Pulp Fiction: dentro la trama, il significato e i pregi del film

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di Pulp Fiction, il film di Quentin Tarantino, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Qual è il contributo più importante che Quentin Tarantino ha dato al mondo del cinema? Probabilmente ognuno può avere una propria risposta a questa domanda e forse esistono più risposte valide possibili, ma al di là dei singoli film, al di là dei dialoghi fulminanti e della capacità di creare dal nulla nuove tendenze, ripescando e rielaborando film, generi e filoni dimenticati da (quasi) tutti, il più grande contributo di Tarantino al mondo del cinema è l’approccio stesso nei confronti della settima arte che il regista di Knoxville ci ha insegnato attraverso le sue opere.

Per Tarantino non esistono un cinema di serie A e un cinema di serie B, così come non esistono i grandi autori e i mestieranti: esistono solo film belli e film brutti, così come esistono solo i registi bravi e i registi mediocri. Questa differenza non dipende dal genere, dal budget o dalla serietà del prodotto finale, ma è data esclusivamente dal modo in cui il film viene realizzato. Sembra un’ovvietà e si può ribadire elencando tanti altri autori cinefili che hanno inserito citazioni e frammenti tratti dal cinema di “serie B” nei loro film di “serie A” (uno su tutti Martin Scorsese), ma nessuno prima di Tarantino si era mai spinto a certi livelli, arrivando addirittura ad abbattere le barriere che separano il cinema “alto” dal cinema “di massa” in un modo del tutto inedito fino a quel momento.

L’esempio lampante di questo discorso è Pulp Fiction, il secondo film ufficiale di Tarantino, forse non il suo titolo migliore in senso stretto (Bastardi Senza Gloria e Jackie Brown contengono alcune scelte di regia e scrittura ancora più raffinate) ma senza dubbio alcuno quello che ha abbattuto ogni barriera possibile nel cinema degli anni novanta e quello che meriterà sempre di essere ricordato e celebrato per primo.

L’elemento caratterizzante della grandezza di Pulp Fiction è il suo essere un insieme esplosivo di componenti che prese singolarmente sarebbero in contraddizione tra loro, almeno secondo una concezione del cinema pre-tarantiniana: è un film d’autore, che si rivolge contemporaneamente sia ad un pubblico “colto” (Palma d’oro al Festival di Cannes del 1994, con giuria presieduta da Clint Eastwood e applausi anche dalla critica più blasonata) che alla “massa” (200 milioni di dollari incassati al box office, che aggiornati con l’inflazione lo rendono ancora il più grande successo del regista), che presenta una struttura narrativa articolata e geniale, degna dei migliori “pensatori” del cinema, ma che allo stesso tempo gioca con le materie più basse dell’exploitation (overdose, cervelli esplosi, rapine, incontri di boxe truccati ecc.), che diventa istantaneamente il film cult del decennio pur essendo fatto quasi interamente di richiami al passato (emblematico il successo planetario della colonna sonora), che consuma letteralmente in chiacchiere la maggior parte dei suoi gloriosi 154 minuti per concentrare le poche scene di azione vera e propria (se così la si può chiamare) quasi interamente alla fine (salvo poche eccezioni), in barba a tutti i discorsi su equilibrio e giusta suddivisione in atti di un racconto.

Per farla breve, Pulp Fiction è un film che sulla carta poteva soltanto fallire, che nasce con le peggiori premesse possibili (la leggenda narra che le storie siano state scritte a mano da Tarantino durante un viaggio e numerosi trip ad Amsterdam, tanto che successivamente fu difficile riordinare tutto in una sceneggiatura sensata con l’aiuto di Roger Avary) e che vede la luce soltanto grazie alla tenacia di un Tarantino appena trentenne che riesce a resistere al richiamo delle sirene di Hollywood (gli viene proposto di sedersi in cabina di regia sia per Speed che per Men In Black) e soprattutto grazie al micidiale intuito di Harvey Weinstein, che capisce al volo il potenziale del progetto e finanzia il film con otto milioni di dollari, trasformando quel grosso rischio sulla carta in una pietra miliare del cinema mondiale, che proprio nelle sue apparenti contraddizioni e punti deboli ha i suoi fattori critici di successo.

La trama e la scrittura

Due killer professionisti di nome Jules e Vincent (gli straordinari Samuel L. Jackson e John Travolta) devono recuperare una valigetta dal contenuto misterioso (il McGuffin hitchcockiano del film) per conto del boss Marsellus Wallace (Ving Rhames) e resistere al goffo tentativo di rapina da parte di una coppia di amanti (Tim Roth e Amanda Plummer); Vincent deve portare fuori a cena Mia (Uma Thurman), nuova moglie di Marsellus e, mentre cerca di resistere alla tentazione di andare a letto con lei, non si accorge che la giovane donna è andata in overdose: sarà costretto a correre dal suo spacciatore di fiducia, Lance (Eric Stoltz), per farle un’iniezione di adrenalina al cuore e salvarle la vita; Butch (Bruce Willis) è un pugile che ha accettato un incontro combinato proposto da Marsellus, ma al momento della sfida uccide l’avversario (anziché andare al tappeto alla quinta, come concordato) e tenta di scappare con i soldi delle scommesse e l’amante (Maria de Medeiros): inseguito da Marsellus (che lo ha incrociato accidentalmente per strada) cade insieme a lui nelle grinfie di due maniaci (Duane Whitaker e Peter Greene) che intendono stuprarli e ucciderli.

Ci si rende realmente conto della forza della scrittura di Pulp Fiction nel momento in cui, solo dopo numerose visioni, quando ormai si conoscono a memoria le scene e i dialoghi migliori del film, si comincia a notare la completa mancanza di logica di certe soluzioni narrative. Perché Butch torna indietro a salvare Marsellus, pur consapevole di essere stato lui a infilarlo in quella situazione e senza alcuna garanzia di essere risparmiato dal boss? Perché due killer professionisti devono intavolare una lunghissima conversazione con due rapinatori dilettanti e maldestri anziché risolvere il problema nel modo più pratico? Le domande possono essere tante altre ma la risposta di Tarantino è una sola: perché così il film è più divertente.

Il bello è che questo modo di pensare il cinema, che di norma funziona pochissimo, con Tarantino funziona sempre. Il suo stile narrativo non segue la logica comune ed è composto da intuito, da un’indubbia capacità tecnica nella scrittura e nella costruzione dei dialoghi e dal gusto intellettuale (o autocompiacimento, secondo i detrattori) per la creazione di situazioni sfidanti per lo spettatore, da risolvere brillantemente con soluzioni ai limiti più estremi della credibilità. La struttura della sceneggiatura non è lineare (se lo fosse il film si dovrebbe aprire col recupero della valigetta di Marsellus e proseguire con l’uccisione involontaria di Marvin, la “Bonnie Situation” e l’intervento di Mister Wolf, la rapina alla caffetteria Hawthorne Grill, la corruzione di Butch da parte di Marsellus, l’uscita notturna finita quasi in tragedia tra Vincent e Mia, il “tradimento” di Butch e la vicenda dell’orologio d’oro, che porta Butch ad uccidere Vincent, a cadere insieme a Marsellus nella rete di Maynard e Zed e a salvarsi e salvare anche Marsellus grazie alle proprie forze) perché tutto in Pulp Fiction è concepito e posizionato nella timeline del racconto per “far godere” lo spettatore il più possibile: il monologo di Jules diretto a Ringo è perfetto per la chiusura del film, l’assurdità della “Bonnie Situation” e l’intervento di Mister Wolf (Harvey Keitel) sono il perfetto contraltare al degrado della scena precedente, ma successiva in termini di storia, in cui Butch e Marsellus sono vittime della follia di Zed e Maynard e, per concludere l’esempio, l’interminabile monologo del Capitano Koons (Christopher Walken, sempre efficacissimo) nel flashback di Butch serve a dividere perfettamente in due la narrazione tra le vicende di Jules, Vincent e Mia e quelle di Butch e Marsellus, comunque destinate ad intrecciarsi.

Un altro elemento caratterizzante della scrittura di Tarantino è la rapidità con la quale riesce a tratteggiare personaggi destinati a rimanere indelebili e, parlando di Pulp Fiction, l’esempio lampante è Mister Wolf: appare dal nulla, risolve il problema (il cadavere di Marvin e la Chevrolet sporca di sangue a casa di Jimmie) e scompare nel giro di pochi minuti, rimanendo impresso nell’immaginario collettivo con poche battute e gesti. Ci sono autori che creano personaggi simili una sola volta in carriera e li portano avanti il più possibile, mentre Tarantino lo fa ad ogni film e li cambia in continuazione.

Alla fine è stato l’intervento divino a deviare i proiettili diretti a Jules e Vincent? Non possiamo saperlo, ma intanto Jules (il credente che si è pentito) ha avuto salva la vita, a differenza di Vincent (il non-credente che non ha voluto pentirsi) che è morto poco dopo nel più stupido dei modi. E la valigetta di Marsellus cosa contiene? Probabilmente i segreti dello stile tarantiniano, che non siamo destinati a comprendere fino in fondo.

Cinema alto e cinema basso

Fortemente erotico senza mostrare mai il sesso in scena e violentissimo senza mai rivelare i dettagli peggiori (anzi, smorzandone l’effetto con una grande dose di ironia). Come si diceva in apertura, a Tarantino non importa lo scopo alla base del film ma il risultato finale: il film è bello quando riesce a superare l’effetto immediato e a stimolare i sensi. In questo Pulp Fiction è campione assoluto: dall’inizio alla fine la pellicola è una goduria pura per i sensi dello spettatore, come i momenti di Quei Bravi Ragazzi in cui vediamo i gangster di Scorsese intenti a cucinare dal carcere (e ci sembra di sentire un profumo squisito) solo che questa volta l’effetto si prolunga per tutta la durata del film e coinvolge ogni aspetto trattato.

Come nel cinema di Scorsese e della New Hollywood (e di Godard e del resto della Nouvelle Vague prima ancora) i gangster vengono umanizzati, ma mai così tanto come questa volta il lato umano prende il sopravvento: i gangster di Tarantino sono prima di tutto persone, che hanno preferenze e opinioni in fatto di religione, di cibo, di musica, di cinema, di serie televisive, di letteratura e anche di massaggi ai piedi e che vivono la loro vita da gangster come un mestiere, dal quale sono anche liberi di dare le dimissioni senza pagare pesanti conseguenze. Non c’è nulla di realistico nell’immaginare due killer che discutono con nonchalance di massaggi ai piedi prima di una spedizione punitiva, ma il tutto è messo in scena con una naturalezza tale che funziona alla perfezione: Jules e Vincent sono due gangster-lavoratori, dipendenti del temibile (ma tutto sommato benevolo) Marsellus, che portano avanti il loro lavoro tra una disavventura e l’altra mentre passano il tempo a parlare d’altro, ed è proprio questo loro divagare e perdersi in discorsi che non c’entrano nulla con ciò che devono fare che eleva il film rispetto a quello che è il cuore della vicenda, ovvero un insieme di situazioni pulp (intese come “vicende dai contenuti forti, con abbondanza di crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre”) già abbondantemente sviscerate da decenni di cinema e letteratura, qua rilette attraverso un’ottica totalmente inedita. Senza il suo involucro intellettuale Pulp Fiction sarebbe un film di genere, magari ottimo (sicuramente), ma nulla più: con quello invece è tutto un altro film.

In Pulp Fiction vediamo scene di overdose (a proposito, l’eroina viene scambiata erroneamente per cocaina da Mia perché Lance, al momento della vendita a Vincent, aveva a disposizione solamente i sacchetti da cocaina per imbustarla), sadismo, stupri, colpi di pistola partiti per errore che disintegrano teste, non meglio precisati interventi divini che deviano una pioggia di proiettili, valigette dal contenuto misterioso e sparatorie, ma tutto è sommerso e inframezzato da un mucchio selvaggio di chiacchiere e divagazioni, bellissime, scritte da due autori che sanno come si costruisce un dialogo veramente efficace (e che molte di queste chiacchierate le hanno fatte in conversazioni reali prima di metterle su carta). Il risultato è che alla prima visione lo spettatore, tanto il cinefilo quanto quello occasionale, si ritrova a metà tra due mondi (da una parte c’è una sensazione fortissima di “già visto” intesa nel senso migliore del termine e dall’altra è tutto completamente nuovo, grazie ai dialoghi pirotecnici che permettono di inquadrare le vicende da una nuova prospettiva) e gode del meglio di entrambi. Alla fine, l’equilibrio tra i temi trattati (propri del “cinema basso”) e la forma con cui sono esposti (propria del “cinema alto”) è talmente perfetto da sembrare quasi miracoloso. Sicuramente non si era mai visto nulla di simile prima del 1994 e, da questo punto di vista, la distanza con il seppur ottimo e ugualmente non-lineare Le Iene (il film d’esordio di due anni prima) era già abissale

Gli elementi di contorno

Tutto questo da solo non basta però per entrare nella storia dall’ingresso principale: per farlo occorrono anche una serie di elementi di contorno che possano stuzzicare l’immaginazione degli spettatori, e allora ecco che dopo tanti anni il pubblico rivede finalmente John Travolta ballare sul grande schermo, accompagnato da una colonna sonora eccezionale, che mai come stavolta evoca il non-più-tanto recente passato in modo nostalgico (Chuck Berry, Dusty Springfield, Al Green, Ricky Nelson, Dick Dale e tanti altri) e che diventa un successo planetario in termini di vendite pur essendo (ma forse proprio per quello) lontana anni luce dalle mode del momento, nonché dalla conoscenza enciclopedica che Tarantino ha di questa forma d’arte misteriosa chiamata cinema, che gli permette di toccare tutti i tasti giusti possibili, pescando altrove (la fotografia di Andrzej Sekula ispirata a quella dei musical di Vincente Minnelli e il citazionismo spinto nella scena del Jack Rabbit Slim solo per citare due esempi) gli elementi migliori per condire il tutto.

Il risultato è storia: il film vince a Cannes e il successo è così grande che Tarantino si guadagna fama internazionale e totale indipendenza artistica a vita prima di aver compiuto 31 anni. Non amare (o anche odiare) Pulp Fiction è possibile, ma non è possibile non riconoscere che questo film ha cambiato un paradigma e imposto con forza un nuovo modo di intendere la settima arte: il cinema non è ancora in grado di cambiare il corso della storia e riparare i più grandi errori dell’umanità (per quello bisognerà attendere quindici anni e un gruppo di bastardi), ma mai come stavolta è un oggetto di culto a 360 gradi, in ogni sua declinazione.

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