Amen: filosofia, religione e società secondo i Baustelle

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Chiunque nella vita ha ascoltato almeno una volta la canzone “Charlie fa surf”, con quella ritmica anni ’60 e la chitarra quasi punk. Con il titolo che rimanda direttamente a un’opera di Cattelan, con il ragazzino che ha le mani inchiodate ad un banco di scuola. Chiunque in quegli anni, se capitava su MTV, si trovava quel video un po’ psichedelico e comunque “strano” per la musica italiana.

Ma loro erano i Baustelle e cominciava a nascere il nuovo movimento dell’indie italiano. E loro con quel suono a metà tra il rock alternativo, il pop sintetizzato del Battiato anni Ottanta e un sacco pieno di citazioni new wave.

I testi, poi, sono strani. Slogan che potrebbero trovarsi sui muri delle stazioni di provincia, manifesti rock che non si distaccano però dall’italianità e un modo di cantare di Bianconi spezzettato, seguendo una metrica ferrea.

E questo album, a differenza dei precedenti, è quello che segna veramente il nuovo suono dei Baustelle. Un sound definito barocco dallo stesso Bianconi, stratificato, una via di mezzo tra l’orchestra e i sintetizzatori.

E in tutto questo ci sono testi ispirati e crudi, in un certo senso. Ispirati non più alla provincia de La moda del lento, de La malavita o ancora più del Sussidiario illustrato, ma anzi con uno sguardo che si divide: se un occhio vede con disprezzo il mondo contemporaneo, l’altro guarda al cielo e cerca di scorgere qualche risposta in più.

E così si può scorgere un messaggio sociale in Antropophagus, Andarsene così e la ghost track Spaghetti western sul fenomeno del caporalato. Inoltre se in Alfredo partendo dall’incidente del piccolo Alfredino Rampi si fa una panoramica sulla società e sulla politica dell’estetica degli anni Ottanta (e sempre lì si ritorna, segno che è dal 2008 che in realtà c’è questo revival), ne Il liberismo ha i giorni contati è la storia di Anna, una ragazza che vede morire i suoi sogni e continua la strada verso la disillusione. Un modo di pensare che, in realtà, nel 2018 non è così rivoluzionario.

Ma la cifra stilistica del gruppo sta anche e soprattutto nelle citazioni e sicuramente in queste 15 canzoni più due, se ne trovano moltissime.

Dal fischio “celebre” di Alessandro Alessandroni in Spaghetti Western alle imprese del tenente Colombo in Colombo, da Panico!, che è un omaggio a These boots are made for walkin’ di Lee Hazlewood, a quell’estetica del poeta maudit, del personaggio autodistruttivo, di Baudelaire.

Un disco che è colmo. Pieno. Vitale. Critico. E, in un certo senso, rivoluzionario per il suono pop italiano.

Un disco che vincerà la Targa Tenco di quell’anno, superando alcuni altri album molto belli di Jovanotti, Afterhours, Francesco De Gregori e Roberto Vecchioni.

Un disco che farà la fortuna della band di Bianconi e Bastreghi e che sarà in un certo senso ispirazione per la nuova scena indiependente italiana, appoggiata soprattutto da Rockit.

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