Sandi Glowe: rock alternativo per un mondo drogato dai social network

In che modo seguivate la musica oltre un decennio fa? Quali canali prediligevate? Il periodo che andava da Myspace e affacciava a Facebook aveva già la sua definizione precisa, ma prima?

Una intera generazione probabilmente tutto ciò nemmeno se lo ricorda. Non c’è più memoria di quel mondo fatto di riviste musicali cartacee, mailing list e siti internet realmente utili come piattaforma d’atterraggio per potenziali ascoltatori. Si stava meglio/si stava peggio, fanno bene/fanno male (come dicevano i Bluvertigo), non è questo il punto. Ciò che però ne consegue è che raramente il mercato discografico attuale riesca a fare a meno dell’impostazione fatta a stampino di questo decennio. Gli artisti hanno il loro canale Facebook, a volte si ritagliano il loro spazio dopo aver fatto l’influencer o opinion leader, in altre circostanze svolgono il percorso inverso. Non è raro trovare band su Instagram e altri canali e nemmeno loro sanno perché siano lì. Fa numero, l’importante è esserci, riempire gli spazi. Nel timore di rimanere fuori a qualcosa, nell’ansia di perdersi una potenziale cerchia d’audience.

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Non la pensa così Sandi Glowe, poco più che ventenne originaria di Roma, ma trasferita da qualche anno a Manchester al fine di seguire i suoi sogni artistici, proprio in quegli anni in cui solitamente rischi di ingabbiarti in qualche progetto universitario facoltativamente obbligato, più dai tuoi genitori che dalle tue aspirazioni. Ma la sua famiglia è formata prevalentemente da musicisti di formazione classica e comprendono bene le sue esigenze. Sandi quindi si fa le ossa sui palchi britannici e tra le file del BIMM, importante college musicale limitrofo alla galleria d’arte della città di Ian Curtis. Nella sua strada incrocia alcuni ragazzi interessati alle canzoni che ha trascinato per tutti questi chilometri, tempo qualche mese e registrano quello che è il primo EP, The Hidden Life.

Un lavoro che si plasma del background della ragazza come plastilina: il calore di una chitarra influenzata dal sound di John Frusciante, bagnato dalle nuvole della città a nord est dell’Inghilterra. Scivola come una lacrima di pioggia sui lampioni di una voce dream pop notturna e gentile. Introspezione ed un pizzico di disillusione, in basi strumentali che rimembrano i Cocteau Twins con una coltre ombreggiante di placido bluesy. Note che seguono a fari spenti il mood delle liriche, versi che narrano un mare di vite troppo perfette e molto svelate nel nostro mondo quotidiano a portata di click.

Il titolo celebra proprio quella porzione delle nostre esistenze che non dovrebbe apparire a chiunque tramite un account nello smartphone, quell’oasi di privacy che resta tra le nostre mani e che non dovremmo cedere in cambio di un mero appagamento espresso in pollici o cuori. Rimanendo in discussioni “digitali”, questi brani sono spontanei, mancano di qualsiasi pennellata di Photoshop o altri artifizi, la presa diretta della registrazione è una ulteriore dimostrazione di genuinità. Le imperfezioni sono dei piccoli vanti e ben si amalgamano alle coordinate stilistiche proposte dal progetto, che vedono probabilmente in Silent Town la loro migliore realizzazione, un sound limitrofo alla PJ Harvey dei primi anni 2000.

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L’artwork di The Hidden Life

Aderente al concept dell’Ep, non troverete una pagina artista di Sandi Glowe su Facebook, né è possibile osservarla destreggiarsi in foto timbrate di hashtags su Instagram. Ma non per una presa di posizione meramente anarchica da bastian-contraria-anti-progresso a tutti i costi (il disco ad esempio è su Spotify e altre piattaforme digitali). Trattasi di una mirata scelta nel presente, al fine di prendere le distanze da quello che oggi sono diventati in generale i tali canali di comunicazione e quanto essi tendano a pesare negativamente nella vita artistica di un musicista e di qualsiasi altro soggetto della nostra società. Tendendo infatti ad assorbire, a detta dell’autore, molti dei momenti liberi che potrebbero invece rappresentare chances creative del compositore o attimi che l’essere umano in generale trascorrerebbe approfondendo le proprie passioni.

Insomma, c’è chi suona retrò (buona parte del rock contemporaneo mainstream, se pensate ai Greta Van Fleet) e chi invece preferisce relazionarsi a potenziali ascoltatori in maniera “vintage”, dove il tag semmai si fa con la bomboletta e l’invito ti arriva con calma su mailing list. Condivisibile o meno, trattasi di un messaggio che fa riflettere (se si pensi, per paradosso, alla giovane età della proposta) e svela una marcata personalità di questa “chitarra in fuga”, che speriamo torni presto ad esibirsi anche nel suolo italico.

Sandi Glowe
Il sito ufficiale e la mailing list
Spotify

Testo: Federico Francesco Falco

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