Romanzo Criminale: la storia della banda della Magliana

Per chi si è scelto il mestiere di scrittore in Italia, a parte l’intrinseca fantasia che dovrebbe essere alla base di ogni essere umano, il materiale non è mai mancato. Soprattutto per i fatti di cronaca nera, che da sempre corrispondono ad una Nazione dagli animi inquieti. È questo il caso del magistrato Giancarlo De Cataldo, che anche grazie al suo mestiere è riuscito a creare romanzi degni di John le Carré, ovviamente in salsa italica. Nel suo Romanzo Criminale, al posto dei sofisticati personaggi dello scrittore britannico, il nostro De Cataldo si sofferma su una delle realtà di cronaca più note della nostra storia, la banda della Magliana: poco più che dei scappati di casa, che però con una ferocia inaudita riescono a cavallo tra gli anni Settanta e gli albori della Seconda Repubblica ad impossessarsi della Capitale del nostro Paese.

I loro traffici arrivarono persino ad incrociarsi con le maggiori organizzazioni criminali italiane, arrivando persino ad alcune frange eversive dello Stato, e alla famosa loggia massonica P2. Tutto ciò, prima della serie omonima dell’oramai famosissimo Stefano Sollima, Michele Placido dirige un film che, oltre a descrivere il periodo e la banda, mostra anche le responsabilità sociali che spinsero la parte sana dello Stato a contrastarli. Così anche attraverso le notizie di cronaca del Paese si attraversa la loro ascesa, senza tentare qualche imitazione con i thriller/polizieschi d’oltreoceano, ma intessendo stilisticamente la Capitale di quegli anni.

Celebre la scena dell’assassinio del Terribile, interpretato da Massimo Popolizio, nella centralissima piazza di Spagna sulla scalinata di Trinità dei Monti, con tutto l’ardore di chi sa di essere intoccabile all’interno della città. Colpiscono molto anche i luoghi della banda, con quell’inizio Pasoliniano sulla spiaggia di Ostia, dove i ragazzi corrono forsennatamente tentando di non farsi prendere dalle “guardie”, e con un’enorme tragedia, condita da un colpo di pistola che farà già presagire la vita difficile e all’insegna dell’illegalità dei giovani. Questo passaggio potrebbe ricordarci addirittura l’ultima pellicola Leoniana, con la tragedia che si consuma sotto il ponte di Manhattan.

Le passioni e le amicizie che si intrecciano tra i protagonisti rispecchiano qualcosa che non esiste più in Italia, talmente profonde da avere addirittura la tentazione di patteggiare per loro, argomento in cui ha fatto cadere nella polemica l’opinione pubblica all’epoca, proprio per le ragioni quasi comprensibili dei ragazzi a darsi alla macchia. Sentimento in cui incapperà nuovamente Placido con Vallanzasca – Gli angeli del male, proprio per la possibile vicinanza ideale dello spettatore alle ragioni del “bel René”. C’è da dire però che Placido mai plaude nella pellicola a nessun giudizio, anzi accentua con vigore agli innumerevoli delitti dell’associazione criminale romana. E dire che la Banda della Magliana nella storia si è resa protagonista anche di vicende estremamente scottanti: leggenda narra che, dopo il sequestro Moro, conoscessero l’esatta ubicazione in cui le Brigate Rosse tenevano prigioniero il presidente della DC, e dando l’informazione proprio ai Servizi segreti italiani questi intimavano alcuni componenti della banda di lasciare perdere perché qualcuno “ai piani alti” aveva già deciso l’esito della faccenda.

Non si tralascia neanche la strage alla stazione di Bologna, ad opera di alcuni militanti di estrema destra appartenenti ai Nuclei armati rivoluzionari, dove lo stesso Freddo, interpretato da un Kim Rossi Stuart pressoché perfetto, viene coinvolto ed esce miracolosamente illeso dall’esplosione. Nel cast spiccano, oltre al sopracitato, una serie di attori romani che appartenevano tutti al cinema emergente dei primi anni Duemila: da Pierfrancesco Favino a Claudio Santamaria, ed anche la scoperta Morettiana Jasmine Trinca ed Elio Germano. A completare, uno Stefano Accorsi nei panni del commissario Scialoja e di una attrice francese così terribilmente intrigante ed ambita come Anna Mouglalis.

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Un’opera ambigua, certamente romanzata, ma che rispecchia appieno un’Italia in grosso debito di democrazia, dove molti avvenimenti nel Dopoguerra sono stati il mero frutto di decisioni prese a tavolino da pochi, con fatti del nostro passato ancora tutti da chiarire. Anche in questo film, trattando temi spinosi, verrà tagliata una buona mezz’ora di girato: le parti escluse comprendono le scene in cui l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi parla di “cavalli” e del suo “stalliere” Vittorio Mangano, mafioso e pluriomicida appartenente a Cosa Nostra, definito da un martire della Repubblica come Paolo Borsellino “il ponte tra l’organizzazione criminale siciliana ed il Nord Italia”. Anche questa vicenda aprirebbe praterie di analisi di una Nazione tradita, in parte chiarite in Tribunale con sentenze definitive.

Otto sono i David di Donatello che la pellicola porta a casa, confermando la predilezione tutta italiana a raccontare molto bene le tragedie, forse originate da quelle antiche pièce teatrali che traevano linfa dalla letteratura sin dai primi del 500’, e che finivano sempre con innumerevoli dipartite. Perché è anche di questo che si nutre la Storia, così da comprendere al meglio le travagliate vicende di una nazione tutt’ora in costruzione.

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