L’Amica Geniale 2: la spiegazione della “Ferrante Fever”

L’uscita della seconda stagione del ciclo de L’Amica geniale è alle porte: il 10 Febbraio la messa in onda televisiva, preannunciata in anteprima anche nelle sale cinematografiche dal 27 al 29 Gennaio. 

Mentre L’amica geniale prendeva le mosse dal primo incontro di Elena e Lila, percorrendone l’infanzia, Storia del nuovo cognome, secondo libro della tetralogia, riprende la narrazione dell’amicizia dal matrimonio di Lila, giovanissima, snocciolandone l’adolescenza e la prima giovinezza. L’adattamento è ancora una volta curato da Saverio Costanzo, e vede la collaborazione di HBO e RAI Fiction.

La “Ferrante fever”

Il fenomeno Elena Ferrante appare in Italia ancora poco sondabile. Non all’estero, dove con traduzioni in diverse 40 lingue e un totale di 10 milioni di copie vendute, la “Ferrante fever” ha conquistato l’entusiasmo di critici e lettori trasformando in caso mediatico l’identità celata dallo pseudonimo (ma che si tratti di una scrittrice è ormai indubitabile).

Un tale successo letterario non riguardava l’Italia almeno dal 1980, anno della pubblicazione de Il nome della rosa di Umberto Eco. E alla stregua di Eco, lo pseudonimo Elena Ferrante poco s’accordava, prima de L’Amica geniale, alla veste di scrittrice “popolare”. Tutt’altro: i suoi primi tre romanzi, L’amore molesto, I giorni dell’abbandono e La figlia oscura sono ben più celebri per i loro omonimi adattamenti cinematografici.

Non che si possa parlare di un prima e dopo, nella narrativa della Ferrante: la trilogia d’esordio richiama infatti prepotentemente tutte quelle tematiche che andranno poi a costituire l’impalcatura strutturale de L’Amica geniale. Ed è proprio questa sua intrinseca coerenza, che si riversa nella pagina in limpida autenticità, a rappresentarne uno dei grandi pregi, soprattutto in tempi come questi di scrittori e scrittrici improvvisate.

Sarebbe limitato definire la quadrilogia (che si estende per circa 1700 pagine) come la cronaca di un’amicizia femminile, per quanto questa considerarsi avvincente. L’intento della Ferrante sembra piuttosto un altro: prendere a pretesto proprio l’amicizia femminile per osare affrontare l’accezione essenziale dell’essere donna. L’acutezza, la lucidità e la franchezza dolorosa della sua narrazione rappresentano un’assoluta novità nel nostro panorama letterario. Ma come una scrittrice, molto più che una narratrice, oltre le parole, i dialoghi e l’intreccio narrativo, trascina dietro di sé un mondo, il suo mondo, drammaticamente vitale. Così Roberto Saviano coglie il cuore dell’indagine della Ferrante, nel documentario Ferrante fever, dedicato in gran parte alla calda accoglienza de L’Amica geniale da parte del pubblico americano:

“In tutto il suo percorso si interroga la donna senza sfiorare lontanamente le strade solite con cui si racconta la donna. Tutto ciò che ha a che fare con la dinamica che narra la gabbia della famiglia, l’estorsione del sentimento, il tradimento e la passione, la sofferenza della gravidanza, il dolore della sterilità, è affrontato in maniera originale.”

Ecco dunque che una delle ipotesi di tale successo sta tutta nell’universalità del racconto, che tenta di inglobare gran parte delle tematiche esistenziali, dalla fuga dal paese di nascita, all’ossessione di sfuggire la povertà attraverso la cultura, al valore salvifico e insieme fatale della propria genialità. Senza dimenticare il grande talento di prosa della Ferrante, che è in grado di calibrare la narrazione e soprattutto “far saltare” dalla pagina i propri personaggi, umanissimi nelle loro contraddizioni, integri e fragili insieme.

Il risultato non è un’epopea dei giorni nostri, né un grande romanzo storico. Per quanto ci si ostini a integrare L’Amica geniale nel filone-etichetta della “Neapolitan novels”, lo spazio del rione è anche, ma non solo, lo spazio di Napoli; e lo spazio temporale, dagli anni ‘60 fino al 2000, è anche, ma non solo, un frammento di storia italiana.

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