Kate Bush: la meravigliosa tempesta che sconvolse la musica

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And suddenly I find myself listening
To a man I’ve never known before
Telling me about the sea
Oh his love is to eternity

Kate Bush, The Man With The Child in His Eyes

In un contesto musicale come quello inglese della seconda metà degli anni ’70, infiammato in modo travolgente dal punk e dall’incubo industriale che aveva trasformato le città in mostri di cemento, Kate Bush fu come un miracolo che nessuno si aspettava. Nel 1978, appena diciannovenne, salì alla ribalta con un singolo destinato a rimanere nella storia: Wuthering Heights. E lo fece rispettando il motto punk per eccellenza, quello del “do it yourself” tanto caro ai gruppi dell’epoca. La canzone, ispirata al celebre romanzo omonimo di Emily Brontë (nata lo stesso giorno di Kate, solo 140 anni prima), fu un successo clamoroso: la giovane artista divenne la prima donna a raggiungere la vetta delle classifiche, dove restò a lungo. Inutile aggiungere – perché va da sé – che lo shock nel sentirla alla radio fu generale. Persino John Lydon, non famoso per i complimenti, restò affascinato e attratto da quella novità, qualcosa che non si era mai sentito prima.

Kate Bush mostrò i primi accenni del suo genio quando era ancora una bambina. A 12 anni, tra una canzone dei Pink Floyd e l’altra, che ascoltava spesso insieme al fratello maggiore, aveva già scritto moltissimi testi. Ma come tutti, anche i geni hanno bisogno di fortuna, e a Kate questa non mancò. Pochi anni dopo venne notata da un certo David Gilmour, che allora era alla ricerca di nuovi talenti. Incantato dalla voce sopranile di quella misteriosa ragazzina, fu proprio Gilmour ad inserirla nell’ambiente discografico.

Non passi, con questo, l’dea che Kate fosse un’adolescente con le mani in mano pronta ad approfittarsi del successo. La sua passione per la danza e il mimo la spinse a prendere lezioni dal coreografo Lindsay Kemp, maestro già scelto da David Bowie per imparare certi passi in vista del suo Ziggy Stardust Tour. Lo stesso Kemp, in un’intervista, parla di una ragazza estremamente timida, ma anche selvaggia quando iniziava a ballare.

Superata la timidezza col tempo, Kate Bush è comunque sempre rimasta un’artista silenziosa, lontana dai riflettori, soprattutto durante i periodi di lavorazione ai suoi album. Se qualcuno si è dimenticato di lei, o addirittura non sa chi sia, forse è perché dopo aver completato il primo, strepitoso tour europeo del ’79 (il Tour of Life), in cui toccò anche l’Italia e si esibì in autentici spettacoli, le ci sono voluti 35 anni prima di tornare a fare veri e propri concerti dal vivo. Nonostante non abbia mai reso note le ragioni di questa sua lunga assenza dai palchi, a qualche amico avrebbe confessato che l’esperienza era stata provante e che la paura di non rivelarsi all’altezza delle aspettative era grande.

Del resto, nel suo primo decennio di attività pubblicò sei album straordinari, tra cui menzioniamo qui quello di esordio, The Kick Inside, Never For Ever e Hounds of Love. Ognuno di essi contiene la prova della versatilità di un’artista a tutto tondo, unica nel suo genere. Dalla già citata Wuthering Heights, che tratta dell’angoscia di un amore che continua dopo la morte, si passa a una serie di brani talvolta diversissimi tra loro, per forma e contenuto: l’ipnotica Wow, in cui il titolo viene ripetuto come un lamento infantile; la folle Babooshka, la prima con l’impiego dei sintetizzatori; Breathing, immagine di un mondo distopico dove le conseguenze di una guerra nucleare mettono a rischio la possibilità di continuare a respirare; Running Up That Hill, il patto con Dio, la più apprezzata negli Stati Uniti; la struggente This Woman’s Work. Tra le altre cose, merita di essere ricordata la sua collaborazione con Peter Gabriel, col quale lavorò a due dei suoi album.

La sua musica è rock, pop, classica, e al tempo stesso niente di tutto ciò. È semplicemente impossibile schematizzarla. La si ascolta, smarriti e consapevoli che nessuna etichetta è quella giusta.

Una volta, Byron disse di Keats che scriveva quello che immaginava, e di se stesso che scriveva quello che viveva. Kate Bush, per l’immaginazione che ancora oggi le permette di fare esperienza di situazioni mai vissute, è Keats e Byron insieme. E, citando Elton John, “il più bell’enigma musicale di sempre”.

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