Sirens: l’amor fragile e il nulla, il senso del brano dei Pearl Jam

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Tra i classici della storia più recente dei Pearl Jam, Sirens canta l’urgenza del reale. E lo fa direttamente, creando una reciproca, costante rispondenza tra musica e parole. Sirens canta la paura, corollario interiore dell’ineluttabile caduta, dello sfiorire di tutto ciò che occorre sotto agli occhi: quanto di più reale, forse, si possa avvertire.

Ciò che non può lasciare indifferenti, in un brano così immediatamente attingibile (la struttura è quella delle più classiche ballate, melodicamente aperte quel tanto da lasciar scorrere il messaggio), è però la profondità annidata tra parole solo in apparenza piane; e in effetti è proprio l’intreccio tra un tale spessore e l’immediata coestensione di musica e testo a delineare i tratti di una profusa bellezza.

Have to take your hand, and feel your breath
For fear this someday will be over
I pull you close, so much to lose
Knowing that nothing lasts forever

Devo prenderti la mano, e sentire il tuo respiro
Per paura che un giorno questo sarà finito
Ti tiro vicino a me, ho così tanto da perdere
Sapendo che nulla dura per sempre

La scintilla testuale sta nell’agitare, sotto al contesto “semplicemente” romantico, il dialettico conflitto tra il progressivo depauperarsi del reale, di cui si diceva, e l’esigenza d’una cellula di stabilità: di un’ancora che dalla corsa del tempo ritragga, e che i propri giorni riorienti. Come già s’intuisce, tale nucleo di senso – all’ombra del niente, sotteso al fluir delle cose – è il rapporto interumano, in quella che emerge come la sua più alta declinazione (che giustifica l’uso stesso della ballad): l’amore.

Nulla dura, ma pure tutto ciò che nell’attimo consiste nel momento seguente non è più: l’atto di stringere a sé il corpo di chi dorme accanto, afferrarne la mano al ritmo del respiro non è altro che tentativo d’evadere la morte, d’allontanare il niente che morde, che guarda (con gli occhi del tempo); quel niente che scruta pure ciò ch’è eretto a garante contro il tempo stesso: appunto l’amore, atto fragile in quanto umano, ma che riaccende l’altrettanto fragile vita, al nero lume profuso proprio dalla morte (It’s a fragile thing / This life we lead / […] With death over our shoulders, “È cosa fragile / questa vita che conduciamo / […] Con la morte dietro le nostre spalle”).

I didn’t care before you were here,
I danced in laughter with the ever after
But all things change
Let this remain

Non m’importava, prima che tu fossi qui
Danzavo ridendo col “per sempre”
Ma tutto cambia
Lascia che questo rimanga

Non c’è più spazio per vacue risate, per la lieve la danza di chi guarda al “per sempre”, all’eterno, senz’avvedersi di ritrovare il tempo, e ritrovandolo di viverlo, all’eterno accostandosi ancora. Il ballo cieco su un mondo senza età assume allora, nella necessità piena e responsabile di preservar l’amore, i tratti di un rituale, di una ridda di minimi gesti e quotidiani, di contatti e respiri: all’interno dello spazio minimo, e vivo, ricavato tra spiragli di luce:

Let me catch my breath and breathe
And reach across the bed
Just to know we’re safe
I am a grateful man
The slightest bit of light
And I can see you clear

Lasciami prender fiato e respirare
E tendere la mano sul letto
Solo a sapere che siamo al sicuro
Sono un uomo grato
Il più tenue filo di luce
E riesco a vederti chiaramente

Certo le sirene sono segnali (Hear the sirens / Covering distance in the night, “Senti le sirene / Che coprono la distanza nella notte”): evocazioni di pericolo e tensione, non possono che dire, pure, dei canti ammalianti che proprio le sirene, in mediterranei meriggi, profondevano secondo la tradizione. E così l’io della canzone rimane desto, accordato alle frequenze arcane di timore e fuga: interpreta i suoni della città quali avvertimenti della corsa del tempo (The sound echoing closer, “Il suono che echeggia più vicino”); e insieme pare tratto altrove (Will they come for me next time?, “Verranno per me la prossima volta?”), strappato dallo scrigno faticosamente definito nella sera, dal rapporto col Tu cui il brano tende per intero.

L’incanto, che si mesce alla paura, assume i tratti dell’errore, o dell’erranza al di là della responsabilità: cammino – questo, che pretende l’adesione alla volontà d’amare – di certo faticoso e fiaccato dall’immanenza, oltre che del tempo, dell’altro che, parimenti, cerca salvezza (For every choice mistake I’ve made / It’s not my plan / To send you in the arms / Of another man, “Per ogni scelta sbagliata che ho fatto / Non fa parte dei miei piani / Mandarti tra le braccia / Di un altro uomo”). Ma, ancora una volta, è nello spazio del talamo che la voce di Vedder trova scampo. È nella minacciata delicatezza dell’amore che si manifesta l’esigenza di un ritorno, tanto più urgente quanto the slightest bit of light, il lume più flebile, pure, sembra declinare.
Come chi abitua l’occhio al buio, fino a scorgere le forme di ciò che ne era coperto, così colui che avrà sottratto, alla sera, il volto di chi è accanto avrà colto in scacco la paura: I study your face / And the fear goes away…, “Studio il tuo viso / E la paura svanisce…”

Riconoscere, sempre e ancora, i tratti di chi si ama nella notte, allora, è ancorarsi di nuovo alla vita: restituire tempo e consistenza a ciò che dal tempo è divorato; è dare senso a ciò che si nega.

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