Storie di serial killer: Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio

Leonarda Cianciulli (Montella, 14 aprile 1894 – Pozzuoli, 15 ottobre 1970), detta “la saponificatrice di Correggio”, è stata un’assassina seriale italiana.

Dalla Campania all’Emilia

Nel 1917, Leonarda sposò Raffaele Pansardi, un impiegato al catasto di Montella, nonostante l’opposizione dei genitori.  La giovane coppia, dal 1921 al 1927, si trasferì a Lauria, in provincia di Potenza, e successivamente a Lacedonia.

La loro vita coniugale fu funestata dal fatto che le prime 13 gravidanze di Leonarda finirono con 3 aborti spontanei e 10 neonati morti nella culla. Infine, la donna riuscì ad avere quattro figli, a cui si legò in modo quasi morboso. Nel 1930, dopo il terremoto del Vulture, Leonarda e il marito si trasferirono a Correggio, in provincia di Reggio Emilia.

In Emilia, la Cianciulli avviò un commercio di abiti e mobili, oltre ad offrire “servizi” di chiromanzia e astrologia. A Correggio Leonarda era benvoluta e stimata da tutti  e accoglieva spesso ospiti in casa sua, intrattenendoli con aneddoti e dolci fatti in casa. In particolare riceveva spesso tre donne, tutte sole, non più giovani, insoddisfatte e desiderose di rifarsi una vita altrove. Fu proprio approfittando di questo loro desiderio che Leonarda le attirò nella sua trappola.

Nel 1939, abbandonata dal marito e terrorizzata all’idea che il figlio Giuseppe venisse chiamato al fronte, decise di ricorrere alla magia: avrebbe compiuto dei sacrifici umani, in cambio della vita del figlio.

Gli omicidi

Gli omicidi furono perpetrati tra 1939 e il 1940 e le vittime furono tre.

Ermelinda Faustina Setti, settantenne, fu attirata da Leonarda con la scusa di averle trovato un marito a Pola.

Leonarda la convinse inoltre a non parlare a nessuno della novità, per evitare invidie e maldicenze.

Il 17 dicembre 1939, il giorno della partenza, Faustina si recò a casa dell’amica per farsi scrivere da Leonarda una lettera da spedire appena giunta a Pola e per firmare a Leonarda una delega per gestire i suoi beni. Il viaggio non inizierà mai: Ermelinda venne uccisa a colpi di ascia e sezionata in nove parti. Il suo sangue, raccolto il sangue in un catino, venne usato per fare dei pasticcini da offrire agli ospiti.

Francesca Clementina Soavi, a cui Leonarda aveva promesso un lavoro al collegio femminile di Piacenza, cadde nella trappola il 5 settembre 1940. La Cianciulli la convinse anche a scrivere delle cartoline ai familiari per scusarsi dell’assenza, poi la uccise e la derubò. Infine, mandò il figlio Giuseppe a Piacenza, per spedire le missive della sua vittima. Quello che Leonarda non sapeva è che Francesca non aveva mantenuto segreto il suo imminente trasferimento, ma ne aveva parlato con una vicina di casa.

Virginia Cacioppo, ex soprano cinquantanovenne, fu attirata con l’offerta di un lavoro a Firenze come segretaria di un impresario teatrale. Anche a lei Leonarda chiese di mantenere riservata la partenza, ma Virginia si confidò con un’amica la mattina stessa della sua “partenza”. La Cianciulli la assassinò e dal suo corpo ricavò dei saponi e dei dolci.

La scoperta dei delitti

Gli strumenti usati dalla Cianciulli e le foto delle vittime (Museo criminologico di Roma)

Nel 1941 cominciarono a diffondersi voci sulla scomparsa delle tre donne. Non ricevendo più da tempo notizie della cognata Virginia, la signora Albertina Fanti denunciò ufficialmente le sparizioni al questore di Reggio Emilia e i sospetti ricaddero subito su Leonarda, che venne interrogata e arrestata. Anche il figlio Giuseppe fu tratto in arresto. Nonostante la madre lo scagionasse, sconterà cinque anni di reclusione per poi essere rilasciato per insufficienza di prove.

Dopo lunghi interrogatori, Leonarda Cianciulli confessò di aver assassinato le tre donne e di averne distrutto il corpo per saponificazione. Ammise anche di aver usato il loro sangue per fare dei biscotti, che aveva fatto mangiare ai figli per proteggerli dalla malasorte. Leonarda fu dichiarata colpevole di triplice omicidio, distruzione di cadavere tramite saponificazione e furto aggravato, con la pena di 15.000 lire, trenta anni di reclusione e tre da scontare prima in un ospedale psichiatrico.

La Cianciulli entrò in manicomio e non ne uscì più. Morì dopo ventiquattro anni, il 15 ottobre 1970, per apoplessia cerebrale.

Il martello, il seghetto, il coltello da cucina, le scuri, la mannaia e il treppiede, cioè gli strumenti di morte usati da Leonarda Cianciulli per compiere i tre omicidi, sono conservati dal 1949 a Roma nel Museo Criminologico.

Articolo pubblicato originariamente su annamariapierdomenico.it e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione.

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