Starman: Ziggy Stardust è passato da Wichita?

Il 24 maggio 1844 il primo messaggio in codice morse percorse la linea telegrafica fra Baltimora e Washington: “What hath God wrought?” (“Cosa ha fatto Dio?”, Numeri 23,23).

Nulla però a confronto con l’impatto di quello mandato in onda da Londra il 6 luglio 1972: Top of the Pop’s. BBC.

La carta da parati dei nebbiosi salotti inglesi fu incendiata da un fulvo ragazzo emaciato, avvolto in una coloratissima tuta, che imbracciando una dodici corde blu guardava fisso nella telecamera presagendo l’arrivo di un messianico alieno (stavolta): ”dovevo telefonare a qualcuno, e così ho scelto te hoo-hoo”.

Ed ecco nell’aria un nuovo codice morse, musicale, amalgama sintetico di chitarre e tastiere a rendere spasmodica la quiete prima della tempesta, appena prima del celeberrimo coro “There’s a Starman, waiting in the sky…”: è quel tintinnio ripetuto a precedere, quella rincorsa di crome e semicrome, quei cristallini bicordi a 0:48″ nel video, che dalla BBC vibrarono nell’atmosfera tenendo il mondo intero col fiato sospeso.

E quell’iconica sequenza è un ponte fra due epoche, fra due mondi. Tra l’america delle radici e l’inghilterra del pop mondiale. Tra un artista che cambiò le regole del gioco e coloro che le regole le avevano custodite con sacralità. Credo meriti qualche riga di attenzione.

Un frammento musicale che nacque alternativamente o dall’intuizione di Jimmy Webb, autore country-pop nato in Oklahoma nel 1946 o più probabilmente dagli artefici del suono Motown, il leggendario trio di autori e produttori Holland-Dozier-Holland, nati a Detroit tra il 1939 e il 1941.

Sicuramente non siamo nel campo del plagio, bensì di una ispirata elaborazione. Non sappiamo però se il produttore-chitarrista degli Spiders from Mars, Mick Ronson, “rubò” dall’intro funky delle Supremes di You keep me hangin’ on (Motown Records 1966) o attinse dal contrappunto al fascinoso cantato di Glenn Campbell in Wichita Lineman (Capitol Records 1968).

Il codice morse e il suo tipico suono mi paiono sicuramente più attinenti alla comunicazione a distanza, che sia tra pianeti o tra città del nord america. Sono infatti anime paradossalmente affini lo Ziggy Stardust e la sua chiamata interplanetaria e il tecnico del telegrafo della Contea di Wichita che ausculta le linee appeso, “cercando nel sole un altro sovraccarico di linea“.

E fu proprio il codice telegrafico l’idea di Jimmy Webb: doveva completare Wichita Lineman, che Campbell incise senza aspettare che fosse completa, tanto gli piacque. Per riempire il vuoto tra le anomale strofe/ritornello digitò i tasti sul suo vecchio organo da chiesa Gulbransen imitando un messaggio in alfabeto morse. Probabilmente l’intro delle Supremes risuonava ancora nelle sue orecchie; quel pezzo usci nel ’66 ed ebbe grande diffusione radiofonica e tv, mentre il suo brano uscì a ruota nel 1968. Siamo lì.

A pochi anni di distanza uscì anche Bowie, ma se i due interpreti sono distanti anni luce (appunto), Ziggy e il nostro tecnico della Contea di Wichita sembrano avere qualcosa in comune.

Marte, il Kansas e la solitudine

La contea di Sedwick e quindi il Kansas e quindi la città di Wichita sono una landa da attraversare percorrendo lunghe distanze fatte di solo cielo e terra intorno, un buco in mezzo agli States. Un paesaggio che il nostro Ziggy, ispirato dalle asperità marziane, potrebbe riconoscere come affine. Al confine di quel Nebraska lunare e springsteeniano tanto amato dai musicofili.

Geografia a parte, un sereno senso di solitudine pervade i testi di entrambe le canzoni: “he’d like to come and meet us, but he thinks he’d blow our minds” contro “and i need you more than want you, and i want you for all time”.

Una solitudine che guarda lontano, al sole o ad un pianeta distante sempre spazio è: più evidente nel paesaggio americano, più difficile da cogliere nel frastuono glam imbastito dal burattinaio Bowie. Eppure in entrambi rimane radicato e non estinguibile il desiderio di un contatto, di un ascolto cercato appoggiandosi alla radio (“i leaned back on my radio-hoo-hoo”) o ai cavi del telegrafo (“I hear you singin’ in the wire“). Se Starman è diventato parte di un patrimonio musicale universalmente condiviso, il brano di Campbell ha esercitato e continua ad esercitare nel tempo il suo fascino, specialmente in chi vuole approfondire la ricerca in solitaria. Innumerevoli le cover in ambito country e pop, persino nella black music. Anche i REM, una delle più belle incarnazioni del rock americano, hanno voluto rendere omaggio a questa canzone.

Il folk onnipresente

La coppia Webb/Campbell non ha certo bisogno di dimostrare il pedigree roots: Campbell da Nashville è stato inserito nella Country Hall of Fame nel 2005 e il canzoniere di Webb lo mette di diritto nella Songwriter Hall of Fame. È per Bowie invece che la contaminazione va evidenziata. Nonostante la complessa genesi spesa tra il barocco del glam rock, le influenze psichobilly e Iggy Pop, il suono degli Spiders from Mars ha un debito verso il folk così come riscoperto da Bob Dylan.

La chitarra blu a dodici corde è decisamente fuori contesto in quel bailamme di luci, colori, suoni e alieni. Eppure “Rise and fall…” subisce ancora l’influenza del Dylan di “Nashville Skyline” (1969), di “John Wesley Harding” (1968) e della trilogia conclusasi con “Blonde on Blonde” (1966). La chiave di lettura ce la fornisce “Hunky Dory” (parente molto stretto di “Rise and Fall…“) che quasi a dimostrazione della tesi solo un anno prima offriva un sentitissimo omaggio a Robert Zimmerman. Come in un’empatia tra menti musicali che sanno correlare concetti apparentemente non collegabili, David Bowie si trascinava Dylan fin dai timidi inizi di carriera.

“About a strange young man called Dylan
With a voice like sand and glue
His words of truthful vengeance
They could pin us to the floor
Brought a few more people on
Put the fear in a whole lot more”

Soltanto lui poteva mantenere quell’influenza credibile in un tale folle contesto. Drammatica però la differenza. Dylan il mondo country di Campbell e Webb lo riscoprì, rinnovandolo. Bowie lo imbastardì catapultandolo fuori dalla realtà, facendone fiction con il suo camaleontico talento. Introversione ed estroversione, l’umanità sempre al centro: “È tutto amore – nel cercare di raggiungerlo la mia solitudine cresce, a causa della cecità che lo circonda“, ci ricorda Bowie proprio con Soul Love nel suo lavoro alieno.

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