Cinque canzoni sulla noia (che si sbagliavano di grosso)

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Noia è una parola talmente brutta che crea quasi un timore scaramantico nel scriverla: pochi ammettono senza problemi di soffrirne, però la conosciamo tutti. Prende posto nella nostra coscienza come un avvoltoio, e ci rimane sempre troppo.

Se fosse una malattia, e forse lo è, potremmo individuare delle cause scatenanti: la routine, una delusione, il confronto.  Come per ogni irritazione, il primo istinti è cercare di grattarla, scrollarsela di dosso, tenersi occupati, riempire il tempo per non sentirla. E invece nella maggior parte dei casi ci viene detto che serve aspettare.

Cantavano i Green Day in Longview:

I got no motivation
Where is my motivation?
No time for the motivation
Smoking my inspiration

Noia è apatia totale, da spendere su un divano distraendosi e aspettando che passi. Non c è altro modo.

Prende alla gola come una fame indefinita, come una nostalgia di tutto: ci costringe infelici davanti a uno schermo, un dispiegandoci sulla grande lavagna dei pensieri la vita che non abbiamo.

Dov’e la mia motivazione, scrive Billie Joe, ma apposta lascia che nessuno risponda.

E ancora, i Velvet Underground in Sunday Morning

I’ve got a feeling I dont want to know
It’s just the wasted years so close behind.

Scrissero il testo una domenica mattina, prima di tornare a casa: Lou Reed fu ispirato da quel momento in cui la città si sta risvegliando e torni a casa con i ricordi della notte tra le dita.

La malinconia si faceva largo tra la stanchezza e il principio di un nuovo giorno che aleggiava oltre i vetri: non si sentiva felice, anche se avrebbe voluto, anche se stava rientrando da un uscita tra amici. Prese carta e penna e lasciò piovere su un foglio quel malessere nebuloso.

Gli vorticavano in testa domande confuse, misteriose e pesanti insieme, e non era quello il momento di affrontarle. Presto sarebbe andato a dormire e più avanti avrebbe lavorato a quel testo. Stava componendo una delle canzoni più famose del gruppo.

La realtà diventa lentamente insapore e inodore, ci sembra che ci scivoli tutto addosso. Qualcuno mi sente?

Corre l’anno 1979 quando i Pink Floyd pubblicano un album che cambierà le regole della musica e il grido di Comfortably Numb lancerà un eco che risuona fino ai nsotri giorni. Perché è un grido intimo e universale insieme, e ci riguarda tutti.

“Coraggio, lo so che ti senti triste. Posso alleviare il tuo dolore e rimetterti di nuovo in piedi” dice una voce misteriosa, ma non va come avremmo pensato: il contrario di “non soffrire” non è felicità ma, a volte, apatia artificiale.

Da bambino colsi con la coda dell’occhio un rapido movimento.
Mi girai a guardare, ma era sparito, non riescii a capire cosa fosse,
adesso il bambino è cresciuto, il sogno è finito.
e io, piacevolmente insensibile.

Sto diventando sempre meno sensibile, e vuol dire forse non venire feriti-però mi fa soffrire.

Non riesco a spiegartelo, non riusciresti a capire
Ecco come mi sento ora, piacevolmente insensibile.

Se evito di soffrire, mi manca il contatto con la realtà: la noia, l’apatia, suonano quasi come anticamera della morte.

E allora vale la pena di ripartire da qui, da ciò che avrei preferito non affrontare: riconoscere che sto soffrendo, che sono fragile e anche che da qui riparto.

“Non passerò dieci settimane qui mentre tutti pensano che stia in via di guarigione” scriveva Amy Winehouse nel 2006, quando i suoi manager le chiedevano di smettere di bere.

In crescente difficoltà con la dipendenza dall’alcool e appena lasciata da Blake Civil, col quale aveva una relazione decisamente complicata, la ragazza si rifiutava di vedere in una clinica la soluzione ai problemi. Non è questione di orgoglio –cantava– Ho bisogno di un amico. 

Non c’è dottore che possa lavarci via il male che abbiamo addosso, nè via di fuga che ci permetta di guarire (“I will never drink again“) Dobbiamo ripartire da ciò che siamo, non da ciò che dovremmo essere. Accettare di essere fragili, incompleti e umani.

Così stanco di tutto e di tutti chissà, questi giorni son giorni che vivo a metà

E viaggio in un mondo che forse non c’è tra cent’anni di libri e i miei sogni da star e un bagaglio di giochi truccati perché non mi viene la vita che voglio per me

Cantavano i Negrita, e questa conclusione è il passaggio chiave che permette di fare un passo in più, più avanti rispetto a Billie Joe e colleghi: la noia è un vuoto che si crea, e si riempie di un vortice di domande:al centro ci sta il dubbio esistenziale sulla propria vita. E si apre un opportunità.

La noia ci permette di aprire gli occhi sulle nostre vite, vi rende inquieti e meno assuefatti al quotidiano. In maniera spiacevole, ci offre l’occasione di chiederci che cosa vorremmo nella nostra vita e, andando in fondo a quello inquietudine, ci suggerisce come potremmo arricchirla.

“L’uomo non pensa mai all avvenire se non quando gli da noia il presente”, scrisse Francesco Algarotti, saggista del diciottesimo secolo.

La noia è un occasione di affrontarsi, l’unico momento che abbiamo per guardarci allo specchio e capire cosa vogliamo portare con noi e quali fardello lasciare dietro le spalle. Senza raccontarci storie. Senza dirci che stiamo bene, che quel rehab non serve.

Scriveva Nietzsche in Umano, troppo Umano:

In nessun’epoca si attribuì maggior valore agli attivi, cioé ai senza riposo. Questa è dunque una delle necessarie correzioni che si devono apportare al carattere dell’umanità: rafforzare in larga misura l’elemento contemplativo.

Byung Chul Han, filosofo e teorico della cultura che insegna all’Universität der Künste Berlin, scrive in La società della stanchezza:

Chi, camminando, si annoia e non tollera in alcun modo la noia, diventa irrequieto e si aggira di qua e di là, oppure segue un’attività o un’altra. Chi invece ha maggiore tolleranza per la noia, forse dopo un po’ riconoscerà di essere annoiato dal camminare in sè e sarà spinto a inventarsi un movimento completamente nuovo.

Possiamo andare avanti senza farci la domanda in più, lasciando che nulla cambi e quei fantasmi tornino a trovarci più avanti.

Oppure possiamo ascoltare il malessere e capire da dove arriva, e in che direzione vogliamo andare veramente. Accettando che capiteranno momenti così ancora e ancora, ma che per la corsa che stiamo facendo sono occasione di pit stop, e non un vicolo cieco.

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