François Cevert: la storia spezzata del pilota bello come un divo

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Watkins Glen, 6 ottobre 1973

Watkins Glen è una piccolissima città americana, nello stato di New York, in prossimità del lago Seneca; l’autunno è dolce a Watkins Glen, reso ancor più suggestivo dai colori che dipingono i boschi circostanti, dominati dall’ocra e dal porpora degli aceri.

Da sempre, per qualche giorno in questo periodo dell’anno, le distese boscose sono squassate dal terribile rombo delle auto da corsa: Watkins Glen, infatti, ospita il più importante circuito automobilistico degli USA. Sabato 6 ottobre, al mattino, sono in programma le sessioni di qualificazione al gran premio che si terrà il giorno dopo, l’ultimo del 1973. La Tyrrell 006 blu di François Cevert è appena stata messa in moto dai suoi meccanici; dalla visiera del casco bianco con fregi rossi, gialli e blu del pilota francese si vedono solo i suoi occhi azzurri. Sono occhi che l’hanno reso famoso quanto i suoi successi in pista, belli come quelli di un attore della Novelle Vague di Godard e Bresson.

François con un gesto della mano schiocca un bacio a una ragazza bionda che lo osserva, si cala la visiera come un cavaliere medievale si sarebbe calato la celata dell’elmo in un torneo e si avvia sui cinque chilometri e mezzo del Glen. La ragazza, dalla bellezza discreta e tipicamente britannica alla Vanessa Redgrave, non è una delle sue tante fiamme, ma Helen, moglie di Jackie Stewart, compagno alla Tyrrell, già campione del mondo e suo migliore amico.

Da quel giro in pista François non tornerà più.

Chamonix, 1967

François Cevert è nato in una famiglia molto benestante a Parigi, il 25 febbraio del 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale. Il padre si chiama Charles Goldenberg e, quand’era bambino, è fuggito dalla Russia per evitare i pogrom, sommosse antisemite dell’inizio del ‘900. Charles, come emerge chiaramente dal cognome, è ebreo, e non sa di essere passato dalla padella alla proverbiale brace. La Francia invasa dai nazisti inizia a scottargli sotto i piedi, eppure riesce abilmente a celarsi sotto un falso nome e a scamparla tra qualche peripezia; i figli, a scanso di equivoci, prendono il cognome di Huguette Cevert, la moglie.

Passata la guerra Charles ricostruisce una piccola fortuna come gioielliere, tanto che il giovane François, col fratello e la sorella, cresce in un piccolo castello con tanto di domestici.

Nella testa di papà Charles, però, le corse automobilistiche sono rimaste ancorate a un’idea da inizi ‘900: un passatempo di nobili svogliati, spericolati mantenuti o figli di costruttori. Ed è così che, una notte del 1967 a Chamonix, troviamo François e i suoi occhi azzurri da Diabolik, in un’impresa degna del suo sosia a fumetti. Davanti alla stazione di polizia di Chamonix c’è un solo poliziotto, infreddolito e assonnato, di guardia. François gironzola attorno a una vecchia Austin parcheggiata nei pressi. La vettura gemella con cui traina la sua formula 3 da un circuito all’altro ha forato e il pilota non ha la ruota di scorta; il padre gli ha negato qualsiasi aiuto economico e il giovane è costretto a fare da meccanico, autista e team manager, oltre che pilota. Furtivamente François forza il bagagliaio dell’Austin e ruba la ruota di scorta; a tanto si è ridotto pur di seguire la passione che gli divora l’animo.

È bello, François, come un attore del cinema; come Alain Delon, che fa innamorare all’epoca le teenager francesi, e bellissime sono le donne che appaiono al suo fianco o quelle che i tabloid gli attribuiscono, su tutte Brigitte Bardot. Con la divina – dicono i bene informati – è roba di una notte: lei vuole uomini servizievoli, lui cerca una compiacente geisha. È talmente bello, il giovane Cevert, che quando, ancora ragazzo, va a prendere in moto la sorella Jacqueline al Liceo Course Montagny di Neuilly, le compagne si passano parola e corrono al balcone per vederlo; addirittura la bidella arriva a vietare alla ragazza di farsi venire a prendere; la vista degli occhi azzurri di Cevert è un pericolo per l’ordine pubblico e un attentato alla virtù delle studentesse.

Watkins Glen, 3 ottobre 1971, due anni prima

Veloce e sinuoso, ma altrettanto insidioso e pericoloso, il Glen è un circuito per veri uomini – come si diceva allora – e il preferito di François Cevert. Qui, al suo primo anno completo di formula 1 ha colto la sua unica vittoria, in una rara giornata in cui il suo stato di grazia e la fortuna andavano a braccetto, tanto da uscire indenne da un imprevisto fuori pista a pochi giri dalla fine. E nel fosco 1972, anno privo di soddisfazioni, al Glen sarà comunque secondo.

Non è un pilota istintivo, alla Peterson, Cevert; inizia a correre tardi, ispirato in parte dal fidanzato – e poi marito – della sorella Jacqueline, quel Jean Pierre Beltoise che per anni porterà la bandiera della Francia in formula uno e nel mondiale Sport, ma che in Italia è ricordato più per aver causato la morte di Ignazio Giunti con un’avventata manovra nell’inferno della 1000 chilometri Buenos Aires. Osteggiato dalla famiglia, François inizia timidamente con le moto, ma è un innamoramento breve; il suo cuore è rapito dalle quattro ruote.

Monthlery, 26 ottobre 1966, Volante Shell

La sua grande occasione è il Volante Shell, sorta di talent patrocinato dalla casa petrolifera che mette in palio un ingaggio per la formula 3 al giovane più meritevole. Sotto la pioggia, quel giorno di ottobre del ’66, François mette in fila tutti, compreso Patrick Depailler, faccia un po’ così da film di Truffaut e favorito – udite udite – di suo cognato Beltoise, che fa di tutto per favorirlo, attirandosi le ire di Jacqueline. Tuttavia il 1967 in formula 3 è disastroso. Si rifarà l’anno dopo, Cevert, vincendo il campionato grazie all’italiana Tecno – la sua scuderia – e alla cavalleria di un altro Jean Pierre, Jabouille. Questi, in vantaggio all’ultima gara, con grande nobiltà d’animo fa ritardare la partenza per permettere a François – vittima di un guasto – di riparare in tempo la vettura e giocarsi le sue carte. Un gesto d’altri tempi che gli costa il campionato ma lo mette forse ancor di più in luce. Il 1969 vede il francese in formula 2, dove si fa notare specie a Reims, fuori campionato, battendo persino Stewart.

Ed è proprio Sir Jackie a raccomandarlo a Ken Tyrrell e a prenderlo sotto la sua ala protettrice. Gli insegnerà tutti i trucchi, allevandolo come suo degno erede e trasformandolo da pilota arrembante e disordinato a vero stilista delle traiettorie.

Watkins Glen, 6 ottobre 1973

François Cevert arriva al Gran Premio degli Usa con uno stato d’animo contrastato. Nella gara precedente ha avuto un incidente con Jody Scheckter che poteva essere fatale, ma che in fin dei conti l’aveva lasciato solo con la caviglia dolorante; il 1973 era stato un ottimo anno, passato a coprire le spalle al suo caposquadra – ben 6 secondi posti – anche quando sapeva di essere più veloce. E il Glen, in fondo, era la sua pista.

L’ultima gara, a titolo già assegnato, viveva delle chiacchiere dei box: era vero che Stewart, fresco campione del mondo, si sarebbe ritirato? Prima della gara, Jackie, Helen e François trascorrono una vacanza insieme alle Bermuda. “Furono alcuni tra i più bei giorni della mia vita” – ricorderà Stewart. François continua a chiedergli, scherzosamente, cosa farà l’anno dopo; è impaziente di prendere il posto del maestro e raccogliere quanto seminato da fedele scudiero. Solo Jackie e Ken Tyrrell sanno che il futuro è già deciso: Stewart si ritirerà e lascerà la prima guida a François, che ritiene ormai maturo. Non l’ha detto nemmeno alla moglie, Jackie, terrorizzata dalle gare, per risparmiarle lo stillicidio del conto alla rovescia.

François al Glen vuole vincere. Può ancora essere secondo nel mondiale davanti alle nere Lotus di Fittipaldi e Peterson. E vuole farlo partendo – sarebbe la prima volta per lui – dalla pole position. Entra in pista deciso a fare il giro più veloce, nonostante poco prima abbia avuto un attacco di vomito.

C’è un punto al Glen più importante degli altri: una esse dove le barriere sembrano insensatamente vicine. Se si riesce ad abbordarla nel modo giusto è il posto buono per fare il tempo, ma è anche la curva adatta per farsi male seriamente, se qualcosa va storto. Ed è alla esse che, quando mancano cinque minuti a mezzogiorno, prima Scheckter, poi Beltoise, Amon e infine Stewart, arrivano trovando la strada ostruita dalle bandiere gialle e un cumulo di rottami a bordo pista. La Tyrrell numero 6 di Cevert è praticamente polverizzata: ha urtato il guard rail sulla destra rimbalzando sull’altro lato, rovesciata. Una ruota ha colpito François, uccidendolo all’istante, e il metallo della barriera ha infierito sul suo corpo, dilaniandolo. “Sembrava di essere sul luogo di un disastro aereo” – commenta sconsolato l’amico Jackie, per poi ritirarsi rinunciando per sempre a correre il suo centesimo gran premio.

Le cause rimangono oscure. Cedimento meccanico? Un malore dovuto alla precedente crisi di vomito? Una marcia errata, come sosterrà Jackie? Nessuno lo saprà mai, e nessuno vedrà più gli occhi azzurri di François. Blu come il mare della Costa Azzurra che amava tanto e come la livrea della Tyrrell che gli aveva promesso un futuro da primo campione del mondo francese.

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