Il vero significato di Lazarus, il testamento di David Bowie

Lazarus, la canzone simbolo del testamento musicale di Bowie (Blackstar, Columbia Records, 2016), non sembra avere pace: saccheggiata, com’è stata, da mille interpretazioni, nonché afflitta da inesausti tentativi di decodifica. Alcuni veramente interessanti, altri a smaccato servizio di un clickbait pruriginoso e strampalato. Irrispettose riletture che cancellano di colpo decenni di maturazione artistica e personale, scritte come se l’artista nel 2016 fosse stato ancora quello degli inizi -quello dei mid-70’s a Los Angeles per intenderci- tra citazioni esoteriche e (attribuiti) miti di superomismo.

Infatti se agli inizi degli anni ’70 era The man who sold the world, solo dieci anni dopo avrebbe potuto benissimo ricomprarselo quel mondo, e senza che nessuno potesse obiettare nulla: appena arrivato a New York nel 1980 David Bowie era il Re: “By the time I got to New York, i was living like a King, then i used up all my money…”.

Regno rivendicato in Heroes (“I, I will be king”) e in costante ascesa da Hunky Dory alla trilogia berlinese, anni che culminarono in Scary Monsters (and Super Creeps) proprio nel 1980, ponte tra due epoche tra loro inconciliabili. Definito il suo “equilibrio perfetto”, fu disco di alta sintesi tra art rock e pop, che diede un decisivo apporto alla miglior estetica sonora del successivo decennio; un decennio dedito al culto dell’immagine e del possesso, in cui tutto era gioiosamente commercio e business. Devozione alla quale nemmeno il nostro eroe si sottrasse: “i was looking for your ass” confesserà Bowie nel 2016; ma a quei tempi tutto era davvero Fashion.

Personalmente non ritengo di dover criticare quel periodo dance-pop -certe cose sono davvero notevoli- ma in un’intervista del 1995 egli stesso fu molto severo sui suoi anni 80:

“Non sapevo più cosa stessi facendo; inebriato dal successo avevo perso il mio naturale entusiasmo per le cose. Credevo di non avere più niente da dire e pensavo solo a guadagnare il più possibile; temevo di essere vicino alla fine. L’incontro con Reeves Gabrels mi ha fatto capire che non potevo continuare così.”

Scary monster: Lazzaro, il mostro e le sue piaghe

El’azar, colui che è assistito da Dio. Pare quasi che nel Lazarus l’ultraterreno talento di Bowie abbia voluto, ancora una volta, rappresentarsi in modo bivalente: uno scary monster coperto di piaghe/cicatrici (“scars“) e dall’altra parte un ricco avido col mondo di allora ai suoi piedi.

Sembra voler citare non il Lazzaro risorto, ma quello di una meno celebre parabola, la cui narrazione è innovativa come questa canzone, svolgendosi quasi interamente nell’aldilà.

Nel Vangelo di Luca (16, 19-31) troviamo infatti i due personaggi che il Duca Bianco incarnerebbe parallelamente, da maestro del Teatro (Drama) qual era: un Lazzaro che è mendicante piagato, un mostro umano emarginato e sofferente che subito dopo la morte viene portato dagli angeli diritto “in seno ad Abramo” (“in Heaven”), e al contempo l’opulento antagonista che, avendo ignorato le piaghe altrui, di fronte al giudizio divino è in angoscia (“in Danger“).

Riprendendo analogicamente il modello di dialogo ultraterreno, anche Bowie ci porta diritti in “seno ad Abramo”, diritti nell’aldilà con una frase secca, folgorante: “Look up here, i’m in Heaven”. Paradiso subito macchiato dall’ombra delle sue cicatrici nascoste sotto la patina glam: “I’ve got scars that can’t be seen”.

Gioca con le assonanze per alludere a sè stesso, tra scars e scary: “I’ve got scars that can’t be seen“. Non ha mai smesso di considerarsi “scary monster”, ma ora, svestiti i panni terreni, la maschera è calata, tutti lo riconoscono (“Everybody knows me now”) e si sente in pericolo di fronte ad un giudizio definitivo, forse come il Ricco Epulone della parabola: “Look up here, man, I’m in danger”.

Drama: il Teatro nel sangue

I’ve got drama, can’t be stolen”. L’addio di Bowie si porta appresso il suo gran Teatro, le sue innumerevoli facce che, profondamente radicate nel suo essere, non possono essere rubate. La sua carriera è stata applicazione perfetta del melodramma, l’arte teatrale applicata al canto.

Dall’ambiguo dandy a Ziggy; ucciso pubblicamente per mutare progressivamente in un Duca Bianco che conquisterà il cuore sonoro della mitteleuropa per poi varcare indomito l’atlantico e sbarcare nella Big Apple a incidere il suo capolavoro da pagliaccio romantico e stralunato.

Là, già disilluso, che ormai Major Tom’s a junkie, recita “Cenere alla cenere” (Ashes to Ashes) con la consapevolezza che “polvere siamo e polvere ritorneremo”.

Strung out in heaven’s high, hitting an all-time low” era l’anticipo, la depressione (low) del suo Drama: parola in sé ambivalente e ambigua, come quelle altezze (heaven’s high) che riprendono il dramma della malattia mentale del fratello (Jump they say, 1993) e la paura di condividerla col patrimonio genetico della madre. Un cervello schizofrenico che gira all’impazzata come allucinato (“I’m so high it makes my brain whirl”), spaventato dall’aria rarefatta di lassù, quasi fosse l’altezza dalla quale ha compiuto quel salto fatale (“Dropped my cell phone down below“).

Bluebird: volare oltre l’arcobaleno

Ma questo Lazarus termina circolarmente dove la sua carriera è iniziata, volando via libero sulle ali di un Bluebird, l’uccellino azzurro citato per la prima volta da Judy Garland in Over the Rainbow (Il Mago di Oz, 1939, regia di Victor Fleming): “Somewhere over the rainbow, Bluebirds fly“. Ziggy, cantando la parola “Star-man”, compieva l’identico salto vocale di ottava di quel “Some-where“: e conoscendo Davide Bowie è una citazione in piena regola!

Da quella canzone in poi (non prima) la sua carriera prese il volo, e quel Bluebird, un tempo materializzato nella chitarra blu a Top of the Pop’s, ora chiude in modo definitivo (“This way or no way“) il testamento di Lazarus.

Ecco, alla fine Bowie ci sussurra “You know, I’ll be free. Just like that bluebird” per dirci che all’ultimo respiro mortale lui sarà esattamente come quell’uccellino azzurro; anzi che è proprio come lui adesso (“Now ain’t that just like me?“). Libero.

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