Io Non Ho Paura: il film con cui Salvatores redime il Meridione

Questo articolo racconta il film Io Non Ho Paura di Gabriele Salvatores in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che hanno dato vita alla pellicola.

L’enorme disparità che vige come elemento inappellabile tra una pezzo dell’Italia e la sua controparte è cosa più che nota. Da quando nel 1873 il deputato radicale lombardo, tal Antonio Billia, coniò la locuzione: “Questione meridionale”, ne è passata di acqua sotto ai ponti. Ciononostante, la situazione è praticamente rimasta immutata: sarebbero innumerevoli le incongruenze di servizi e disservizi che molto spesso costano la vita ai suoi abitanti. Ma più che altro, entrambe le parti dello stesso Paese si attaccano senza soluzione di continuità, perseguendo l’eterna divisione socio – culturale, che tanto sta assassinando il Belpaese.

Questo, ovviamente continua a creare fenomeni di immigrazione incredibili, anche per alcune discrepanze sociali della “Bassa-Italia”, dove ancora oggi vigono dei cattivi modi di relazionarsi ai problemi che non fanno che peggiorare le condizioni di vita, ingrassando il politico o il mafioso di turno. Uno di questi racconti di miseria, Io Non Ho Paura, viene affidato ad un meridionale doc come Gabriele Salvatores, che mette su pellicola gli umori di un degrado sociale, spinto dalla profonda fame ed ispirato dal romanzo di Niccolò Ammaniti. Lo scrittore romano intavola un vero e proprio successo editoriale agli albori del Duemila, con una storia di coraggio unica che parte da un innocente ragazzino, che nelle sue giornate estive, arriverà a fare quello che molto spesso gli adulti non fanno: non girare la testa dall’altra parte nei confronti delle ingiustizie.

L’accrescimento morale del piccolo Michele Amitrano, avrà dei punti cardine non indifferenti, dalla perdita di fiducia nei confronti del padre, sviluppando in se il classico per eccellenza delle teorie freudiane. Ma anche il tradimento per interesse da parte dell’amico più caro, che cercherà però la redenzione in tutti i modi. La contrapposizione di questi due mondi, che alla fine non sono poi così diversi (quello degli adulti e quello dei bambini), tendono a sovrapporsi, così come quello che rappresenta la libertà degli spazi aperti, contrapposto al buio del fosso in cui è tenuto prigioniero un coetaneo di Michele, frutto di un sequestro. La maturazione avverrà anche attraverso la voglia di agire, perché alla fine è quello che dovrebbe fare un adulto, sviluppando un vero e proprio spirito di abnegazione.

L’undicesima opera del regista nativo di Napoli riesce a riportarci tutto tramite gli occhi di Michele, tanto da percepire le paure e le frustrazioni del bambino, ma anche una realtà grama della fine degli anni Settanta nel profondo Mezzogiorno, dove il boom economico italiano sembra non essere passato. Il romanzo di Niccolò Ammaniti, che all’epoca vendette più di un milione di copie, forma evidentemente nella pellicola una sorta di aura favolistica e drammatica. Questo grazie alla sapiente mano di Francesca Marciano, che adatta perfettamente gli scritti al visivo, co-sceneggiandolo con lo stesso scrittore romano.

La natura la fa assolutamente da padrona, asservendo allo scopo di mistero onirico, con quei suoni tipici dell’estate, quasi come a lamentarsi delle malefatte degli uomini. La primigenia caratteristica dei territori (il film è girato tra piccoli borghi lucani e pugliesi, con i campi di grano di un giallo acceso e “Vangoghiano”, e dove spicca l’altopiano carsico delle Murge, diviso tra le due regioni) incute nello spettatore l’immensa bellezza, ma anche il profondo senso d’impotenza nei confronti di una terra così affascinante e maledettamente contraddittoria.

Salvatores strizza chiaramente l’occhio al passato, scomodando gli spazi aperti americani di Mark Twain, ma anche rammentandoci Rob Reiner e la drammaticità di Stand by me – Ricordo di un’estate, rendendo a volte i ragazzini simili ai personaggi di William Golding nel suo Il signore delle mosche, con gli atteggiamenti da piccoli adulti che già affiorano prorompenti. Questo li espone alla loro vera natura, e se il migliore amico di Michele risulta pavido ed a tratti ignobile, il primo custodisce un animo generoso e troppo sensibile per il posto che lo ha generato.

Il piccolo Filippo Carducci, vittima incolpevole dello squallore umano, da figura antropomorfa e quasi cieca dell’inizio, si trasforma via via in una sorta di figura biblico/pagana, che riemerge dall’aldilà come Lazzaro, ma ricorda anche la storia ellenica di Orfeo ed Euridice, se non altro, con esiti decisamente migliori. L’eterna lotta per cambiare le cose, che riguarda soprattutto le persone confinate in piccoli posti di provincia, che Giovanni Verga racconta nei suoi romanzi, e che alla fine rimangono quasi sempre soverchiate, in questo caso non possono che inorridirci. Come se l’acquisizione di maggiori fonti di reddito possa in qualche modo accrescere la loro coscienza o renderli migliori in qualsiasi altro modo.

Quello che redime un intero territorio, e fornisce quella scintilla di benevolenza, è proprietà esclusiva solo del piccolo Michele, che con la sua infinità curiosità rompe le catene dell’indifferenza, abbandonando quei cattivi sentimenti che troppo spesso hanno abbracciato queste terre, così tanto dilaniate dal qualunquismo e dalla mancanza di senso comune.   

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