Da Ciprì e Maresco a Pasolini: l’osceno come simbolo del degrado sociale

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Daniele Ciprì e Franco Maresco, conosciuti come gli autori della CinicoTv, rappresentano i portavoce di un mondo che trova la sua rappresentazione, in tutta la sua crudezza, essenza e totalità, nella loro intensa attività cinematografica. Un mondo che affonda le radici nella dimenticata periferia di Palermo, dove tra estetica del brutto, analfabetismo e scempio perverso – tutto immerso in una desolazione complessa e strutturata – si consumano le tragiche dinamiche di personaggi che rappresentano, seppur in misura minima e per una nicchia di spettatori,  una realtà basata sul degrado.

Ciprì e Maresco hanno reso noto il volto di una Palermo la cui decadenza è identificata da quel sotto-proletariato che si è incastonato nella coscienza collettiva attraverso film come Mery per sempre e Ragazzi fuori. Un sotto-proletariato (intendendo quella classe sociale che non può accedere a un reddito) che è il prodotto di un disagio socio-economico che sfocia nel crimine. I registi in questione analizzano questa realtà da un punto di vista “diverso”, non perché non vi sia al suo interno una criminalità dichiarata – di quel mondo localizzato in quei margini sociali – ma perché le tematiche poste all’interno dello schermo sono costituite da una serie di elementi che alimentano ed elevano al più alto livello di captazione l’atmosfera del grottesco.

Volgendo lo sguardo a tutta l’opera di Ciprì e Maresco, dalla tv al cinema, si ha la percezione di un generale approccio ad una realtà che mette in risalto la decadenza dello spirito di un tempo contemporaneo. Viene messo in evidenza l’aspetto più acre e brusco della periferia palermitana che è sinonimo strumentale e metaforico di una decadenza, che per i due, si espande in tutto il Paese. Attraverso la rappresentazione dell’osceno, creano sconcerto nell’opinione comune, che di fronte a personaggi come i metafisici Fratelli Abbate o il disgustoso Paviglianiti, non possono che provare nello spettatore ripugnanza e rigetto.

I due autori mostrano questa intenzione di fondo, cioè il creare scompiglio nella generale concezione di una realtà antropologicamente inficiata dal germe berlusconiano, il quale ai loro occhi diventa il punto focale di una generale crisi di valori morali che circuisce e attanaglia la mente dell’individuo italiano. Rappresentare una città come Palermo da un punto di vista differente rispetto alle tematiche che riguardano mafia, droga e corruzione, è un’innovazione che porta i due autori a un livello inconsueto impossibile da non notare. Il “trascendere” queste tematiche, ormai ovvie di fronte a una normalizzazione di una malsana e superficiale idea di Palermo, non significa certamente negarle, anzi, tutt’altro. L’osceno, lo scurrile, lo sporco, il triviale, lo scandaloso, il volgare, l’immondo, tutti aggettivi monadici di un mondo che è metafora dei mali dell’uomo, lontano dagli stereotipi che hanno pubblicizzato una Palermo unicamente secondo il paradigma della criminalità organizzata ed in particolare della mafia intesa come “cosa nostra”.

Rappresentare filmicamente l’orrendo, il brutto e fare di quest’ultimo il protagonista indiscusso dello schermo, attraverso un bianco e nero che rende le storie raccontate immerse nello squallore più totalizzante, rappresenta il concetto di un nuovo di fronte a una Tv, che negli anni in cui andava in onda la CinicoTv, era dedicata soltanto all’immagine e al perbenismo dei ben pensanti italiani. Con la voce di Maresco che dialoga con i suoi personaggi, intrattenendo conversazioni ai limiti del “subumano” (termine utilizzato dagli stessi autori), gli spettatori vengono trasportati in un universo di desolazione assoluta, dove i soggetti trattati sono unicamente di sesso maschile, poiché in un mondo così degradato non c’è posto per la femminilità intesa come quella bellezza eterea che alimenta le pulsioni dell’uomo.

Vi è una considerazione da fare che deve sempre essere posta in posizione antecedente all’approccio analitico al mondo di Ciprì e Maresco, ovvero, questo mondo, rappresentato nel grottesco e tragicomico bianco e nero, è il mondo reale o è solo una tragica e grottesca invenzione dei due registi ?

Il loro lavoro, consta di una vera ricerca sul campo, di una “osservazione partecipante” per dirla con l’antropologo polacco Bronislaw Malinowski. Ciprì e Maresco sono stati fisicamente tra queste persone che pongono sotto il loro obiettivo, hanno scelto con accurata dedizione i propri soggetti da raccontare. Da Paviglianiti, ormai considerato un Budda nella Palermo del degrado, al compianto Signor Giordano che nell’interpretazione astratta e metafisica di un topo di fogna o di un escremento è giunto come fascio di luce radiosa fino all’immaginario comune della Palermo paradossale, fino a giungere al povero e viscido Rocco Cane, Ciprì e Maresco hanno riesumato dai cunicoli del tessuto urbano della Palermo di periferia questi soggetti.

Mi chiedo, dunque, arrivati a questo livello di interpretazione di quel mondo, vi è un punto d’incontro con l’opera cinematografica di Pasolini? Si, con le dovute differenze di carattere intenzionale che adesso metteremo in luce.

Pasolini, com’è ben noto, poneva all’interno dei suoi casting attori non professionisti, che selezionava all’interno della borgata dell’idroscalo romano. Parlava e dialogava con loro, prendeva contatto con quella realtà che lui aveva eletto come dimensione da preservare rispetto al correre dei tempi in cambiamento. Nel riporre all’interno dei propri film questi individui che nella vita reale provenivano da realtà di borgata molto complesse e difficili, Pasolini aveva l’intenzione di emancipare questi personaggi ignoti al mondo del cinema. Voleva mettere in atto negli spettatori un processo di dimenticanza della provenienza degli attori impiegati nel casting trascendendo, ma non negando, la loro identità. Questo è un dato caratteristico del cinema di Pasolini, ovvero, il carpire dalla strada i suoi attori, ma nonostante questo processo di trascendenza vi era un dato che riportava alla consapevolezza chi era fruitore di fronte il suo cinema, ovvero, la fisiognomica dei personaggi.

In Pasolini ricorre spesso la deformità dei volti, mista a un’anarchia della sessualità, che rende per certi versi il suo cinema anche disgustoso, come possiamo vedere in alcune scene della Trilogia della vita o nell’ultimo film Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Questo aspetto di Pasolini è funzionale al rapporto con Ciprì e Maresco che vogliamo porre in evidenza. La fisiognomica pasoliniana è segno di quell’appartenenza periferica dei suoi attori, il brutto e l’osceno ricorrono sovente sul suo schermo. Quei lineamenti volgari e a tratti deformi dei volti che sceglieva davano uno stile identificativo al suo cinema. Questa deformità del volto ricorre anche in Ciprì e Maresco, i quali, sottoponendo la scena totalmente all’indecenza degradata della periferia desolata di Palermo, la estendono a tutto il corpo dei soggetti-attori. Il corpo rappresenta un elemento determinante sia in Pasolini che in Ciprì e Maresco.

In un’intervista a Maresco, quest’ultimo manifesta il suo punto di incontro artistico con Pasolini, parlando di Salò… e spiegando come in quell’ottica anarchica della rappresentazione si forgia la propria intenzionalità artistica. I due registi palermitani non cercano l’emancipazione dei proprio personaggi, nel loro realismo stupefacente e senza limiti, mettono in scena i personaggi così come si presentano nella realtà in cui sono stati trovati.

Pasolini parla del sottoproletariato urbano, parla della storia di Accattone o di Mamma Roma, parla dello scempio che il fascismo ha commesso nei confronti dell’umanità attraverso la rivisitazione di De Sade, parla di molte tematiche mantenendo sempre, all’interno di un’ottica realista e d’inchiesta, un velo di illusione cinematografica ponendo lo spettatore in posizione critica, dandogli sempre uno spazio per pensare. Ciprì e Maresco invece con le loro rappresentazioni di una realtà dilaniata mettono sotto inchiesta la reale circostanza di vita in cui risiedono i personaggi, senza nessuna negazione/trascendenza delle origini degli “attori” in questione e senza dare possibilità a chi si trova di fronte allo schermo di potere pensare che vi sia una realtà differente da quella posta sotto quel bianco e nero, ponendo lo spettatore nell’universo dell’iperreale.

Il mondo di Ciprì e Maresco è quello che si vede, senza sconti e tagli. In Pasolini invece, diventa, la rappresentazione di un mondo posto sotto inchiesta e con l’intenzionalità di provare a cambiarlo.

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