Ivan Il Terribile: quando Eisenstein tentò di eludere la censura di Stalin

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Charlie Chaplin lo definì “il miglior film storico mai stato fatto”. Orson Welles lo recensì sul New York Post con toni più critici, puntando il dito soprattutto sugli scarsi mezzi del cinema russo, ma non mancò di evidenziarne i meriti estetici. Il successo di pubblico in Russia lo rese un vero e proprio fenomeno collettivo, e lo stesso Stalin, che lo finanziò coi fondi pubblici come vera espressione della linea di partito, ne vantò pubblicamente i meriti, conferendo al regista il prestigioso Premio Stalin nel 1946. Sergei Eisenstein, l’artista. L’ex-ribelle che fino a pochi anni prima, per Il Prato di Bežin, venne denunciato dai dirigenti del cinema sovietico, salvo poi essere risparmiato da Stalin in persona. E pensare che Ivan Il Terribile, proprio il film commissionato dal segretario generale del partito comunista, era per Eisenstein un mezzo velato per far valere l’indipendenza dell’arte sulla dittatura politica.

Piccolo passo indietro. È il 1944. La Russia è sotto il comando assoluto del partito comunista e Josif Stalin è sempre più convinto che la produzione artistica sia legittima solo se trasmette un messaggio coerente con l’immagine del partito. La reazione degli artisti si divide tra chi accetta la realtà e prova ad adattarsi alle nuove condizioni pur di continuare a produrre la propria arte (come in parte han fatto Mejerchol’d, Shostakovich e Mayakovsky) e chi mette in atto la resistenza delle idee, finendo irrimediabilmente esiliato o condannato al silenzio (è il caso di Cvetaeva, Zamjatin e Gor’kij). A metà strada tra le due, c’è una piccola terra di mezzo in cui sopravvivono gli artisti che provano a mettere in atto il compromesso secondo le proprie regole: sottostare esplicitamente alle regole del partito, cercando allo stesso tempo di non smettere di essere fedeli ai propri principi. Sergei Eisenstein, il più grande regista russo, era uno di questi. E Ivan Il Terribile era il suo progetto più ambizioso: guadagnarsi il benestare del partito nel rappresentare la figura del potere, realizzare il primo film in modo ineccepibile per conquistare i favori dei dirigenti, e provare poi nelle parti successive (il progetto doveva essere una trilogia) a far passare la propria visione artistica.

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L’affermazione condivisa secondo cui non si può capire il primo film Ivan Il Terribile senza prima aver compreso il concetto di “realismo socialista” è vera al 100%. Il realismo socialista, per come era inteso dal partito comunista nel suo intento di indirizzare la produzione artistica dell’intero paese, intendeva dar vita a un’arte che fosse semplice da comprendere in quanto rivolta al popolo, capace di contribuire all’educazione ideologica dei lavoratori secondo la filosofia comunista e fedele ai fatti storici e alla loro evoluzione fino alla rivoluzione. Il film di Eisenstein è puro realismo socialista, fatto con la più totale accettazione dei principi richiesti dal partito. E lo zar Ivan è la rappresentazione assoluta del potere, il pugno di ferro contro gli oppositori, la forza della fedeltà ai propri principi, l’autorità che non deve mai essere messa in discussione e che deve usare qualsiasi mezzo per eliminare i propri nemici. Non è una sorpresa che Stalin si identificasse in maniera tanto personale con la figura di Ivan, il primo zar della Russia unita. E non sorprende nemmeno quanto la rappresentazione di Ivan messa in atto da Eisenstein lo soddisfi pienamente: Ivan è fermo, autorevole, irremovibile. La piena espressione di un potere terreno che proviene dal volere divino. La più forte immagine di potenza mai apparsa su pellicola. Arricchita dall’ineguagliabile visione estetica di Eisenstein, che prende vita attraverso i giochi di ombre, gli occhi iniettati di sangue dei personaggi, i volti immobili, le sovrapposizioni simboliche. L’immagine di Ivan Il Terribile, in ogni suo singolo fotogramma, non poteva essere più potente.

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Nikolay Cherkasov nel ruolo di Ivan Il Terribile

Eppure quello doveva essere il primo di tre capitoli, che avrebbero dovuto coprire l’intera vita di Ivan IV di Russia. Il secondo capitolo (che in italiano ha come titolo La Congiura dei Boiardi) avrebbe già mostrato uno zar differente. Meno divino e più umano. Capace di porsi delle domande, di permettere a chi lo circonda di esprimere le proprie posizioni, di consentire al dissenso di prendere la parola senza grosse conseguenze, di tornare indietro sulle proprie decisioni. Probabilmente quello di Eisenstein era un auspicio, una speranza che il potere potesse permettere di lasciarsi consigliare, di aprirsi alle posizioni degli altri, di capire che la realtà che si sta cercando di governare è più complessa di quel che sembri. Il secondo film di Ivan Il Terribile era il momento in cui l’immagine del potere iniziava a prendere le distanze dalla dittatura che in quegli anni era sotto gli occhi di tutti.

Andò male. Malissimo. Il film fu girato tra il 1944 e il 1945. Nella primavera del 1946 Eisenstein scrive a Stalin per chiedere l’approvazione. Ma a Stalin il film non piace. Non ne apprezza le caratteristiche con cui Ivan viene rappresentato: “Ivan Il Terribile era un uomo di volontà, di carattere, mentre in Eisenstein è una sorta di Amleto privo di volontà”. Queste le parole di Stalin alla riunione di partito. La proiezione del film viene negata. Sei mesi dopo, Stalin convoca Eisenstein al Cremlino e reitera la critica: “Ivan Il Terribile è stato un uomo molto crudele. È necessario mostrare l’importanza di essere crudeli. Il suo errore è stato quello di non aver sgozzato dal primo all’ultimo i membri delle famiglie dei boiardi.” Il film va revisionato in questo senso. La necessità del pugno di ferro va ribadita.

Eisenstein, già malato e debole, morirà due anni dopo, senza aver dato seguito alla richiesta. Il terzo film della trilogia non sarà mai fatto, le riprese furono bloccate immediatamente dopo il blocco del secondo film, mentre quest’ultimo rimase vittima della censura per oltre dieci anni, finendo per essere proiettato per la prima volta nel 1958. Solo in quel momento si poté assistere al secondo Ivan di Eisenstein: l’introduzione del colore nella parte più significativa del film, le scene più fedeli all’estetica teatrale tanto cara al regista russo, il flashback sull’infanzia di Ivan, le parole finali quando è seduto al trono nell’ultima scena, secondo cui “uno zar deve essere sempre circospetto, clemente con gli umili e capace di condannare i malvagi alla tortura. Altrimenti uno zar non è uno zar.” La Congiura dei Boiardi è un altro grande Eisenstein. Meno grande del primo, per scelta intenzionale, e per questo più personale e significativo.

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Nel libro L’Arte Nella Tempesta, Tzvetan Todorov riassume il risultato della fase di controllo della produzione artistica da parte del partito comunista con queste parole: “lo stato sovietico è di gran lunga più potente del singolo individuo, non ha alcuna difficoltà a mettere a morte o condannare a una forma di inesistenza sociale le persone che non gli vanno a genio. Il combattimento è davvero ad armi impari e la resistenza diretta è quasi impossibile. Il regime finirà per vincere numerose battaglie. Ma perderà la guerra.” E la perderà per mano delle idee che sopravviveranno ad esso al momento della sua caduta. Le stesse idee proclamate dagli artisti russi con la loro resistenza, esplicita o nascosta.

Eisenstein fece le sue concessioni volontarie pur di garantirsi la possibilità della propria espressione artistica. Con quella realizzò i suoi capolavori e la sua resistenza velata. Grazie a quella, oggi possiamo celebrare uno dei più grandi maestri dell’estetica che il cinema abbia mai avuto.

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