Indiana Jones: quando l’archeologia diventa pop

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Da un po’ di tempo a questa parte, in quella che gli storici finiranno per chiamare “l’età dei meme”, sembra di assistere a un fenomeno particolare: i personaggi del mondo intellettuale vengono assurti a icone pop come supereroi, rockstar, divi di Hollywood. Non si sa se sia la cultura popolare a volere nobilitarsi aprendosi alla cultura specialistica, o se al contrario gli studiosi abbiano capito che uscire da musei e laboratori per gettarsi nel magma del chiacchiericcio è più conveniente; probabilmente nessuna di queste due, visto che alla differenza fra cultura alta e bassa ormai non crede più nessuno da decenni.

Ad ogni modo fa uno strano effetto vedere Stephen Hawking prestarsi a cammei in The Big Bang Theory o, soprattutto, osservare come Alberto Angela, serissimo archeologo prima ancora che il miglior divulgatore televisivo italiano contemporaneo, giochi la parte del “sono bello senza darmi arie”. Il che, unito ai validi contenuti dei suoi programmi, costituisce un mix efficace perché porta lo spettatore a un doppio livello di desiderio (di prossimità, di identificazione…) nei confronti del corpo dello showman: corpo intellettuale e corpo fisico. Un meccanismo, e qui risiede la novità, che prima valeva solo per i bellocci di Hollywood, per giunta principalmente a livello di desiderio fisico. Non è però Alberto Angela l’inventore originale della figura dell’“archeologo pop”. Bisogna risalire al 1977, quando un giovane George Lucas parlò a un altrettanto giovane Steven Spielberg di un progetto con protagonista, appunto, un archeologo colto, affascinante e incline alle botte: Indiana Jones.

“Se vuoi diventare un bravo archeologo, devi uscire da questa biblioteca!”
(Indiana Jones)

Il personaggio interpretato in quattro film, dal 1981 al 2008, da Harrison Ford, fresco del successo dovuto ad un’altra creatura di Lucas, Ian Solo, è innanzitutto uno dei primi e più noti capolavori di franchise: un numero interminabile di video-game, giochi LEGO, gadget e una serie derivata della ABC, Le avventure del giovane Indiana Jones (1992-1996), fanno da corollario alla storia dell’archeologo più iconico, nonché parodiato (si vedano How I met your mother e I Griffin a titolo d’esempio), di sempre. Il tema musicale composto dal genio di John Williams è secondo per notorietà e associazione diretta alla saga solo a quello di Star Wars, opera sempre dello stesso.

È però dei film, o meglio dell’Indiana Jones cinematografico, che vogliamo occuparci: a prima vista, il tipico eroe muscolare da action-movie anni ’80, evoluzione naturale dei ‘duri’ della Hollywood classica e dello 007 di Sean Connery, certo delle proprie azioni, belloccio quanto basta, ironico e severo al tempo stesso. Ovviamente, un eroe buono che combatte sempre dei nemici ‘brutti e cattivi’, si tratti di sovietici o nazisti: nulla di diverso da John Wayne contro i pellerossa; un eroe belloccio quanto basta, donnaiolo suo malgrado ma sempre con una donna per volta (è cinema americano, mica francese!) e tutto sommato radicato nei valori della ‘famiglia per bene’, tanto da meritarsi un padre (guarda caso, Sean Connery), una compagna per la vita (Karen Allen) e addirittura un figlio (Shia LaBeouf, che nell’ultimo film della saga sembra più un idolo da boy-band che il discendente di cotanta progenie).

Insomma, nulla di nuovo sul fronte del cinema occidentale. Vi è però un elemento di novità: il nostro è un professore di archeologia. Non un fuorilegge dal cuore tenero, non un tutore dell’ordine, non un agente segreto, ma un normalissimo studioso di storia antica. Lo stesso Indi ribadisce a più riprese quella che dovrebbe essere la reale natura del suo mestiere: “La X non indica mai il punto dove scavare”. Eppure se oggi noi pensiamo alla parola “archeologo”, prima ancora che a un organizzatore di mostre, un topo da biblioteca ingobbito sui propri volumi, un maniaco di reperti impolverati tutti più o meno uguali fra loro per gli occhi di un profano, la mente ci rimanda alla figura dell’avventuriero senza paura con il cappello, la camicia kaki semi-sbottonata e la frusta sempre a portata di mano. Che dei film pensati essenzialmente come block-buster siano stati capaci di uno spostamento quasi semantico di tale portata, è indicativo. Certo, Harrison Ford fa quasi sorridere nelle scene in cui indossa i panni borghesi del docente, con i pettorali che a stento restano intrappolati nella camicia abbottonata: eppure proprio su questa dualità, sulla riproposizione di modelli in chiave ironica, sulla messa in crisi di certe determinazioni si basa il primo punto di forza del personaggio.

“Sono Ian Solo, interpretato da uno dei pochi attori la cui carriera non è stata rovinata da questo film!”
(Peter Griffin nella parodia di Harrison Ford di Star Wars)

Si è detto che i film della saga sono un perfetto esempio di franchise: principale condizione di un’operazione di tale tipo è la fidelizzazione, ovvero permettere che il pubblico resti affezionato nel corso degli anni alle vicende del protagonista. Ebbene, nel caso di Indiana Jones ad assicurare tale continuità è in primis Harrison Ford, colui che dà volto e corpo al nostro eroe. Non è scontato che un personaggio sia così inscindibilmente legato a chi lo interpreta. Si può fare, e si è fatto, James Bond senza Sean Connery; Batman è stato interpretato da una decina di attori diversi, da Michael Keaton a Christian Bale passando per George Clooney (sigh!). Ford ha l’inestimabile privilegio, invece, di ‘essere’ Indiana Jones: come è stato Ian Solo, che non può che morire, e Rick Deckard, che non può che tornare con tutte le sue ambiguità in un Blade Runner 2049 principalmente affidato a Ryan Gosling. Caso più unico che raro, assieme a Silvester Stallone, di un attore che per ben tre volte ha incarnato dei miti ed è invecchiato con loro (Daniel Radcliffe ci è riuscito solo una volta, pur egregiamente, con Harry Potter).

L’aspetto interessante di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, ultimo e per chi scrive più debole anello della tetralogia, è proprio ritrovare l’eroe di almeno due generazioni tanto cambiato e incanutito, col passare degli anni, quanto sempre lo stesso, malgrado gli acciacchi che sono poi verosimilmente gli stessi dell’Harrison Ford reale e che inducono perciò nel pubblico un sentimento di rispettosa tenerezza. Quando un attore riesce in un’impresa del genere, direbbe il padre della critica cinematografica moderna André Bazin, trascende la dimensione interpretativa immanente per farsi elemento mitologico. Solo allora, per giunta, acquista senso dotare Indiana Jones di un passato, di un contesto che si dispiega man mano, di una famiglia.

Numerosi altri sono però gli elementi che hanno reso Indiana Jones una pietra miliare del genere d’avventura, un archetipo mai deludente, fra alti e bassi, per il pubblico che sa già esattamente cosa aspettarsi. La struttura e i nodi narrativi portanti infatti si rincorrono e si auto-riferiscono nel corso dei quattro film, I predatori dell’arca perduta (1981), Indiana Jones e il tempio maledetto (1984), Indiana Jones e l’ultima crociata (1989), Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008). Tutti iniziano con un incipit spettacolare: dalla fuga dal tempio nel primo all’esplosione nucleare in un frigorifero nel quarto; in tutti Indi ha una compagna femminile e un aiutante (giovane o adulto che sia); in tutti vi sono elementi da commedia, che si tratti dello slapstick del primo, della romantic comedy del secondo o della family comedy degli ultimi due; gli antagonisti sono sempre riconoscibili e organizzati, Indie non manca mai di dimostrare la propria fobia per i serpenti e per ogni spostamento in aeroplano c’è sempre l’immancabile cartina tracciata in rosso. Soprattutto, il razionale e materialista archeologo si trova sempre a contatto con una qualche forza sovrannaturale che determina la trama: la potenza del Dio dell’Antico Testamento, i riti esoterici indù, il mistero immortale del Sacro Graal e la provenienza extra-terrestre dei teschi di cristallo sudamericani (si può chiudere un occhio sull’effetto ‘Roberto Giacobbo’ di quest’ultima). Tuttavia, ogni singolo film è opera a sé e ha determinate caratteristiche: il primo è quello dal sentore più epico e grandioso, il secondo si butta maggiormente sul comico, il terzo ha il sentore più misticheggiante e il quarto si cala perfettamente nel nuovo millenarismo dei primi anni 2000. Ripetizione e variazione sono i meccanismi alla base di qualsiasi serial televisiva odierna, e Indiana Jones ci è arrivato in anticipo sui tempi.

Ultima peculiarità storica della saga, infine, è il carattere fumettistico e quasi cartoonesco. Indiana Jones scampa alle situazioni più assurde, sfida le leggi della fisica, se la cava ricorrendo a trucchi da guerra di torte in faccia: in un corpo a corpo indica un punto indefinito all’avversario distraendolo, cosa che nemmeno nei corti di Charlot, mentre allo sgherro che armeggia con la scimitarra ne I predatori dell’arca perduta, in una delle sequenze più fulminanti e comiche del film, si limita a fare una smorfia scocciata e sparargli con una pistola che prima sembrava non essere nemmeno in scena. È impensabile che i cattivi siano così stupidi, così come è difficile credere che trappole meccaniche vecchie di millenni funzionino con tanta precisione: la sospensione dell’incredulità è portata ai massimi livelli, quelli appunto di una storia a fumetti della Disney (infatti la celeberrima sequenza della palla di pietra che insegue il protagonista è ripresa di pari passo da Zio Paperone e le sette città di Cibola di Carl Barks, del 1954). È soprattutto difficile credere che Indiana riesca, sempre e oltre ogni aspettativa, a sopravvivere: la già citata sequenza del quarto film, in cui il nostro si rinchiude in un frigorifero, viene sbalzato in aria da un’esplosione nucleare e atterra perfettamente indenne è tanto demenziale quanto accettabile.

Il critico Northrop Frye parla di genere “alto-mimetico”, ovvero narrazione in cui “i personaggi principali sono al di sopra del nostro livello di azione e di autorità”, opposto al “basso-mimetico” dove “i personaggi mostrano una capacità di azione simile alla nostra, come nella maggior parte delle commedie e della narrativa realistica”. Scrivendo negli anni ’50, Northrop si riferisce al western classico, ma tale definizione potrebbe adattarsi ottimamente al nostro Indiana Jones. Che si inserisce perfettamente sulla scia di John Wayne e, volendo, anche del “cinema delle attrazioni mostrative” delle origini, in cui il realismo e la coerenza narrativa sono sacrificate per lasciare spazio al divertimento, alla sorpresa, all’impossibile. Le innovazioni hanno sempre bisogno di un passato a cui riferirsi, e Indiana Jones in quanto pietra miliare non fa eccezione: dopo di lui il cinema d’avventura non può più fare a meno di trascendere il credibile, di divertire, di disimpegnarsi. E gli archeologi, per buona sorte loro, non sono più considerati soltanto dei professori di storia.

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