Maniac: trama e spiegazione della serie tv Netflix

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Circa un mese fa è uscita su Netflix una nuova miniserie dal sapore onirico attorno cui, ben prima dell’uscita, si è venuto a creare un certo hype, dovuto più al cast tecnico e artistico che al tema della serie. Parliamo di Maniac, diretta da Cary Fukunaga (True Detective, Beasts of No Nation) e scritta da Patrick Somerville (The Leftovers), la serie ha attirato su di sé grande curiosità soprattutto dopo la conferma dei due attori protagonisti: Jonah Hill e Emma Stone. Della trama si sapeva poco, e a molti non interessava nemmeno avere una spiegazione, tuttavia chi ha guardato le dieci puntate da cui è composta la serie si è trovato davanti ad un prodotto coraggioso e interessante, seppure non privo di difetti. I due protagonisti vengono sottoposti ad alcuni test per la sperimentazione di un farmaco il cui scopo è quello di soppiantare la psicanalisi sostituendola completamente con un trattamento chimico a base di medicine. Entrambi si trovano vittime di una successione di eventi incontrollabile e sorprendente, costretti ad affrontare i rispettivi demoni alla ricerca della sanità mentale.

Sebbene la trama sembri piuttosto lineare, il prodotto è stato sviluppato in modo da farci addentrare nei cunicoli di una mente umana assimilabile ad un labirinto su vari livelli. Se di psicologia si parla, lo si fa attraverso una rappresentazione visiva degli ambienti che cerca di riportare sul piano visuale delle idee, dei concetti. Gli studi sulla mente umana hanno portato ad una sorta di mappatura concettuale degli ambienti mentali, che Fukunaga e Somerville hanno cercato di trasportare sullo schermo dei nostri televisori. L’ambiguità del vero, il confine sottile tra follia e sanità, l’inscindibile rapporto fra passato e presente; questi sono gli elementi su cui si basa la costruzione narrativa – e visiva – di Maniac.

Entrambi i protagonisti sono degli outsider: persone ai margini della società la cui difficile vita oscilla fra i tentativi di mantenere uno stile di vita normale e l’insorgere di problematiche interne che ne mettono in discussione le capacità intellettive e relazionali. Owen Milgrim (Jonah Hill) è un sociopatico affetto da una leggera schizofrenia. Nelle sue visioni compare frequentemente un personaggio che lo convince di far parte di un piano per la salvezza del mondo. Continuamente sotto la pressione della sua ricca e ambiziosa famiglia, Owen ha deciso di farcela con le proprie forze. Per lui la vita è un insieme di eventi la cui incidenza sulla sua psiche è molto lieve: il personaggio di Hill sembra lontano da tutto ciò che gli succede attorno. La difficoltà nel mantenersi senza l’ausilio della famiglia è ciò che lo spinge ad intraprendere il percorso del test.

Diverso invece il discorso per Annie Landsberg. In questo caso i problemi psicologici del personaggi non sono derivati da una condizione preesistente – o almeno non completamente –  ma derivano da un trauma. La morte della sorella di Annie ha lasciato cicatrici profonde nella psiche della donna, la cui impossibilità di organizzare in modo soddisfacente la propria vita è un riflesso diretto dell’incapacità di trovarsi a suo agio ferma in un luogo a causa dell’incessante e opprimente senso di colpa. A causa di ciò, il personaggio della Stone è alla continua ricerca di esperienze in grado di diminuire e attenuare le emozioni, attaccata a qualsiasi dipendenza che le permetta di andare avanti. Sigarette, alcool ma soprattutto le pasticche A, motivo per cui decide di affidarsi alla sperimentazione.

L’avventura dei due personaggi si sviluppa in un mondo – o meglio, una serie di mondi – sempre in bilico fra la concretezza del reale e l’onirismo dei sogni. Non è solo l’esperienza trascendente delle pasticche ad essere ambigua, ma lo è anche la vita esterna, che anzi attraverso la catarsi della cura farmacologica i due sperano di trasformare in sana. L’operazione concettuale di Maniac consiste nella costruzione di mondi in cui ogni impulso, passione, desiderio o trauma dei protagonisti sia trascritto in una forma simile eppure differente. Le suggestioni mentali prendono forme alternative in grado di mascherarle, mentre la censura operata dalla coscienza vigile viene parzialmente superata. Tutto ciò richiama in maniera non casuale le intuizioni del padre della psicanalisi, Sigmund Freud, riguardo i sogni. Infatti l’esperienza onirica che segue l’assunzione delle pasticche non è altro che l’analogo chimico del processo psicanalitico di liberazione del paziente, e passa difatti attraverso le fasi del riconoscimento del trauma, della discussione e dell’accettazione.

Tutto è filtrato però dalla coscienza artificiale del sistema computerizzato GRTA, il cui software non è altro che l’equivalente informatico della mente della madre del dottor James K. Mantleray, che non a caso è una psicologa. Il connubio tra l’organicità della mente e dei sentimenti umani e l’informatica inorganica del computer che gestisce i test è figlio di un’estetica cyberpunk che ritroviamo anche nell’estetica degli ambienti caratterizzati da tecnologie avanzate eppure formalmente ricollegabili agli anni ’80, affiancate ad elementi altamente futuristici. Il contrasto fra stile retrò e futuristico non è altro che la conferma di come Maniac ci tenga a sottolineare la compresenza degli spazi temporali. Non è solo il passato personale dei pazienti a tornare continuamente a galla, ma addirittura il mondo in generale sembra tendere continuamente verso due opposti temporalmente lontani eppure concettualmente vicini.

In un presente che esaspera problematiche attuali come la paranoia, la depressione e la sociopatia derivate da un mondo che tende sempre più alla spersonalizzazione, lo spazio salvifico dei protagonisti diventa quello della propria mente, attraverso cui è possibile esorcizzare le asfissianti paure e liberarsi attraverso un processo catartico ma sofferto. Visivamente i mondi mentali dentro cui veniamo catapultati dalle pasticche ricalcano una serie di mondi a noi molto cari. Così i sogni di Owen e Annie si configurano come un mash-up di riferimenti culturali (post)moderni presi in prestito dai due principali medium del XX secolo: il cinema e la televisione. Quando ci troviamo in uno di questi mondi cambia profondamente anche il linguaggio narrativo e le modalità della messa in scena, che si accordano al genere di riferimento. Il ritmo frenetico dei film di spionaggio, la quiete e i campi lunghi del fantasy, la cupa rappresentazione della città dei gangster movie sono solo alcuni dei modi di rappresentazioni presi in prestito da Fukunaga per la sua serie.

La mente – almeno nel modo in cui la concepisce Maniac – è allora un insieme di mondi che si compenetrano e che assorbono le nostre esperienze dirette e indirette. Tutto ciò che abbiamo vissuto o semplicemente visto in tv o al cinema concorre alla composizione del nostro immaginario e della nostra esperienza di vita, trasformando la mente umana in un coacervo di idee, desideri, passioni. In un panorama in cui le caratteristiche più strettamente umane si trovano influenzate da elementi informatici e mediali, c’è bisogno di una nuova concezione della configurazione mentale degli essere umani. Risulta evidente il modo in cui una società caratterizzata da una mediatizzazione dell’esperienza così pervasiva incida profondamente sulla vita cognitiva determinando una necessaria rilettura del mondo in chiave moderna e, perché no, più vicino all’inorganico di quanto sia mai stata.

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