L’ambivalente surrealismo di 8 ½ di Federico Fellini

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8 ½ di Federico Fellini può essere considerato una stravagante favola surrealista; sceneggiatura, fotografia e regia mirano ad abbattere il confine tra realtà, sogno e immaginazione sviscerando gli angoli più profondi dell’animo e delle illusioni dell’uomo.

Quando, però, uscì nelle sale cinematografiche, la casa distributrice preferì virare alcune scene, nella fattispecie quelle oniriche, in tonalità seppia creando in tal modo una netta distinzione tra la realtà e l’illusione e svilendo la forza icastica del bianco e nero.

Possiamo supporre che Fellini, invece, volesse straniare gli spettatori suscitando in loro un atteggiamento analitico e critico rispetto ai fatti rappresentati. Tant’è che decise di sovraesporre alcune scene; artificio narrativo utile per creare l’inaspettato risultato in cui le parti di vita reale appaiano più illusive del sogno stesso.

La composta sovraesposizione è coerente con il regime di finzione creato dove il colore bianco, che va da sé è simbolo di purificazione, permea l’intera pellicola, dagli elementi scenici ai costumi.

Fellini stesso dichiarò di sentirsi redento dopo le riprese: “Vorrei che questo senso liberatorio si trasmettesse a chi lo va a vedere, che dopo averlo visto la gente si sentisse più libera, avesse il presentimento di qualche cosa di gioioso”.

La polivalenza interpretativa che permea l’intero svolgimento del film è presente sino ai due monologhi conclusivi; anche se nella fattispecie si sposta dal piano etereo del metaforico, per abbracciare quello più concreto di due posizioni diametralmente opposte. Le quali, nonostante ciò, risultano contemporaneamente suffragabili.

La prima, seguendo un ordine squisitamente cronologico, sublimata nella persona del critico cinematografico. Figura, anatomicamente e mimeticamente, assimilabile a un avvoltoio che con la propria presenza funge da memento mori al regista. Al quale ricorda, funereamente, la possibilità non riuscire a terminare la pellicola che intenderebbe realizzare.

Ma per il critico peccato ancor più grave parrebbe il riuscire a portare a termine un’opera, senza che questa abbia in realtà nulla di rilevante da mostrare. Tanto che è egli stesso pervaso da orgoglio nei confronti di chi abiura, una volta manifesta l’inconsistenza della propria creazione. Tesi magistralmente resa tramite la sentenza: “Distruggere è meglio che creare, quando non si creano le poche cose necessarie”.

Egli, dato il proprio mestiere, si sente soffocato da una moltitudine di opere che con la propria vacuità contribuiscono sensibilmente al vano sovraffollamento visivo/acustico, una sorta di inquinamento intellettuale, che l’uomo conformemente la propria natura è solito creare.

“In fondo avremmo solo bisogno di un po’ di igiene, di pulizia, di disinfettare”. Esclama patendo, similmente al succitato avvoltoio, la responsabilità del far pulizia delle creazioni dalla putrescente inutilità.

Fellini, nella stesura di queste parole, mostra una ragguardevole dose d’intelligenza emotiva ai fini di un’immedesimazione nelle motivazioni di una figura a lui antitetica, quasi una nemesi, come quella del critico. Che poi l’intento sia parodistico o, perché no, di preventiva difesa, non ne intacca minimamente il grado d’empatia.

Proprio nel momento in cui i discorsi del critico si fanno più logici e persuasivi, il regista si abbandona contrito al proprio monologo interiore. Prettamente pervaso di sentimentalismo. Questi ci parla infatti di una gioia improvvisa e irrazionale. Ma soprattutto di un amore inaspettatamente ritrovato.

Qui, Guido Anselmi, cade preda di una sorta di sindrome dell’abbandono rovesciata. Dove è chi lascia, proprio nel momento in cui lascia, a farsi sovrastare dai dubbi. A credere di essere quello in errore. A pensare che se lui fosse diverso le cose potrebbero funzionare, stavolta.

E l’elemento delizioso della pellicola presa in esame, è che questo sentimento, usuale nelle relazioni umane, è donato anche ai personaggi da lui creati.

Così, Marcello Mastroianni, si fa portavoce della seconda visione. Quella di chi l’arte la crea e non può dunque strutturalmente viverla con cinico, ma opportuno, distacco.

8½ è un film profondamente metanarrativo, che resiste nel mantenere una fortissima e onirica poetica in ogni scena. Ma è nel momento conclusivo, probabilmente, che sprigiona la maggior potenza a livello meramente verbale. Soprattutto nelle parole pronunciate dal critico, che di queste vive, le quali paiono essere scelte con chirurgia compositiva.

Caratteristica è, infine, la scena iniziale. Uno spaccato che esemplifica il ritmo surreale di cui tutta la pellicola è intrisa. Guido Anselmi si libera dall’auto elevandosi magicamente verso la redenzione. Il bianco e nero staglia la figura creando una prepotente silhouette che catturando loo sguardo monopolizza la scena e mostrando come nulla nella fotografia di 8 ½ sia lasciato al caso.

Curiosità: durante le riprese del film, Federico Fellini aveva attaccato alla macchina da presa una scritta ben precisa, per ricordarsi costantemente del modo in cui quel film andava affrontato: “RICORDATI CHE È UN FILM COMICO.”

Federico Cacia e Fausto Pirrello

(Articolo pubblicato originariamente sulla pagina Facebook Storia della Fotografia e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione web)

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