Minor Threat: il punto zero dell’hardcore

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Washington, D.C. Una parabola breve e tagliente come una lama. Un fulmine che squarcia l’orizzonte.

Questa è la storia dei Minor Threat. Questa è la storia di un parto. Il parto dell’hardcore.

Allacciate le cinture, gente: la velocità si fa vertiginosa.

Ian MacKaye frequenta la Woodrow Wilson High School. Suona il basso nella formazione punk The Teen Idles, assieme a un giovane di belle speranze che di nome fa Jeff Nelson. Il gruppo si scioglie, Jeff resta alla batteria, Ian molla le quattro corde e decide di passare alla voce. In breve tempo si uniscono il bassista Brian Baker e il chitarrista Lyle Preslar. Il primo è il prototipo del nerd ante litteram, caschetto biondo e occhiale alla Steve Urkel. Il secondo è un collegiale le cui camicette inamidate non devono trarre in inganno. La bomba è innescata. Nascono i Minor Threat, nasce l’hardcore americano. E, last but not least, nasce lo straight edge.

Gruppi come Germs, Black Flag, T.S.O.L. hanno imbastito l’antipasto, i Minor Threat lo assaggiano e rielaborano a loro gusto. Orchestrano ed istituiscono un hardcore violento, sporco, urlato. Le canzoni durano meno di due minuti, i testi sono mine sui denti. Evitare inutili fronzoli, gente, è regola d’oro. Anti-divi per eccellenza non amano gli orpelli. Essenziali sul palco, essenziali nella musica, essenziali nel look.

Nel 1981 i quattro vivono insieme per dieci mesi. Sfornano due EP, l’omonimo Minor Threat e In my Eyes. L’hardcore suona meglio negli EP, si dice. Niente di più vero. L’EP è agile, rapido, abbozzato. A Kant la forma-trattato, all’hardcore l’EP.

Minor Threat è considerato il lavoro migliore della band. I brani sono otto, i minuti nove. È la pietra basale e miliare dell’hardcore tutto. Voce, chitarra, basso, batteria. Non un solo attimo in cui la tensione cali o si risolva. La galoppata non conosce requie, Ian ulula e sfida, si contorce tra le spire dei suoi fraseggi estremi. Passaggi violenti, pause inaspettate, ripartenze fulminee. La chitarra grattugia riff letali, basso e batteria si sfidano a velocità vertiginose. La melodia non trova riparo tra queste aride mura: tutto è rumore e furia. Ascolti i NOFX e li definisci hardcore? Non hai chiaro il punto della situazione. Qui non è California, è Washington, D.C.. Questa non è la Epitaph, è la Dischord, e di corretto non c’è nemmeno il nome.

Brani come Filler, I don’t wanna hear it e Straight Edge sono la quintessenza dell’hardcore. No melodie orecchiabili, no riff memorabili, no assoli spaccaossa. Niente di tutto ciò. Solo una fibrillazione frenetica di due minuti e mezzo. Un truculento e formidabile rito pagano.

Con i primi due EP del gruppo non nasce solo un certo modo di fare hardcore, ma anche il movimento Straight Edge. Out of Step e Straight Edge ne sono il manifesto, anche se di manifesto non si dovrebbe parlare. Ian MacKaye è chiaro. Eccovi servito l’interludio del primo brano:

I don’t smoke
I don’t drink
I don’t fuck

Listen
This is no set of rules
I’m not telling you what to do
All I’m saying, is I’m bringing up three things
That are like so important to the whole world
That i don’t have to find much importance in

Bene, Ian MacKaye parla per sé. Un po’ come Giovanni Lindo Ferretti quando canta: “Se tu pensi di fare di me un idolo lo brucerò, trasformami in megafono, m’incepperò.” Bacco, tabacco e Venere riducon l’uomo in cenere. L’avversione a certi topoi del rock, leggi stravizi, nobilita l’uomo. At least I can fucking think, urla Ian, e i fan lo prendono terribilmente sul serio. L’astinenza dal sesso occasionale, dall’uso del tabacco, dell’alcool, delle droghe diventa il tormentone di molti punkabbestia d’oltreoceano e non.

I’m a person just like you
But I’ve got better things to do
Than sit around and fuck my head
Hang out with the living dead
Snort white shit up my nose
Pass out at the shows
I don’t even think about speed
That’s something I just don’t need
I’ve got the straight edge

I Minor Threat non sono che la scintilla, il movimento troverà presto una propria autonomia, diventando una sottocorrente del punkcore. Un certo grado di fanatismo investirà le frange più radicali dello straight edge, i cui membri diventeranno una presenza stabile nella scena hardcore mondiale. Talvolta considerati di vedute ristrette e “potenzialmente violenti”, gli straight edge attireranno l’attenzione dei media, per poi rientrare, nei primi duemila, nell’alveo rassicurante di un fenomeno più che altro di costume.

Nel frattempo i Minor Threat saranno morti e sepolti. La loro parabola durerà in tutto tre anni. Nel settembre del 1983 suoneranno live un’ultima volta, tre mesi dopo l’uscita del loro unico LP, Out of Step, altra mina sui denti.

L’EP Salad Days arriverà poi postumo due anni dopo, nel 1985. Conterrà due soli brani. Uscirà a nome Minor Threat, ma dei Minor Threat avrà quasi solo il nome. Ian è già in direzione Embrace.

I Minor Threat non esistono più, forse non sono mai esistiti davvero. Sempre al di fuori delle dinamiche del mercato, scioltisi e riunitisi più volte nel corso di soli tre anni.

Ma la pietra è scagliata, e restano a tutt’oggi il punto 0 dell’hardcore, la band hardcore per antonomasia.

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