Neil Peart, il batterista che visse due volte

Se perdi i genitori sei un orfano, se il lutto riguarda il tuo partner allora diventi vedovo. Ma se perdi tua figlia, cosa diventi? La parola non esiste perché persino il dizionario si rifiuta di partorire tale dannata sentenza che può colpire chiunque di noi. E se pochi mesi dopo muore anche la persona con cui avevi generato tale creatura, come chiami tutto questo? Cosa ne è più della tua vita? Questa fu la storia di Neil Peart. Il batterista che, citando Alfred Hitchcock, visse due volte.

La fama di Neil lo precede, una sorta di divinità maori a quattro o sei braccia della scuola di Keith Moon ma più tecnico, con i suoi lunghi drum solos che innestava elementi esotici e pad digitali in esecuzioni terremotanti. Ma nei Rush non era solo il totem dietro le numerose pelli e pletora di piatti, ne era anche la penna, scrivendo infatti una generosissima parte dei loro testi. Colti, avvincenti e allegorici. Con ispirazioni che vanno dal fantasy alla filosofia, passando per mitologia e scienza. Nonché attivista umanitario e politico per decenni. Una mente eccelsa, la cui lucidità venne messa a dura prova da una serie di eventi che non augureremmo nemmeno al peggiore dei nostri antagonisti.

Nell’estate del 1997 i Rush avevano da poco finto il tour in promozione del loro disco forse meno ispirato (ma comunque gradevole), Test for Echo. Sarà l’ultimo per ben metà decade. Perché la notte del 10 agosto, quando Neil e sua moglie Jaqueline Taylor notarono il ritardo nel rincasare della figlia Serena e poco dopo l’arrivo delle sirene della polizia ad invadere il giardino, si delineò un quadro drammatico. La Jeep di Serena Taylor era infatti improvvisamente finita nella corsia opposta dell’autostrada durante la serata uggiosa e si era ribaltata ripetutamente, ponendo fine alla sua vita di appena diciannove anni. La ragazza si era recata a Toronto, dove avrebbe iniziato a breve l’Università, era l’unica figlia della coppia, in quel momento assieme da 23 anni. Che purtroppo rimarranno tali: la stessa Jaqueline, pochi mesi dopo, scoprì di avere un tumore in fase terminale. Una notizia che la donna accolse quasi come una salvezza che una disgrazia, da settimane infatti non viveva più, affranta dal dolore per una perdita che non aveva ragione di essere, si stava lascando semplicemente andare in un oceano di apatia. E nemmeno dieci mesi dopo dalla prima tragica circostanza, a Peart toccò dare l’estremo saluto anche a lei.

“Per me fu difficile accettare un destino così ingiusto, guardando le altre esistenze che erano rimaste invece illese dal tipo di male che mi aveva appena bussato alla porta di casa. La domanda più grande era ‘perché?’, ed era un tormento senza fine. Il mio cervello cercava un significato (era una punizione? Un giudizio? Una iattura?), e quando vedevo le altre persone con i loro figli e compagni, o gente che semplicemente si godeva la propria esistenza, provavo quasi un senso di gelosia, risentimento e un vago sentore di ingiustizia personale.”

Così parlerà successivamente Neil, che il giorno del funerale della sua amata sposa comunicò anche agli altri componenti la decisione di appendere per il momento anche le bacchette al chiodo. Colse l’ultimo consiglio della sua consorte sul letto di morte, decidendo di partire con la sua moto. Un viaggio di circa 80000 chilometri tra il centro e il nord America. Come in un film, anzi, nel nostro caso fu parte di un libro: un intenso diario di bordo che chiamerà Il Viaggiatore Fantasma (tradotto in Italia da Edizioni Tsunami). Una raccolta non solo di pensieri sparsi sui propri demoni interiori che passeggiavano sul suo cuore, ma anche un sunto delle lettere che spediva ai suoi amici ad ogni cittadina o villaggio che incontrava nel suo cammino in quei 14 mesi di asfalto, vento e dolore. In cui l’artista pensò anche più volte di farla finita.

“Nei giorni successivi alla morte di Selena, ho imparato come una raggiante giornata di sole possa sembrarti comunque oscura, il sole del tutto fuori luogo, e come il mondo, la vita impegnata di tutti questi volti sconosciuti intorno a me, fosse così futile e irreale.”

I restanti Rush intanto assistevano impotenti alla ritirata di Neil verso un suo bozzolo di isolamento protettivo. Geddy e Alex (rispettivamente basso e chitarra), volevano però in qualche modo essere vicini al loro amico. Nell’attesa che i sentimenti di quest’ultimo riuscissero a trovare l’adeguato respiro al ritmo degli eventi, i due decisero di riascoltare buona parte delle registrazioni soundboard del loro ultimo tour, al fine di montare quello che sarebbe stato il loro primo live ufficiale. Different Stages / Live nacque così, e se osservate attentamente la copertina, noterete quanto riuscisse a descrivere in perfetta sintesi quella situazione d’impasse nella formazione con un unico e semplice scatto: tre dischetti incastonati su una base, in cui uno (quello giallo) è più distante rispetto agli altri due.

Ci vollero ben altri tre anni per vederlo riavvicinarsi al suo nucleo, ma alla fine questa magia avvenne. Anche perché Neil lo sapeva bene, senza di lui non ci sarebbero stati più i Rush, valeva così nel 1999 così come vent’anni dopo. E non importa quanti chilometri avesse macinato, in quanti alberghi sotto falso nome si fosse rifugiato per riprendere fiato, quella musica riuscì comunque ad inseguirlo, in qualche modo trovò il modo di parlargli, forse con il linguaggio della rivincita. Conobbe nel frattempo anche la donna che lo avrebbe accompagnato fino alla fine dei suoi giorni, Carrie Nuttall, fotografa e amica di chi da sempre immortalava le immagini dei Rush fin dagli esordi: Andrew MacNaughtan. Infondo erano dunque state sempre le note ad aver nuovamente linfa alla sua vita e a quella dei Rush, che da lì in avanti comporranno ben altri tre dischi di inediti, daranno alle stampe ben sei live ufficiali selezionati tra centinaia di concerti ancora assieme, fino ad un tour per i 40 anni.

Poi il congedo dalle scene del terzetto, inizialmente spiegato a fine 2015 come semplice coda di carriera per musicisti intorno ai sessantacinque anni che trovavano difficoltoso esibirsi per tre ore di concerto ogni sera, eseguendo simili ed intricate partiture, con quella qualità che li aveva contraddistinti per oltre quattro decadi. Era una tesi umanamente accettabile, ma oggi sappiamo che Neil era assai più malato di quanto ammettesse alla stampa, e preferì godersi in pace gli ultimi anni di una sua esistenza, oramai serena, tra gli affetti che era riuscito a riequilibrare, senza sostituire quelli che aveva precedentemente vissuto. E se esiste davvero un aldilà, una divinità superiore, o comunque una maniera di ricongiungerci a chi abbiamo perso improvvisamente senza la possibilità di un saluto finale, spero che Neil abbia adesso la possibilità di riprendere da quel pomeriggio in cui aveva visto sua figlia Selene partire in Jeep. E dirle i pensieri che solo un genitore può aver accumulato in due decadi di emozioni, trascorsi senza aver avuto accanto l’amore che aveva generato.

“E se la musica si ferma
Si sente solo il rumore della pioggia
Tutte le speranze e la gloria
Tutti i sacrifici fatti invano
Se l’amore rimane
Anche se tutto è perduto
Pagheremo il prezzo
Ma non terremo conto del costo.”

Bravado, 1991
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One comment

  1. Ciao Federico, pezzo molto bello.
    Mi permetto però una piccola osservazione: Different stages non è il primo live dei Rush, bensì il quarto.
    Nell’arco della loro carriera i Rush hanno usato i live per suggellare un periodo musicale e aprirne un altro di esplorazioni differenti. Cosa ancora più vera, in questo caso, dopo la “fuga” di Peart.
    Con stima,
    M

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