Mediterraneo: i vizi e le virtù degli italiani secondo Salvatores

Questo articolo racconta il film Mediterraneo di Gabriele Salvatores in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che hanno dato vita alla pellicola.

Se c’è un regista che più di tutti ha saputo raccontare dal punto di vista italico il viaggio, non soltanto come “spostamento” da un luogo all’altro, ma piuttosto come percorso individuale di crescita dello spirito, quello è certamente Gabriele Salvatores. La sua trilogia della fuga, iniziata alla fine degli anni Ottanta con Marrakech Express e proseguita con Turné un anno dopo, ha la sua degna conclusione con “Mediterraneo” nel Novantuno, che ci riporta alla Seconda guerra mondiale, ma con uno sguardo insolito e più “easy”, infatti l’immensa drammaticità degli eventi è solo scalfita nel contesto.

Più che altro il film, ed i suoi predecessori, ritraggono una generazione che ha visto crollare di botto l’impegno politico, agli albori di un Paese che si sarebbe incattivito, desertificando le idee in nome dell’individualismo. Questo varrà anche per lo sparuto manipolo di uomini che si troverà su una piccola isola dell’Egeo, con l’ordine di instaurare una piccola guarnigione. Anche loro, dalle presunte idee di gloria e di impero, vaneggiamenti di un solo uomo al comando, rimarranno disillusi, facendoci capire che poi la vita non ha mai dei colori netti, ma è soprattutto un misto di sfumature e compromessi difficilmente immaginabili.

Il concetto di fuga ci accompagna praticamente per tutta la pellicola, dal prologo eloquente, affidato al filosofo e medico francese Henri Laborit: “In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”. Anche all’epoca, sotto il Re Vittorio Emanuele III (mezza calzetta per gli amici) e il capo del Fascismo Benito Mussolini, questo Paese tenderà a dimenticare i suoi figli, con gli otto soldati italiani praticamente lasciati in balìa degli eventi sull’isola, e che solo grazie ad un atterraggio di fortuna dell’ennesimo povero disgraziato impegnato in un volo di ricognizione conosceranno gli esiti della guerra. L’aviatore italiano provvederà a fare localizzare gli uomini, che però ormai non avranno più voglia di rientrare in un Paese che li ha obliati per ben tre anni, ed in cui si sentirebbero stranieri.

Le variopinte categorie geografiche ed umane dei soldati, provenienti da diverse parti della Penisola, rispecchiano molti stereotipi che da Nord a Sud ancora non riusciamo a superare, e che ciclicamente ritornano in un Paese che in più di centocinquanta anni di storia rimane profondamente provinciale, un po’ come avrebbe detto il più grande intellettuale italiano del suo tempo Pierpaolo Pasolini. Quella parvenza di intransigenza e serietà cala quasi subito nei soldati, che trovano un’isola all’inizio semi-deserta, con solo donne, bambini ed un prete ortodosso, che commissionerà al Tenente Raffaele Montini addirittura il rifacimento degli affreschi della sua chiesa. Il militare, uomo mite ed insegnante al Ginnasio, con una vera e propria passione per la pittura, rappresenterà la figura “morale” di tutto il gruppo, non soltanto per il grado militare.

Il disinganno dei ragazzi sotto il ventennio a suo modo rappresenta come sempre la ciclicità italiana, che si potrà riscontrare nella “Rivoluzione borghese” del Sessantotto, di cui il sopracitato Pasolini, senza mezze misure definirà come quella dei figli di papà. La materialità italica, sempre ammaliatrice dall’esterno, ma derisoria e bruciante per i suoi figli, ci regala dei personaggi che spesso nel bene e nel male hanno contribuito alle sorti della stessa. Persone miti, senza alcuna pretesa né bellica né di qualsiasi altro genere, colpiscono l’immaginario con i loro principi labili e puri allo stesso tempo. Nella malinconica futilità di Kunderiana memoria, il regista nativo di Napoli, grazie anche alla sceneggiatura del bravissimo Enzo Monteleone, mischia le carte della storia, facendo apprezzare allo spettatore anche le vicende in luoghi non proprio al centro del conflitto mondiale.

Il cast tutto italiano ha in sé personaggi e visi che, come direbbe il turco venuto dal mare Aziz o il prete greco, rappresentano “una faccia, una razza” con tutti i popoli mediterranei, tanto vessati negli ultimi decenni. Composto da attori conosciutissimi in ambito nazionale e veri e propri attori feticcio per il regista, tra cui spiccano il sempreverde Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Claudio Bigagli, Giuseppe Cederna e Gigio Alberti. Quasi tutti i personaggi sono presenti nel primo capitolo della trilogia, e Abatantuono è interprete di tutte e tre le pellicole della trilogia (che idealmente avrà anche un quarto episodio, Puerto Escondido).

La chiusura non può che incantare e disilludere, come una bella donna che stuzzica i sogni più reconditi degli occhi che la osservano, con una considerazione dello stesso Gabriele Salvatores: “Dedicato a tutti quelli che stanno scappando”, fruttandogli addirittura l’Oscar come miglior film straniero e svariati David di Donatello: miglior film, miglior montaggio e miglior sonoro. Un’opera dalla rara semplicità artistica, che malinconicamente si affaccia alle speranze di rivalsa di molti incompresi, ora come allora, da una Nazione grama di soddisfazioni.

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