Sam Raimi, il visionario che ha sconvolto Hollywood

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Poco dopo l’inizio di La Casa 2 c’è una scena semplicemente straordinaria, che non può non rimanere impressa nella mente di chi guarda: Ash (il grandioso Bruce Campbell) ha da poco sepolto il cadavere decapitato della sua amata Linda e, barricato nello chalet infestato dalle forze del Male, assiste inerme al suo risveglio da una finestra. Il corpo senza testa di Linda appare nella notte, raccoglie la testa che rotola verso di lui e inizia a danzare nelle tenebre, con un sorriso terrificante sul volto che rimane fisso mentre il corpo volteggia. Tutto questo prima di Tim Burton, prima di Nightmare Before Christmas. La potenza di quella scena è qualcosa che proviene dagli albori del cinema, con le immagini di Meliès che si fondono con quelle dei cartoni animati di Chuck Jones.

Oggi ci siamo quasi dimenticati di lui, ma Sam Raimi è uno dei più grandi innovatori che il cinema americano abbia conosciuto negli ultimi quarant’anni. Guai a considerarlo “solo” un regista horror, o peggio ancora un regista del trash: pur avendo consacrato la parte iniziale (la migliore) della propria carriera allo splatter, Raimi si è sempre contraddistinto per uno stile inedito, visionario e (sembra una contraddizione ma non lo è) contemporaneamente anarchico e rigoroso. Anarchico per ciò che riusciva a mettere in scena nei suoi primi film (i corpi orrendamente dilaniati di La Casa, i criminali da cartone animato di Crimewave, gli arti mozzati e gli oggetti dotati di vita propria in La Casa 2) e rigoroso per come riusciva a mettere in scena tutto ciò: un rigore che viene da una conoscenza profonda di tutti i trucchi e i mezzi del mestiere, che gli permette di realizzare La Casa a soli ventidue anni, con un budget talmente basso da essere quasi proibitivo e portando comunque a termine il film che darà il via a tutto il filone del new horror degli anni ottanta, da Brian Yuzna a Peter Jackson.

Non c’è solo l’horror nella prima fase della sua carriera. Insieme ai fratelli Coen, con i quali condivide l’abitazione dai tempi dell’università, Raimi scrive la sceneggiatura del suo secondo film (in realtà terzo se consideriamo l’inedito It’s Murder del 1977, visibile qui), la delirante e divertentissima commedia Crimewave – I due criminali più pazzi del mondo, una pellicola oggi caduta completamente nel dimenticatoio e della quale sarebbe un peccato rivelare troppo, a parte il fatto che sembra di assistere ad uno spettacolo dei Looney Tunes con attori in carne ed ossa: un film completamente al di fuori da ogni possibile etichetta.

Nel 1990, dopo essere stato preso in considerazione per la regia di Batman prima dell’arrivo di Tim Burton, Raimi segue la scia dell’enorme successo del collega dirigendo Darkman, una sua personale rivisitazione del Fantasma dell’Opera in chiave supereroistica, in cui un Liam Neeson orrendamente sfigurato e incapace di provare dolore fisico si trasforma in un antieroe in cerca di vendetta. Ancora una volta i generi si fondono (noir, poliziesco, azione, horror e commedia) per un film che anticipa di oltre un decennio la grande svolta della carriera del regista, ponendo le basi della sua futura trilogia sull’uomo ragno.

Due anni dopo è il turno del capolavoro di Raimi: con L’Armata delle Tenebre non ha nemmeno senso parlare di amalgama di generi perché questa volta la fusione tra fantasy, commedia, avventura e splatter ha dato vita a qualcosa di unico. Terzo e ultimo capitolo della trilogia de La Casa, questo folle film è ambientato in un imprecisato medioevo in cui lo sventurato eroe Ash deve combattere con il suo malvagio doppelganger: le trovate di regia e le gag sono innumerevoli, mentre l’uso di effetti speciali pratici e modellini che omaggiano il genio di Ray Harryhausen colloca il film in una dimensione completamente atemporale, lontanissima dall’estetica dominante negli anni novanta. Pensandoci bene, tutti e cinque i film di questa prima fase della sua carriera sono visivamente lontani dall’epoca in cui sono stati realizzati: pur risultando modernissimo nella realizzazione, il cinema del primo Raimi è figlio del cinema muto, quando la forza dell’immagine era tutto quello che contava.

Chiusa la fase iniziale, Raimi trascorre il resto degli anni novanta cercando una propria dimensione come autore ad Hollywood, ma i primi passi non convincono a pieno il pubblico. La collaborazione coi Coen (dei quali è considerato, per certi versi a ragione, un terzo fratello) continua: recita per loro una piccola parte nel magnifico Crocevia della morte e scrive insieme a loro la sceneggiatura dello sfortunato Mr. Hula Hoop, in cui appare in un cameo. Nel 1995 dirige Sharon Stone, Russell Crowe, Gene Hackman e Leonardo Di Caprio nel western atipico Pronti a morire: per la prima volta dai tempi di Crimewave però il pubblico non risponde, nonostante il film rimanga ancora oggi uno degli adattamenti videoludici più riusciti visti al cinema.

Sul fronte televisivo invece il successo è ottimo, dal momento che Raimi è produttore dei serial dedicati ad Hercules e Xena, i maggiori successi del periodo in campo fantasy. Nel 1998, per la prima volta, è Raimi a prendere spunto dai Coen: il noir Soldi Sporchi è infatti il suo personale Fargo (pur non raggiungendo la perfezione di quel film), un racconto estremamente tragico ambientato tra le nevi del Minnesota. Ancora una volta si torna tra i boschi, ancora una volta il male ed episodi di violenza inaudita sono dietro l’angolo, ma stavolta lo stile è completamente diverso: il ritmo è lento, teso come richiesto dal genere e sconvolto regolarmente da picchi di tensione altissima. Aiutato da un cast eccellente composto da Bill Paxton, Billy Bob Thornton e Bridget Fonda, Raimi consegna uno dei migliori esempi di neo-noir del decennio, ma nonostante l’ottimo riscontro della critica decide di non fossilizzarsi sul genere e di lanciarsi su progetti molto diversi. Dopo il dimenticabilissimo Gioco d’amore del 1999, un dramma sportivo tenuto in piedi da una buona performance di Kevin Costner ma con una regia totalmente svogliata, Raimi entra negli anni 2000 con il thriller sovrannaturale e The Gift, storia di una medium (Cate Blanchett) coinvolta in un torbido caso di omicidio. Grazie alle atmosfere cupe e ad un ottimo cast all star (tra gli altri Keanu Reeves, Hilary Swank e Katie Holmes), The Gift fa dimenticare il passo falso del film precedente e spalanca le porte alla terza fase della carriera di Raimi, quella più inaspettata.

Per capire l’importanza di un film come Spider-Man bisogna considerare un fattore chiave: nel 2002 il pubblico statunitense è sconvolto dalla tragedia dell’11 settembre e dalla paura del terrorismo; il cinema di massa, specialmente ad Hollywood, svolge da sempre anche una funzione sociale oltre a quella del semplice intrattenimento e Spider-Man, l’eroe protettore di New York da oltre quarant’anni di fumetto, è il simbolo della ripartenza di cui il pubblico ha bisogno. Raimi desidera un film su quel personaggio da tutta la vita: riesce a salire a bordo, dopo che la Sony ha bocciato un’idea di David Fincher, facendo riadattare un vecchio soggetto scritto dieci anni prima da James Cameron e si trova incredibilmente a proprio agio con una produzione multimilionaria così lontana dai suoi standard abituali.

Il film è un gigantesco spettacolo su larga scala, con effetti speciali ottimi e riprese aeree vertiginose, riuscendo però a mantenere anche l’ironia, lo stile (numerosi momenti sono ripresi palesemente da Darkman) e addirittura qualche tocco horror tipico del regista, grazie alla performance di un Willem Dafoe in stato di grazia: il risultato convince tutti, Spider-Man incassa cifre da capogiro e, per la seconda volta nella carriera di Raimi, dà vita ad un filone cinematografico che continua ancora ai giorni nostri. Dagli orrori nei boschi ai voli spericolati tra i grattacieli della grande mela: a quarantatré anni, Sam Raimi è di nuovo un punto di riferimento per il cinema, stavolta in un ambito completamente diverso. La stessa cosa accade in quel periodo anche a Peter Jackson, grande amico e per certi versi debitore di Raimi (per sua stessa ammissione i suoi primi horror indipendenti non sarebbero stati possibili senza La Casa) col suo Signore degli Anelli: quelli che erano i registi degli horror più indipendenti e folli degli anni ottanta stanno ora dominando Hollywood.

Dopo Spider-Man era difficile fare il bis, eppure Raimi ci riesce: Spider-Man 2 non solo supera il predecessore in qualità e spessore, ma è anche (insieme a Il Cavaliere Oscuro di Nolan) il miglior superhero movie di quest’epoca, un film semplicemente perfetto nel suo genere. Dopo due titoli così ingombranti, che avevano esaurito il potenziale del personaggio, Spider-Man 3 è una delusione su quasi tutti i fronti, a partire da una storia pasticciata, frutto di numerose forzature da parte della produzione. Gli incassi continuano ad essere altissimi ma la qualità crolla ed è il momento di cambiare: Peter Jackson gli chiede nel 2007 di occuparsi dell’adattamento de Lo Hobbit, ma Raimi è stanco delle grosse produzioni e preferisce tornare ad un budget indipendente e riprendere un progetto rimandato a lungo.

Drag Me to Hell è il ritorno di Sam Raimi alla sua prima fase, quella fuori da ogni schema: una fusione di horror e commedia come non accadeva ormai da diciassette anni, con il regista che si riscopre anarchico come ai vecchi tempi. La storia è quella di una giovane donna perseguitata da una terribile maledizione lanciatale da un’anziana strega in seguito ad una pesante umiliazione: il divertimento non manca neanche per un secondo e anche questa volta è la magia del cinema a far funzionare il tutto alla perfezione in questo film, una magia di cui il regista del Michigan conosce ogni trucco.

Oggi sono passati più di cinque anni dall’ultima regia cinematografica di Raimi, che dopo il buon successo di Drag Me to Hell ha di nuovo sparigliato le carte lavorando con la Disney per Il Grande e Potente Oz, prequel del grande classico del 1939. Contrariamente a quanto successo a Tim Burton con Alice in Wonderland, dello stesso franchise, Raimi è riuscito a gestire molto bene il progetto, trasformandolo in una sorta di remake “light” della sua Armata delle Tenebre (confrontare per credere) e riempiendo il film di riferimenti al cinema espressionista (la Città di Smeraldo come la Metropolis di Fritz Lang) e all’animazione d’altri tempi (i giochi di ombre durante un inseguimento), ma senza incontrare lo stesso successo di pubblico. Dopo aver riportato in vita, questa volta sul piccolo schermo, il personaggio di Ash insieme all’amico Bruce Campbell con la serie Ash vs. Evil Dead, cancellata dopo tre stagioni, Raimi è ora in attesa di un nuovo progetto.

A quasi quarant’anni di distanza dall’uscita di La Casa e a quasi venti da quella di Spider-Man, oggi sembra esserci sempre meno spazio per il tipo di cinema che Raimi porta avanti: un cinema costantemente sopra le righe, sporco, frutto di contaminazioni tra generi e coraggioso in ogni scelta. Un cinema che non si pone alcun limite e che oggi si trova sempre con meno frequenza nelle sale. In questi anni in cui il genere horror sembra non voler mai veramente sconvolgere e i superhero movies si sono (quasi) tutti standardizzati sul modello dei Marvel Studios, è più che giusto prendersi un po’ di tempo per riscoprire l’incredibile filmografia di questo grande autore.

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