata dalle “lacrime nei loro occhi”.


Interzone

Il solito dissidio interiore di Curtis, attaccato e dominato dalla nevrosi, viene qui espresso anche dalla voce di Peter Hook che doppia e risponde a quella del cantante. Interzone ha lo stesso ritmo di Disorder, ma qui Henneth non è veramente riuscito a mettere mani: la canzone è prettamente punk ed ha anche delle reminiscenze hard rock\heavy metal (soprattutto Led Zeppelin) e Peter Hook può dare libero sfogo alla propria foga musicale. Nel testo Curtis esprime la continua ricerca di un amico, amico che è egli stesso, o meglio, la parte nevrotica di sé.


I remember nothing

L’ultimo pezzo è la migliore chiusura che si potesse immaginare: bicchieri rotti, porte che si aprono, una graffiante e disturbante chitarra in sottofondo, il ritorno alla rete di ritmi angosciante creata da Hook e Morris. I remember nothing è l’ultimo urlo di Curtis, un urlo che non è lo stesso di Disorder, no, è un urlo che è giunto alla realizzazione della propria inutilità: l’artista è come davanti allo specchio e prende atto del fatto di aver un estraneo dentro di sé, un estraneo che sembra guardare da lontano spaventato e rincattucciato nella stanza dell’infanzia mentre distrugge oggetti e impazzisce. La chitarra di Sumner agisce sotto traccia, sottolineando i momenti in cui Curtis perde se stesso, che è la cosa che obiettivamente il chitarrista meglio fa all’interno dell’album.

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I New Order negli anni ’80, al posto di Ian Curtis, a destra, la testierista Gillian Gilbert.

Unknown Pleasures, pubblicato nel 1979, segna la fine di un modo di fare musica, senza di esso appare davvero difficile pensare a una dark wave, e la stessa ondata di musica indie-punk inglese e americana di fine anni ’90-primi anni 2000 (alla fine dell’articolo trovate due cover dei Radiohead e dei The Killers rispettivamente di Ceremony e di Shadowplay) sembra difficile da concepire; è incredibile pensare sia l’unico album pubblicato con Ian Curtis ancora in vita, ma questo forse contribuisce a far capire la forza di quest’opera. Dopo Closer Hook, Sumner e Morris capiranno l’impossibilità di seguire il tracciato segnato da Ian Curtis dopo la sua morte e creeranno i New Order, influenzando incredibilmente la nuova scena house ed elettronica degli anni ’80 di Manchester. Unknown Pleasures è un urlo esistenziale che si richiude in se stesso dopo essersi ascoltato, è un’opera unica che ha segnato la nostra concezione di fare musica.

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