“Reach out and touch faith”: il manifesto di fede dei Depeche Mode

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È il 1989. Nei quotidiani del Regno Unito iniziarono a spuntare dal nulla delle misteriose pubblicità, col testo “Your own personal Jesus” e un numero di telefono. Chiamando quel numero, si poteva ascoltare un breve estratto della prossima canzone dei Depeche Mode. Quella che avrebbe anticipato Violator, il loro più album più venduto di sempre, forte del successo dei suoi singoli di punta e di una nuova immagine pubblica. Il video di Personal Jesus sarà quello che annuncerà la nuova veste rock dei Depeche Mode, preparando la strada per gli anni ’90 e un nuovo modo di dominare la scena.

Your own personal Jesus
Someone to hear your prayers
Someone who cares

Il tuo Gesù personale
Qualcuno che ascolta le tue preghiere
Qualcuno a cui importi

Sarà il primo video a colori tra quelli che Anton Corbijn ha diretto per i Depeche. Quel giro di chitarra così rock, unito a quelle ritmiche così decise e aggresive, erano qualcosa di completamente diverso da quanto prodotto dalla band fino a quel momento e colpirono il pubblico all’istante. Di ragioni che decretarono il successo di quel singolo ce ne furono tante, ma sicuramente una di quelle che determinarono la longevità della canzone fu il testo: un messaggio provocatorio, che non si può fare a meno di interpretare come un inno al materialismo moderno, facilmente riutilizzabile come argomento contro le religioni tradizionali. In un mondo in cui conta solo ciò che vedi, ciò che tocchi con le tue mani, ognuno ha la possibilità di identificare il proprio Gesù personale e costruire intorno ad esso la propria fede.

I primi album prodotti dai Depeche Mode negli anni ’90 rappresentano l’apice del loro immaginario materialistico. Anche l’altro grande singolo di Violator, Enjoy The Silence, dice chiaramente che “tutto quel che ho sempre voluto, tutto quel di cui ho mai avuto bisogno, è qui, tra le mie mani”, lasciando intendere che c’è nulla oltre quanto percepito dai nostri sensi, e anche i testi di Songs of Faith and Devotion racconteranno i lati peccaminosi e fisici della vita terrena. I Depeche Mode non hanno mai propugnato alcun messaggio religioso, alcuna aspirazione a Dio, questo è innegabile. Eppure un loro Dio ce l’hanno sempre avuto, e l’hanno sempre cantato, dal primo disco all’ultimo, premurandosi di far presente che sì, qualcosa c’è oltre al mondo che percepiamo, ed è qualcosa per cui vale la pena lottare, soffrire, sacrificarsi: l’amore. Nel loro album precedente, Music for the Masses, c’era una canzone, Sacred, che confessava in modo chiaro e definitivo quale fosse il loro concetto di fede e sacralità: “sono un obbediente fedele e un caloroso ricettore […] questa è religione, e non c’è dubbio, io sono uno dei suoi devoti.”

L’amore è il faro guida dei Depeche Mode, e questo chiarisce in maniera definitiva la loro fede in qualcosa che va oltre la fisicità. Il puro materialismo non fa parte dell’immaginario dei Depeche Mode. Perché allora quell’inno così chiaro e netto, e quel verso che non lascia scampo a differenze di interpretazione?

Reach out and touch faith

Allunga la mano e tocca la fede

dm
I Depeche Mode negli anni ’90

L’ispirazione per quella canzone e quel testo viene dal libro Elvis and me, dell’ex-moglie di Elvis Presley. Come ha spiegato Martin Gore:

“È una canzone su come si può essere un Gesù per qualcun altro, qualcuno che ti dà speranza e cure. Parla di come Elvis fosse per lei l’uomo e il mentore, e di come questo succeda spesso nelle relazioni d’amore; di come il cuore di ognuno di noi è un po’ come un dio.”

Nel nuovo assetto da rockstar dei Depeche Mode, dunque, la loro scelta è quella di presentarsi come coloro che possono dare fede, cure, risposte a chi ha bisogno di qualcosa in cui credere. “Senti l’incertezza e sei sola al mondo / carne e ossa di fronte al telefono / prendi la cornetta, farò di te un credente.”

Take second best
Put me to the test
Things on your chest
You need to confess
I will deliver
You know I’m a forgiver

Prendi la migliore seconda scelta
Mettimi alla prova
Le cose che hai dentro
Hai bisogno di confessarle
Ti darò ciò che vuoi
Lo sai, sono uno che perdona

Il concetto personale di fede secondo i Depeche Mode si è sempre intrecciato con il mondo terreno, allo stesso modo in cui l’amore è sempre rimasto a stretto contatto col sesso (un altro dei temi ricorrenti della lirica dei Depeche). In Personal Jesus, e più in generale nei messaggi trasmessi dai testi nella prima metà degli anni ’90, questo è semplicemente portato all’eccesso in maniera controllata, finendo per cantare inni al mondo in cui vivono, quello che guardiamo coi nostri occhi. Qualcosa che, però, presto cambierà piega: dopo l’overdose di Dave Gahan che lo porterà a un passo dalla morte nel 1996 arriverà Ultra, il disco che aprirà una seconda vita per i Depeche, e da quel momento in poi non ci sarà mai più un abbandono così completo, totale, al mondo fisico. L’amore diventerà, se possibile, un ideale ancora più salvifico, un punto fermo che impedirà la deriva verso la perdizione della carne. Fino ad arrivare al testo di Precious, da Playing the Angel del 2001, in cui Dave Gahan canta:

Precious and fragile things
Need special handling
My God what have we done to You?

Le cose fragili e preziose
Hanno bisogno di cure speciali
Mio Dio, che cosa ti ho fatto?

Forse, alla fine, la salvezza dal mondo è arrivata.

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