Il futurismo: le caratteristiche e le opere più importanti

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Cosa volevano i futuristi ?

Nati 110 anni fa, con la pubblicazione del Manifesto Futurista su Le Figaro a Parigi, furono la prima avanguardia artistica mondiale. A differenza delle altre avanguardie, la loro azione rivoluzionaria, i loro interessi erano diretti verso ogni aspetto della società: musica, pittura, architettura, scultura, fino alla politica, la moda, la gastronomia, consapevoli che la modernità avesse bisogno di nuovi concetti, di un nuovo linguaggio.

Erano convinti che le innovazioni della tecnica, oramai alla portata di tutti: la comunicazione immediata a distanza, grazie al telegrafo senza fili, la diffusione degli aerei, le automobili, il cemento armato che permetteva la costruzione di ponti avveniristici e grattacieli, i grandi agglomerati industriali che prendevano posto nelle grandi città diffondendo nuovi rumori e nuova urbanistica, avrebbero modificato il nostro rapportarci, il nostro stesso modo di stare al mondo, la liberazione di energie sociali e progresso.

Furono la risposta rivoluzionaria alla società ottocentesca, chiusa ed ipocrita, attaccata anche da Giuseppe Verdi nella Traviata, da Leopardi, i cui valori piccolo borghesi si erano uniti ad una forma di clericalismo chiuso e tenevano in stallo ogni progresso civile.

La loro estetica partiva allora dall’ebbrezza dei moderni mezzi, l’esaltazione dello spirito di avventura, l’impeto, la velocità, il movimento.

Umberto Boccioni, Forme uniche della continuità nello spazio, 1913

Il loro manifesto politico aveva obiettivi riformatori: la scuola obbligatoria, il suffragio universale maschile e femminile, il divorzio, l’abolizione dell’autorizzazione maritale (una volta contratto il matrimonio la donna era completamente sottomessa alla volontà del marito), fino la svalutazione graduale del matrimonio per l’avvento graduale del libero amore e del figlio di Stato, la difesa della libertà di sciopero, riunione e stampa, la giustizia gratuita, la difesa del salario minimo, le otto ore lavorative.

Il loro manifesto fu pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, su Le Figaro, 20 febbraio 1909. Cosi riportava:

1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.

2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.

4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.

5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.

6. Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.

7. Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.

8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.

9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.

11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.

È dall’Italia che noi lanciamo per il mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il «Futurismo» perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari. Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri.

Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, Le Figaro, 20 febbraio 1909
Mario Guido dal Monte, Il Motociclista, 1927

Dal Manifesto futurista emergono anche parole che appaiono contraddittorie con la modernità.

Ricorre nel Manifesto: “il disprezzo della donna”. Questo concetto va chiarito.

Dopo il Manifesto futurista fu pubblicato il Manifesto della donna futurista, in cui la questione è immediatamente affrontata e conferma la voluta parità, rivoluzionaria al tempo, tra uomo e donna :

“È assurdo dividere l’umanità in donne e uomini; essa è composta soltanto di femminilità e di mascolinità”

Poiché ogni passo avanti in una società, ogni rivoluzione richiede la rottura dei vecchi schemi, la giusta interpretazione è la predilezione della forza, l’impeto, l’ingegno, il coraggio, elementi ritenuti psicologicamente “maschili”, opposti a quelli “femminili” come la cura, la conservazione dello status quo.

Vittorio Corona, Treno, Stazione, 1921

Un secondo concetto va chiarito: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore..”, trova una sua spiegazione contestualizzata al tempo.

Il futurismo, come diverse avanguardie, era favorevole all’interventismo militare, ribollente nella società, unito al forte patriottismo dell’epoca. Al tempo la guerra, da molti attesa, era esaltata come gesto appunto eroico per liberare l’Italia dai territori occupati dagli austriaci. È chiaro che la prima guerra mondiale non era ancora arrivata: sarà lo shock di quell’evento così tragico e dall’impatto così grande che costringerà il mondo – anche quello intellettuale – a fare un passo indietro nel concepire l’intervento armato come segno di un futuro inevitabile.

I futuristi ci mettono di fronte ad una ambiguità sulla guerra che fortunatamente oggi abbiamo superato; ci racconta quel momento in cui vi sono ideali per cui si avvia una guerra: Napoleone nelle sue battaglie ed i nuovi valori rivoluzionari contro la aristocrazia chiusa dell’epoca, così come l’ingresso militare USA in Europa fu portatore della liberazione dal nazifascismo e della democrazia.

Enzo Benedetto, Ciclista, 1926

Resta un aspetto politico molto dibattuto: i rapporti con il fascismo.

Il Futurismo nacque ben prima ed era un movimento anarchico, anticlericale. Prima del movimento dei fasci di combattimento erano già nati i fasci politici futuristi, da cui Mussolini si ispirò a piene mani.

Marinetti ed i suoi parteciparono a questa prima fase rivoluzionaria del fascismo, ma poi se ne allontanarono non appena Mussolini imboccò una politica reazionaria. I rapporti ripresero all’arrivo al potere di Mussolini, quando Marinetti chiese garanzie alle libertà artistica : “la rivoluzione politica deve sostenere la rivoluzione artistica cioè il futurismo e tutte le avanguardie”.

Marinetti cercò allora un compromesso con il regime per difendere le arti innovative e venne nominato accademico d’Italia, sebbene questa nomina contradicesse formalmente le idee espresse nel Manifesto.

Ma da quella posizione riuscì ad impedire che l’arte moderna venisse bandita dai molti gerarchi che non tolleravano la loro libertà di espressione, che si opponeva oltretutto alla retorica fascista sulla classicità romana. D’altra parte in Germania il nazismo bandì tutte le correnti artistiche di avanguardia, così come furono ostacolate in Unione Sovietica.

Ci fu addirittura una richiesta di aiuto da parte di Kandinskij a Marinetti perché potesse aiutarlo, come aveva fatto in Italia, a difendere la Bauhaus, che poi venne chiusa.

Marinetti successivamente non condivise il “Patto d’acciaio” con la Germania e le leggi razziali del 1938, aiutò anzi alcuni antifascisti come Ferruccio Parri. Ma seguì l’avventura tragica di Salò confidando in una ripresa delle idee iniziali rivoluzionarie.

Oltretutto ci furono nella fase iniziale ed anarchica anche futuristi di sinistra, come non ricordare le parole di notevole apprezzamento di Gramsci per il movimento.

“I futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso un’opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in se stessi, nella foga delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l’epoca nostra, l’epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa, doveva avere nuove forme, di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simile questione, quando i socialisti certamente non avevano una concezione altrettanto precisa nel campo della politica e dell’economia, quando i socialisti si sarebbero spaventati (e si vede dallo spavento attuale di molti di essi) al pensiero che bisognava spezzare la macchina del potere borghese nello Stato e nella fabbrica.

I futuristi, nel loro campo, nel campo della cultura, sono rivoluzionari; in questo campo, come opera creativa, è probabile che la classe operaia non riuscirà per molto tempo a fare di più di quanto hanno fatto i futuristi: quando sostenevano i futuristi, i gruppi operai dimostravano di non spaventarsi della distruzione, sicuri di potere, essi operai, fare poesia, pittura, dramma, come i futuristi, questi operai sostenevano la storicità, la possibilità di una cultura proletaria, creata dagli operai stessi”

Antonio Gramsci
Fortunato Depero, Nitrito in Velocità, 1932

Secondo Philippe Daverio, in molti movimenti di rottura c’è una citazione del passato. Ai nostri occhi, i Futuristi, avanguardisti assoluti, hanno ricercato e rappresentato l’esaltazione archetipa dell’eroe che libera le energie, per creare un nuovo futuro con al centro l’uomo.

A differenza delle culture orientali, la centralità dell’uomo è l’elemento caratteristico della visione occidentale, nata dalla cultura greca, dai miti epici passando al Rinascimento fino al Positivismo Illuminista.

Cantano il rinnovato e moderno mito occidentale, un nuovo Ulisse, che supera la frontiera attraverso la tecnica, o di un David, di Michelangelo, guarda caso rinascimentale, che stavolta attraverso l’ingegno tecnico, affronta le forze superiori della Natura. In una moderna visione culturale, che le innovazioni tecniche, industriali ed economiche impongono sia di massa, così come saranno di massa tutte le ideologie del 900.

Le loro idee sociali si sono così almeno in parte avverate, siamo una società “futurista” che ha sperimentato e sperimenta il cambio quotidiano di linguaggio grazie alla tecnologia, che ha migliorato il nostro modo di stare insieme, siamo più liberi.

L’approccio alla tecnologia dei futuristi è stata la quintessenza della cultura occidentale nel 900: vedere la produzione di massa industriale, l’esaltazione dell’ aspetto non solo puramente tecnico, ma l’opportunità di coinvolgere l’uomo con i suoi sensi, l’ebbrezza del vivere ed i suoi risvolti sociali.

Fino ad oggi i dispositivi che hanno modificato nel tempo il nostro vivere quotidiano fino ai social media, internet, gli smartphone, sono nati, non a caso, dalla società occidentale.

Mario Sironi, Uomo Nuovo, 1918

Un altro aspetto futurista che ha caratterizzato il nostro 900 è l’artificialità come luogo del sogno, attraverso le innovazioni tecniche.

Futurista è la magnifica scena di Amarcord di Fellini, quando di sera sulla spiaggia si riuniscono per vedere il passaggio del Transatlantico Rex, oppure quando milioni di persone furono incantate a vedere il primo uomo sulla Luna.

Questo movimento tutto italiano, mostra infine un archetipo tutto nostro: trovare nella produzione di massa, nelle soluzioni tecnologiche quel quorum umano di poesia, arte, bellezza, che poi è diventato il Design italiano.

È futurista ogni oggetto di moderno Design industriale che con le sue forme conturbanti, innovative, artistiche, mette il pensiero di bellezza al centro: le Ferrari, le Lamborghini, le Alfa Romeo, le macchine da scrivere della Olivetti, le nostre cucine, l’illuminotecnica etc.

Innovare, inventare dando un’anima agli oggetti, che nella loro serialità riproducano un sogno, collettivo.

Cover image: Umberto Boccioni, Carica di Lancieri, 1915

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