Teologia e blasfemia di Sinéad O’Connor

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La testa rasata, la lacrima, la voce che si spezza. Chi non si é innamorato di Sinéad O’Connor guardando Nothing Compares 2 U? Sarebbe bello far pausa su quel viso perfetto. Invece poi son venute le crisi, le controversie. Perfino l’hijab, ora. Una pop star sbagliata. Ma lei ci aveva avvisati: “I’m not a fucking pop star, I’m a protest singer!”. E ha protestato, eccome. Si è messa contro il mondo, in una battaglia per “salvare Dio dalla religione”, incarnando alcuni archetipi femminili: la Vergine, Giovanna d’Arco, Maria Maddalena.

Tutto ebbe inizio nel suo sgabuzzino, a nove anni.

Il secondo nome di Sinéad è Bernadette. Come la pastorella del Lourdes che ebbe diciotto visioni della Madonna. Abusata dalla madre e rinchiusa per interi weekends nello sgabuzzino al buio, la nostra piccola irlandese pregava la Vergine Maria di manifestarsi. Voleva visioni anche lei. Voleva una missione soprannaturale.

Quando arriva a Londra nel 1985, Sinéad è una diciannovenne in fuga dall’inferno. Sfoggia jeans strappati, anfibi e vistose t-shirt della Vergine. Ha una voce che provoca incendi. Non a caso il suo primo singolo si chiama Troy. Registra un album, The Lion and the Cobra, che mescola ritmi dance, veemenza punk e atmosfere celtiche. Ma è il canto a stregare: viscerale, capace di tenere note che in bocca a chiunque sarebbero stonate. Quando i discografici, annusando l’affare, le chiedono di “essere più sexy”, lei si rasa a zero. D’altro canto, la t-shirt mostrava chiaramente con quale Madonna avevano a che fare.

La metamorfosi del secondo disco è sorprendente. Sinéad smette gli abiti da teppistella e diventa un’elegante anti-material girl, con occhiali tondi e vesti nere. La musica si fa sofisticata e spirituale, fra tappeti di archi e beat minimali. Nothing Compares 2 U proietta l’album, I Do Not Want What I Haven’t Got, nell’Olimpo. Il mondo è conquistato dal suo struggente romanticismo, ma non è pronto per una ragazzina che parla come fosse in missione per conto di Dio. Lei stessa non sa quanto le sue canzoni stiano per rivelarsi profetiche:

“Questi sono giorni pericolosi
Dire quello che pensi è scavarti la fossa
Ricordate le mie parole
Se hanno odiato me, odieranno anche voi”

Black Boys on Mopeds

Strappare la foto del Papa è solo il più clamoroso degli atti con cui Sinéad allestisce la propria autodistruzione. Riesce a mettersi contro il Vaticano, gli U2, gli Stati Uniti, Frank Sinatra, l’Inghilterra, l’IRA e mezzo star-system.

Assalita da un mare d’odio, si ripresenta nel video di Fire On Babylon con spada e armatura come Giovanna d’Arco. Affronta gli haters e i suoi psicodrammi familiari, innalzando una voce purissima su un ritmo trip-hop. Tutto il nuovo disco è un tentativo di sopravvivere all’inferno dell’infanzia negata. Di più, Universal Mother è una preghiera al lato femminile di Dio perché guarisca da un dolore universale:

“Tutti i bambini volano giù dall’Universo
trasportati dalle mani degli angeli
Dio dà loro le stelle come scale
Lei li ascolta
Lei è madre e padre
Tutti i bambini nascono piangendo
Perché nessuno ricorda il nome di Dio”

All Babies

L’impressione è che qui lo showbiz non c’entri più nulla: è questione di morte o di salvezza.

Fortunatamente, la Dea Madre risponde nel successivo Gospel Oak EP. Sinéad, sostenuta da arrangiamenti celtici, sussurra parole di guarigione:

“Io farò
ciò che tua madre non ha fatto
Ti farò da madre
Tutto il dolore che hai conosciuto
Tutta la violenza nella tua anima
Tutti i tuoi errori
Io li porterò via”

This is To Mother You

Apparentemente pacificata, si concede anche un caschetto, scegliendo di assomigliare alla bella ragazza che è.

Questo recupero del femminile, spirituale e terapeutico, porta Sinéad una ridefinizione della propria identità: si dichiara lesbica e si fa ordinare sacerdotessa col nome di Bernadette. Nel nuovo disco, Faith And Courage, sostenuta da basi che mescolano pop, dub e reggae, arriva a farsi ricettacolo di ogni contraddizione, nel lucido tentativo di incarnare una rinascita:

“Sono irlandese, sono inglese
Sono musulmana, sono ebrea
Sono una ragazza, sono un ragazzo
E la Dea per me significa solo gioia”

What Doesn’t Belong To Me

Ma è lo studio dell’Antico Testamento a condurla al suo disco più radicale, il disco di protesta che avrebbe “sempre voluto fare”: Theology. Sostenuta dalla sola chitarra Sinéad canta brani dei Salmi e dei Profeti. Mostra la consueta irriverenza (“With the Bible I stole / I know You forgave my soul”). Ma riesce anche a far risuonare nei versi biblici l’attualità, parlando del conflitto arabo-israeliano. E piange l’assenza di Dio dal mondo. Dio è diventato maschile, lei ne é la Sposa. Appare sul palco vestita di rosso come Maria Maddalena, interpretandone l’aria da Jesus Christ Superstar. Più tardi cambierà il proprio nome in Magda. A chi rimane perplesso dalla redenzione della ragazza punk, risponde che il disco successivo si chiamerà Blasphemy.

Gli anni ’10 sono per Sinéad una seconda giovinezza. Ormai assunta a icona alternativa, si presenta rasata e coperta di tatuaggi in How About I Be Me (And You Be You)?, un album agguerrito che strizza l’occhio all’indie rock. Non risparmia nuovi strali: in Take Off Your Shoes tuona in excelsis contro gli abusi del Vaticano. Il successivo I’m Not Bossy, I’m The Boss gioca con gli stereotipi della femminilità. Non senza ironia, si veda l’artwork: Sinéad appare inguainata in un abito di pelle nera e con un caschetto sexy. Non quello che ti aspetteresti da una sacerdotessa di cinquant’anni.

Con un ennesimo colpo di scena, nel 2018 Sinéad dichiara di esser diventata musulmana e cambia nome in Shuhada. Nessuno lo immaginerebbe, il suo tour va sold-out. Si può atterrire vedendola sfoggiare l’hijab sul palco. Ma guardando indietro ci si accorge che la sua carriera è stata tutta un unico, grande tentativo di ribaltare le convenzioni, anche estetiche, dello showbiz. La sua indipendenza è la sua vera bellezza. E la sua missione soprannaturale la conosce solo la bimba nello sgabuzzino. “Non ho mai avuto paura di perdere il successo” ha confessato recentemente, “solo di non riuscire a essere me stessa”.

Amen.

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