C’era Una Volta il West: il tramonto di un’epoca secondo Sergio Leone

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Questa storia fa parte del libro Auralcrave “Non Ho Capito! Spiegazioni, storie e significati dei film più criptici che tu abbia mai visto.
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Sai Jill, mi ricordi mia madre. Era la più grande puttana di Alameda e la donna più in gamba che sia mai esistita. Chiunque sia stato mio padre, per un’ora o per un mese, è stato un uomo felice.


La nascita del film

Dopo l’uscita de Il buono, il brutto e il cattivo, Sergio Leone sente di aver esaurito completamente la sua voglia di cinema western: durante la lavorazione del capitolo finale della trilogia del dollaro gli è capitato di leggere un romanzo dal titolo Mano Armata (The Hoods, 1952), l’autobiografia romanzata di Herschel “Harry Grey” Goldberg, soprannominato in gioventù Noodles, un ex criminale vissuto a New York durante l’era del proibizionismo, decidendo che quel libro sarà la base del suo nuovo film. Nessuna casa di produzione però è interessata in quel momento a finanziare quello che diciotto anni più tardi diventerà C’era una volta in America, uno dei film più grandi di tutti i tempi, mentre molte major hollywoodiane sembrano invece disposte ad offrire grosse somme per un altro western, spingendo Leone verso una scelta pragmatica.

L’offerta più generosa arriva dalla Paramount, che garantisce a Leone la presenza nel cast del suo idolo Henry Fonda e la possibilità di girare parte degli esterni nella Monument Valley, dove John Ford ha diretto dieci anni prima l’imprescindibile Sentieri Selvaggi. È l’occasione della vita: Leone può finalmente confrontarsi col cinema del suo maestro, forte di una produzione americana alle spalle e della libertà creativa più totale nello sviluppo del film. Aiutato da un giovane cineasta di nome Bernardo Bertolucci e da un critico cinematografico in procinto di diventare sceneggiatore (e poi regista) di nome Dario Argento, Leone scrive a sei mani un trattamento di oltre trecento pagine dal titolo C’era una volta il West, che trasformerà in sceneggiatura qualche mese più avanti con l’aiuto di Sergio Donati. Il nuovo film che sta prendendo forma non ha nulla a che vedere coi tre che l’hanno preceduto: Leone ancora non lo sa, ma quello che sta per portare su schermo è il western definitivo, il punto d’arrivo, la pietra miliare (e tombale) di un intero genere.


La trama e i personaggi: cinque archetipi per una pietra miliare

C’era una volta il West è un film che, senza mezzi termini, mette in scena il tramonto dell’era del Far West: l’età industriale prende il posto dell’epoca della conquista, la ferrovia sta per unificare le coste degli Stati Uniti, la frontiera sta per cedere il passo alle grandi metropoli e i pistoleri stanno per essere rimpiazzati dai gangster. Il cambiamento sarà molto lento ma inesorabile e i personaggi di questo film, ognuno dei quali incarna una figura classica del genere, sembrano percepire un senso di morte imminente in ogni scena.

La trama è estremamente semplice: un’ex prostituta di New Orleans, Jill McBain (Claudia Cardinale) sta per raggiungere l’uomo che ha sposato da poco a Sweetwater, quando scopre che egli è stato trucidato assieme ai tre figli da un gruppo di sicari, inizialmente associati alla banda del vecchio fuorilegge Cheyenne (Jason Robards). Lo sterminio in realtà è avvenuto per mano del killer senza scrupoli Frank (Henry Fonda) che lavora al soldo del costruttore ferroviario Morton (Gabriele Ferzetti), che sogna di collegare coi binari le coste dell’Atlantico del Pacifico ed è interessato a mettere le mani sulla proprietà del vecchio McBain, unico terreno della zona ad avere una sorgente d’acqua fondamentale per il funzionamento dei treni a vapore, che infatti sognava di costruire con la moglie Jill e i figli una stazione ferroviaria e una piccola città su quel terreno. Quello che Frank e Morton non sapevano è che Jill (ignara del vero valore di quella proprietà) aveva già sposato McBain, risultando ora unica proprietaria della terra e ultimo ostacolo ai sogni di Morton. La strada di Jill si incrocia però con quella di un vendicatore solitario e senza nome (Charles Bronson), ribattezzato Armonica da Cheyenne per via dell’armonica che suona in continuazione, che ha un vecchio conto in sospeso con Frank e sarà disposto ad aiutare la donna per raggiungere il suo obiettivo.

L’intera storia ruota attorno a queste cinque figure archetipiche: Armonica, Cheyenne e Frank rappresentano il passato e sono rispettivamente il cavaliere solitario, il fuorilegge romantico e il killer senza pietà; sono figure tipiche del cinema leoniano (tre nuovi buono, brutto e cattivo, diciamo così), questa volta destinate a soccombere di fronte all’arrivo di altre due archetipi che portano con loro il cambiamento di un’epoca, ovvero Jill (la donna forte, protagonista indiscussa della pellicola) e Morton (l’uomo d’affari).

Nonostante porti con sé il progresso, anche il personaggio di Morton è destinato a scomparire: è malato di tubercolosi ossea e la sua situazione peggiora a vista d’occhio costringendolo ad avere sempre più fretta di raggiungere (e vedere per l’ultima volta) il Pacifico con la sua ferrovia. A differenza delle quattro figure maschili che si muovono intorno a lei e che si sfiorano continuamente come nel tentativo di prolungare il più possibile il momento della resa dei conti finale, Jill rappresenta il futuro che può nascere solamente dopo la morte del passato e, infatti, sembra predestinata ad attendere il momento in cui sarà finalmente libera di dare il via al nuovo mondo.

Si tratta di un personaggio straordinario: entra in scena vestita di nero e poco dopo scopre che la sua nuova famiglia è stata trucidata; subito dopo il funerale si mette alla ricerca dei soldi di McBain trovando solo alcuni modellini in legno di una ferrovia, pensando quindi di essere stata ingannata dal marito prima di scoprire il reale valore del terreno; tutti gli uomini che hanno a che fare con lei sono destinati a morire o scomparire nel nulla ma nel finale, una volta diventata padrona e nucleo centrale del nuovo mondo, sarà lei stessa a portare l’acqua agli operai che le stanno costruendo la stazione e che formeranno lì una nuova comunità.

Armonica e Frank sono invece due facce della stessa medaglia (legame simboleggiato dal fatto che i due condividono il tema musicale), entrambi inconsapevolmente votati all’autodistruzione: Frank è un uomo duro del Far West, che scende a patti con l’uomo meno duro del nuovo mondo (Morton) rimanendo quindi bloccato tra due epoche e incapace di adattarsi ai cambiamenti che stanno per arrivare, consapevole che questa nuova generazione di imprenditori ha molto più potere di lui ma non in grado di diventare come loro (non a caso, dopo essere stato tradito dai suoi stessi uomini corrotti da Morton, cercherà un confronto finale con Armonica soltanto per avere spiegazioni);

Armonica è un fantasma del passato che insegue Frank da anni, senza nome (ogni volta che incontra Frank gli dice una lista sempre diversa di nomi, tutti appartenenti a gente morta dopo averlo incontrato) e con il solo scopo di regolare i conti con l’uomo che molti anni prima gli aveva impiccato il fratello, costringendo lui a reggerne il peso sulle spalle. Dopo l’epico scontro finale tra i due, che vede Frank sconfitto non prima di aver ricordato la vera identità di Armonica, il cavaliere senza nome sa che deve ripartire per il suo viaggio nel nulla ma questa volta con la consapevolezza di aver esaurito lo scopo della sua esistenza uccidendo il nemico: Armonica è l’unico uomo a non morire alla fine del film, ma è chiaro che ormai il suo destino è quello di finire i propri giorni in un mondo che non gli appartiene più.

Cheyenne è invece una sorta di testimone onnisciente, il personaggio che più di tutti ha consapevolezza dei grandi cambiamenti in arrivo ed è anche l’unico a lasciarsi trasportare dagli eventi perché sa di essere impotente di fronte ad essi: non è un caso infatti che lui muoia per mano di Morton (che gli spara fuori scena), ucciso dal progresso. Con la morte di questi tre archetipi ha inizio l’era del matriarcato: è nata una nuova America, che verrà raccontata tanto tempo dopo.


Estetica e stile: c’era una volta Sergio Leone 

C’era una volta il West è il film di Leone meno dialogato e dai tempi più dilatati, che coi suoi 165 minuti di durata sceglie di rinunciare all’avventura per dedicarsi completamente all’elegia. L’introduzione alla vicenda principale occupa l’intero primo atto, dura da sola cinquanta minuti ed è suddivisa in quattro blocchi. I dodici minuti che aprono il film sono il momento in cui Leone uccide definitivamente il western della trilogia del dollaro: troviamo un’atmosfera simile a quella del celebre triello che chiudeva Il buono, il brutto e il cattivo ma, dopo l’entrata in scena di Armonica che uccide i tre killer che lo attendevano in stazione (Leone voleva in quei tre ruoli proprio Clint Eastwood, Lee Van Cliff ed Eli Wallach ma fu costretto a rinunciare dopo il rifiuto di Eastwood) e la scena dello sterminio dei McBain in cui compare Henry Fonda per la prima volta nei panni di un cattivo, il film prende un tono completamente diverso con l’entrata in scena di Jill, che viene seguita lentamente dalla macchina da presa dal momento in cui scende dal treno a quello in cui il dolly verso l’alto più famoso della storia del cinema svela la presenza della città dietro la stazione.

Leone segue quindi Jill nel suo viaggio in carrozza attraverso la Monument Valley, con tappa nella taverna in cui incontra Cheyenne e Armonica, fino al suo arrivo a casa, dove prende consapevolezza della strage avvenuta. Il totale cambio di tono rispetto al passato è evidenziato dallo straordinario tema musicale che Ennio Morricone compone per Jill: mai fino a quel momento c’era stato spazio per una musica così struggente nel cinema leoniano. In una scena con Jill sola in casa Leone si ritaglia lo spazio per provare inoltre l’inquadratura che chiuderà anni dopo C’era una volta in America quando riprende dall’alto il volto di Claudia Cardinale, distesa sul letto, attraverso il baldacchino proprio come farà con Robert DeNiro nel film del 1984.

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I due C’era una volta sono infatti le due opere più intimamente simili all’interno della filmografia del regista romano: nonostante i soggetti profondamente diversi la regia di Leone, la sua tendenza a dilatare i tempi all’inverosimile e a giocare sulla costruzione dell’epica in ogni singola inquadratura rimangono invariate nelle due pellicole che, viste in sequenza, sembrano quasi il primo e il secondo tempo di un unico gigantesco film che narra la storia americana attraverso gli occhi di un europeo, celebrando la fine delle sue due ere più iconiche per l’immaginario collettivo. Il tono crepuscolare di C’era una volta il West è accentuato inoltre dalla splendida fotografia del maestro Tonino Delli Colli, molto meno sgargiante rispetto a quella utilizzata nel film precedente e leggermente virata verso il color seppia delle vecchie fotografie che hanno immortalato le ultimi fasi del vero West.

Ci troviamo di fronte alla maturazione definitiva dello stile di Leone, che qui raggiunge la perfezione assoluta: grazie alla produzione ricca che gli permette di girare scene di massa, il regista libera tutto il suo talento in lunghissimi movimenti di macchina che svelano l’ampiezza degli ambienti circostanti e, nelle scene al chiuso, gioca spesso con l’illuminazione per svelare pian piano dettagli significativi con un virtuosismo formale perfetto e mai fine a se stesso; i titoli di testa e di coda sono ricchi di trovate geniali (come il “directed by” iniziale che sembra calare come una sbarra per fermare il treno o il titolo nel finale che rotea su sé stesso) e la combinazione di montaggio e musiche si conferma eccezionale, con teste che entrano nelle inquadrature all’improvviso e accompagnate da forti esplosioni sonore.

Con questo film Leone chiude definitivamente il suo discorso sul western: il successivo Giù la testa (che era stato pensato inizialmente per Sam Peckimpah e che Leone non doveva dirigere) non ha infatti la giusta ambientazione spazio-temporale per essere inserito nel genere a pieno titolo e non ne conserva nemmeno tutti gli stilemi. In questo suo ultimo vero western Leone rinuncia a gran parte dell’azione per concentrarsi sull’essenza del genere e sulle figure rese celebri da Ford nella generazione precedente e alla fine della lavorazione consegna alla storia un film che riesce ad essere allo stesso tempo il più grande omaggio e la più grande conclusione possibile: dal momento della sua uscita in avanti sarà impossibile fare un western nella concezione classica del genere e dire qualcosa di nuovo. In fondo, pensandoci bene, non esiste traguardo più grande per un autore.

Questa storia fa parte del libro Auralcrave “Non Ho Capito! Spiegazioni, storie e significati dei film più criptici che tu abbia mai visto.
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