The Blind Robot e la Gioconda 3D: l’estetismo della tattilità

Quando entriamo in un museo, il primo cartello che spesso leggiamo è “Non Toccare”. Si tratta di una norma di buona educazione che in certi casi però assume il carattere assoluto e violento di un tabù. Chi scardina questa regola è l’artista finlandese Marc Dillon. Grazie al progetto Unseen Art, il designer replica in formato 3D i più grandi capolavori dell’arte affinché essi possano essere tastati e conosciuti anche da persone non vedenti.  Nasce così la prima Gioconda tridimensionale completamente palpabile.

Se da un lato l’iniziativa di Dillon è vista come una via per l’integrazione dei disabili al mondo dell’arte, dall’altro ciò che viene completamente trascurato è il piacere della fruizione estetica. L’accessibilità dei beni culturali è pertanto considerata in chiave prettamente strumentale e non per le sue implicazioni edonistiche.

Fin dal tempo di Diderot si riconosceva al tatto la capacità di accedere alla conoscenza, ma si dubitava che tale conoscenza potesse trasformarsi in un autentico piacere estetico.

Quando si parla di tatto non s’intende soltanto la sensibilità dei polpastrelli ma di tutta la superficie della pelle, perciò anche l’aria che sfiora il viso è altresì un rapporto fisico.  Esso è anche un elogio alla lentezza poiché è un senso analitico che richiede di fermarsi e di concentrarsi: è il trait d’union tra l’esperienza che si ha del mondo e quella che si ha di noi stessi.

Le sensazioni non si raccontano e si descrivono solo con sensazioni dello stesso tipo. Un colore è un colore, un suono è un suono. La sinestesia si illude di poter trasmettere il concetto di un colore attraverso il concetto di un suono e viceversa. In realtà essa si limita a descrivere l’analogia dell’effetto emotivo prodotto da un colore con l’effetto emotivo prodotto da un suono. Pensare di far vedere ad un cieco i colori attraverso i suoni o far sentire ad un sordo i suoni attraverso i colori è cosa infattibile. Ciò che possiamo fare però è provare a vedere attraverso ed oltre l’opera d’arte.

Guardare una scultura o toccarla ovviamente non sono la stessa cosa. Se si guarda una cosa che è al di fuori di noi, impenetrabile nella sua bidimensionalità, toccandola abbattiamo fisicamente le barriere dell’estraneità e l’oggetto entra nel nostro mondo. Ora, la mano che esplora l’opera, indugia sul particolare senza necessariamente coglierne l’insieme, prosegue a tentoni senza meta, mentre la mente costruisce piano piano l’immagine tentando di memorizzarla. È un processo lento e faticoso che ci fa dubitare sulla possibilità che generi piacere.

L’immagine sensibile si trasforma in piacere estetico nella misura in cui è capace di suscitare nel fruitore una reazione a catena di ricordi, sentimenti e concetti, per la quale al di fuori di regole scientifiche o etiche, si scoprono segreti collegamenti tra le esperienze personali e culturali. Si tratta di un piacere tutto interiore che coinvolge sia l’intelletto che la sfera dell’emotività dove eros e thanatos sono ancora un magma indifferenziato e inquietante. È questa l’esperienza estetica, il frutto di una scoperta che appartiene solo a noi ma che al tempo stesso pone fortemente l’esigenza del dialogo.

Che cosa vedono le mani di un cieco?

Un cieco davanti ad un’immagine scultorea non contempla direttamente la propria sensazione tattile (piacevole, sgradevole), bensì l’immagine mentale che è stato in grado di costruirsi attraverso la sua educazione ed immaginazione. È come se egli vedesse l’immagine riflessa in uno specchio: ciò che emoziona è la scoperta, non l’oggetto.

Oggi le tecnologie sono state impiegate artisticamente per ottenere un concreto richiamo alla tattilità. Oltre Alla Gioconda tridimensionale di Marc Dillon, un’altra opera che fa particolarmente riflettere è The Blind Robot, realizzata dal professor Louis-Philippe Demers. Si tratta di una singolarissima installazione, in cui lo spettatore è invitato a sedersi di fronte ad un Robot e a lasciarsi esplorare tattilmente da esso, ma anche a intraprendere con le sue mani un dialogo non verbale molto intimo. La modalità esplorativa del Robot- delicatissima- ricorda quella delle persone non vedenti. L’intenzione dell’artista è quella di esplorare le reazioni intellettuali, fisiche ed emotive delle persone toccate in viso dalla macchina artificiale, ricordandoci come il tatto generi emozioni sia nell’atto del toccare che in quello dell’essere toccati.

L’importanza dell’educazione estetica

Una società che trascorre molte ore davanti ad uno schermo trasforma il mondo in uno spettacolo distante. La naturale intimità della manipolazione mediante la quale gli uomini normalmente apprendono, rimane impedita ed anche il vocabolario delle sensazioni tattili risulta di conseguenza molto più povero di quello delle sensazioni uditive e visive. L’ostracismo che la nostra cultura ha riservato al tatto fa sì che esso sia ancora oggi il senso dell’indiscrezione, dell’erotismo e del sacrilegio (le cose sacre non si toccano). L’educazione estetica risulta perciò fondamentale per formare un giudizio critico della nostra capacità di stare al mondo ed entrare in relazione con l’altro per instaurare un dialogo aperto volto alla reciproca comprensione. “Chi non ha la capacità di decentrarsi, non arriverà mai a provare piacere per un’opera d’arte, né potrà crearne una.” 

Se esiste un’estetica della tattilità che consente anche ai ciechi di godere della bellezza delle arti plastiche, al di là del valore terapeutico, allora crolla il pregiudizio atavico per cui l’arte è una funzione esclusiva del vedere.

L’attenzione alla disabilità ci costringe a mettere in discussione l’oggetto stesso dell’esperienza estetica, obbligandoci ad allargare l’orizzonte. Un orizzonte in cui i confini dell’esperienza estetica sono disegnati dalla compassione poiché da nuove forme di spazio derivano necessariamente nuove forme di dolore e di partecipazione in un coinvolgimento-forse- più universale.

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