I Los Lobos: molto più che “quelli de La Bamba”

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Si è sempre parlato molto di artisti quintessenziali per l’America, come Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tom Waits, e a voler andare più indietro, Woody Guthrie, Hank Williams, Pete Seeger. Ognuno a rappresentare uno spaccato ben definito della cultura a stelle e strisce, una porzione di storia di quella terra ricca di contrasti, così lontana e vicina allo stesso tempo. Dylan e Springsteen, il folk che riempiva le strade del Greenwich Village a New York, la protesta, la cultura proletaria; la musica del primo Tom Waits che ci porta dritti nei bassifondi di Los Angeles, gli stessi che frequentava Charles Bukowski quando staccava da uno dei suoi lavori saltuari. Sembra di vederli davvero, così vividi nel nostro immaginario, tutti quei luoghi, quegli scorci resi celebri da film con i quali siamo cresciuti, dai libri che abbiamo letto.

E il rock n’roll, gli anni cinquanta: Elvis, Buddy Holly, Chuck Berry. Qualcuno si ricorderà di Ritchie Valens, che portò al successo un brano folk della tradizione messicana, opportunamente rivisitato: La Bamba. Un preambolo, questo, necessario per arrivare a una band, quei “lupi dell’est di Los Angeles”, di cui si è parlato sempre poco. I Los Lobos hanno ripreso La Bamba (nella colonna sonora del film intitolato appunto La Bamba, 1987, biopic sullo sfortunato Ritchie Valens) e l’hanno traghettata verso una celebratissima seconda vita; ma non è questo il loro unico merito, ed è un vero peccato ignorare la complessità di una carriera ormai quarantennale.

A Valens, nel 1958, riuscì qualcosa di clamoroso: unire le sue radici, il Messico, al rock degli Stati Uniti. Questo principio è alla base di tutta la musica che i Los Lobos hanno scritto e portato in giro per il mondo dalla metà degli anni settanta ad oggi. Una band di chicanos, orgogliosamente made in East L.A., come proclamano sovente, che ha portato alla luce un lato nascosto della cultura americana. Non a caso, le loro gesta hanno ispirato nomi di grido come Vinicio Capossela, i Calexico, i Tito & Tarantula, che fanno delle mescolanze culturali, della riscoperta delle tradizioni, il proprio manifesto artistico.

Quella dei Los Lobos è border music, musica di frontiera. Quando negli anni settanta i volumi degli amplificatori si innalzavano sempre di più, e quando più tardi cominciò a impazzare la disco music, i “lupi” si diressero dalla parte opposta: via da Los Angeles, giù verso il Messico, dove si rifugiarono per apprendere, studiare, respirare la musica nelle strade, conoscere meglio gli strumenti (rigorosamente acustici) che davano vita al folklore e alla poetica di quei luoghi. In poche parole, andarono alla scoperta delle proprie origini. Ed è stata proprio quella la mossa vincente. Durante i viaggi in Messico, i Los Lobos hanno immagazzinato quello spessore, quello strato di significato che avrebbe reso immortale la loro musica. Insomma, si erano evoluti: da scalcinata rock n’ roll band di periferia, una delle tante, a qualcosa di unico.

Così, quando di ritorno a Los Angeles si ritrovarono ad allietare i pomeriggi accaldati di amici e parenti del loro quartiere, suonando a feste di compleanno e matrimoni, capirono che era venuto il momento di andare oltre, di fare sul serio. Cominciarono a girare i campus universitari e i ristoranti della California, stipati su un vecchio furgone. Partivano da East L.A. e si spingevano fino a San Diego e alla Bay Area. Andavano forte specialmente durante il mese di Maggio, in occasione delle festività del Cinco de Mayo (la celebrazione della vittoria insperata, da parte di un piccolo esercito messicano, contro le armate francesi, il 5 Maggio del 1862 a Puebla).

Fu un periodo importante, in cui divennero una band a tutti gli effetti. Si cementò il rapporto tra le due menti compositive del gruppo, Louie Pérez e David Hidalgo; quest’ultimo, forgiò un talento fuori dal comune imbracciando vari strumenti, dalla chitarra, al violino, al banjo a 6 corde, alla fisarmonica. C’erano poi il bassista Conrad Lozano (che imparò a suonare anche il guitarron, uno strumento mariachi, come concezione simile al contrabbasso) e Cesar Rosas, l’anima hendrixiana dei Lobos. Nel 1978, uscì un primo album indipendente, Los Lobos Del Este De Los Angeles (con il sottotitolo scherzoso: just another band from East L.A.), una raccolta di brani folk messicani, che consentì al gruppo di dimostrare quello di cui erano capaci; e, cosa più importante, fu il biglietto da visita che li aiutò ad allargare il proprio raggio d’azione.

Nel Maggio del 1980, arrivò l’opportunità di aprire un concerto a Downtown L.A., nel cuore di Hollywood, ai Public Image LTD di John Lydon (meglio noto come Johnny Rotten nei Sex Pistols). Il punk era la musica del momento: come gladiatori che fanno il loro ingresso nell’arena, i Los Lobos arrivarono sul palco, capelli lunghi in mezzo a un mare di creste e teste rasate; strumenti acustici alla mano, infilarono una serie di boleros, son jarocho e huapangos, tra i fischi assordanti del pubblico, il classico lancio di oggetti, gli sputi, gli insulti. Tennero duro per qualche brano, poi dovettero darsela a gambe. Sia Hidalgo che Pérez racconteranno qualche anno più tardi che quell’episodio fu davvero importante.

La reazione negativa del pubblico infuse al gruppo, paradossalmente, una dose incontrollabile di adrenalina. Si confrontarono finalmente con una realtà diversa; stavano uscendo dal giro usuale di piccoli club e ristoranti dove gli avventori andavano a ubriacarsi, dove la musica era solo un rumore di sottofondo. Quella sera nel pubblico c’era anche Steve Berlin: giovane sassofonista arrivato da Philadelphia, che si stava facendo le ossa in varie formazioni punk di West Los Angeles. Rimase molto colpito dai Los Lobos. Non immaginava che pochi anni dopo sarebbe entrato nella band, fornendo un valoroso apporto al sound con le sue doti di strumentista e arrangiatore. “Pensavamo di essere tutti cosmopoliti”, dice Berlin in una citazione tratta da El Cancionero (box set con note biografiche uscito nel 2000), “ma il fatto che quei ragazzi arrivassero da East L.A. ci pareva qualcosa di veramente esotico, come se arrivassero dall’altra parte del mondo”.

Il punto di contatto definitivo tra i Lobos e Steve Berlin fu una serata condivisa con i The Blasters, con i quali il sassofonista collaborava all’epoca. I Blasters proponevano un affascinante ibrido tra roots rock e rockabilly, e Hidalgo e i ragazzi non poterono fare a meno di scorgere delle similitudini, un territorio comune. Difatti, l’esperienza fu molto positiva, certamente migliore rispetto a quando aprirono per i Public Image LTD! Anzi, segnò la svolta stilistica dei Los Lobos, che cominciarono a privilegiare le chitarre elettriche e la batteria. Si appassionarono alla scena punk, che ad Hollywood si arricchiva delle influenze tex mex di frontiera, e ne adottarono l’etica DIY, Do It Yourself, stampando in proprio i primi singoli. Instillarono un po’ di quell’energia grezza nella personale reinvenzione della tradizione messicana.

D’altronde, come dimostrato più volte durante la carriera, i Lobos si sono sempre confrontati con nuove sonorità, senza paura di sperimentare; spesso scontrandosi contro le aspettative del pubblico. Quando nei primi anni ottanta si ritrovano a passare gran parte del tempo nei locali di Hollywood (rinunciando a ingaggi di svariate centinaia di dollari per suonare ai matrimoni di East L.A.), gli amici e i sostenitori a est della città facevano fatica a capire la scelta del gruppo. Non avevano realmente idea di cosa accadesse a ovest di Los Angeles: leggevano di scontri violenti tra i punk e la polizia sul Santa Monica Boulevard, e si chiedevano cosa c’entrassero i Los Lobos con quel casino. La realtà è che, atti vandalici a parte, musicalmente si era creata una scena in cui le band si davano manforte l’una con l’altra, com’era tipico di quegli anni. Furono proprio i The Blasters a raccomandare i Lobos alla loro etichetta discografica, la Slash Records, che operava per conto della Warner Bros e si occupava di fornire un mercato alle nuove tendenze che animavano Downtown Los Angeles.

Fu l’inizio di un decennio entusiasmante. La band riuscì ad accattivarsi la simpatia del produttore texano T-Bone Burnett, che li aiutò a mettere insieme l’EP …And a Time To Dance nel 1983, antipasto di quel How Will The Wolf Survive? (1984) che ha definito una volta per tutte l’identità e il suono del gruppo. L’America dei Los Lobos è quella che accomuna tutti, chicanos e non; dall’ovest all’est di Los Angeles, tutti hanno i loro problemi quotidiani, tutti cercano di amare ed essere amati, di andare avanti come meglio possono. Concetti ben esemplificati in brani come Will The Wolf Survive? e più avanti in One Time, One Night.

Nella musica e nelle parole, i Lobos riescono a essere universali, a esprimere il loro punto di vista senza dimenticare le proprie origini. Anche Paul Simon si accorse di loro, e li volle in Graceland (1986), un album divenuto leggendario per aver combinato il pop con la musica di tutto il mondo. Ma l’esperienza non fu delle più positive: secondo Steve Berlin, Simon rubò la loro All Around The World or The Myth of Fingerprints, dichiarandosi il solo autore della canzone (che invece sarebbe stata scritta dalla band durante una jam in studio. La questione non è mai stata chiarita).

Nel 1987 esce By The Light of The Moon, un ottimo disco passato quasi inosservato per via del successo di La Bamba, uscita nello stesso anno. I Los Lobos furono travolti da una popolarità inattesa, schiacciante. Ai concerti si presentavano molte più persone del solito, che in realtà non comprendevano il percorso intrapreso dalla band anni prima. Erano diventati quelli di La Bamba e basta; il pubblico voleva sentire le cover di Ritchie Valens e non i brani di By The Light of The Moon. Ci volle del tempo prima che il gruppo venisse a patti con una questione così delicata. Il produttore T-Bone Burnett ha più volte sottolineato come fosse sempre stata la musica a guidare i Los Lobos, e non la fama: l’unico modo che avevano per ristabilire l’equilibrio (“Non sapevamo più chi eravamo”, nelle parole di Louie Pérez) era quello di riscoprire, ancora una volta, le radici. Nel 1988 uscì La Pistola y el Corazon, un disco composto al 100% da canzoni folk messicane, suonate interamente in acustico (che tempi: era ancora possibile convincere una major come la Warner Bros a produrre qualcosa che non avesse un appeal commerciale).

Dopo il rockeggiante (e nuovamente elettrico) The Neighborhood (1990), i Los Lobos affrontano gli anni novanta dando libero sfogo alla fantasia, alla creatività,  affidandosi a produttori visionari come Mitchell Froom e Tchad Blake. La trilogia di album che ne scaturisce – Kiko (1992), Colossal Head (1996) e This Time (1999), è un flusso onirico di suoni, un vero e proprio sogno ad occhi aperti. Hidalgo e Pérez si concedono anche una piccola digressione dalla band, producendo sempre insieme a Blake e Froom due dischi a nome Latin Playboys: musica ancora una volta avventurosa, una piccola collezione di diamanti grezzi; suoni lo-fi, a tratti struggenti, e testi essenziali che puntano dritti al cuore. Inoltre, Hidalgo si addentra ancor più nel filone della musica alternativa di qualità, collaborando a più riprese con il chitarrista Marc Ribot, e soprattutto con Tom Waits, in studio e dal vivo. Waits ricambierà il favore cantando una canzone su The Ride dei Lobos, nel 2004, e accosterà la band al cubismo, definendoli “i Picasso della musica”. Inoltre, inserisce il progetto Houndog (1999) di David Hidalgo e Mike Halby dei Canned Heat (un altro pregevole connubio tra dark blues e polveroso lo-fi) in una personale lista dei venti dischi più belli di sempre.

Nel nuovo millennio, i Los Lobos hanno mantenuto intatta la loro autenticità, e continuano a produrre dischi di valore e a girare instancabilmente l’America, con sporadiche puntate in Europa. E sì, ogni tanto suonano anche La Bamba: “dipende dalla situazione”, ha detto Hidalgo in un’intervista per il Telegraph, “ma è più divertente suonarla se ci sono ragazzini tra il pubblico”.

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