Poesia e corpo su Instagram: il caso Rupi Kaur

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Rupi Kaur è una donna piccola. Ma la sua voce poetica è di una forza inaspettata, quasi spaventosa. Le poesie gridano sulla carta, accompagnate a disegni dalle linee essenziali, il suo timbro caldo riempie i teatri con una potenza e una crudezza che non ci si aspetterebbe da una figura tanto minuta.

Studentessa di Scienze della Comunicazione, valuta il potenziale di Instagram come piattaforma social più adatta a diffondere contenuti artistici per le masse, affascinata dall’impatto visivo fatto di parole e immagini coerente con le sue creazioni. Non immune a controversie – nel 2015 fu censurato un suo progetto fotografico sul ciclo mestruale – non si dà per vinta, ed è così che da hobby del tutto privato, i suoi lavori fanno il giro del web quando decide di cominciare a pubblicarli sul suo profilo:

“Dicevo ai miei amici che avevo pensato di postare online le mie poesie, ma che avevo paura. Mi hanno risposto che questo era il motivo per cui avrei dovuto postarle. Perché sapevo che quello che esprimevano avrebbe fatto discutere, che avrebbe dato fastidio a qualcuno, perché ero io a sentire quelle cose e mi spaventavano, per questo le persone avrebbero dovuto leggerle.”

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Vittima di violenza sessuale da parte di una persona vicina, fa della poesia un “viaggio di sopravvivenza” al trauma di un corpo violato, un processo di automedicazione che si concretizza nella sua prima raccolta Milk and Honey (2014). Quattro le tappe di questo viaggio spirituale: la ferita (the hurting), l’amare (the loving), la rottura (the breaking), la guarigione (the healing). Ognuna di queste fasi é legata al concetto my body is my home, al curarsi da fuori e da dentro. Il latte e il miele sono infatti i principali ricostiutenti naturali utilizzati dalle donne nel villaggio del Punjabi dove Kaur ha trascorso l’infanzia prima di trasferirsi in Canada.

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Se il suo animo rootless si sposa perfettamente con la filosofia – non certo inedita – del corpo come casa, la novità sta nel riflettere su cosa succede quando la dimora viene violata, nel descrivere un percorso doloroso quanto prezioso per riprendersi il diritto sul proprio corpo. La difficoltà nel ristabilire un equilibrio distorto da un trauma con i suoi picchi e le sue sconfitte, riparare e rimettersi a nuovo, tornare a potersi “decorare”.

Nella performance, la componente “fisica” dei disegni è sostituita da piccoli gesti delle mani, come a disegnare in aria il corrispettivo delle parole.

Scrivere non è sempre liberatorio, come afferma in più di un’intervista, ci sono momenti in cui è doloroso ai limiti della sopportazione ma comunque indispensabile:

“C’è stato un momento della mia vita in cui stavo così male che non pensavo sarei riuscita a scrivere più niente. Era terribile perché la mia cura stava diventando la causa del mio dolore, mi faceva esplorare cose che non mi sentivo pronta ad esplorare. Ma adesso se ripenso a quel periodo, sono serena. Se scrivere fosse sempre facile, vorrebbe dire che non sto crescendo”

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Criticato spesso come troppo esplicito o troppo banale, lo stile della Kaur continua a far discutere e non smetterà di farlo, ma è questo il suo senso intrinseco. È la poesia di una giovane donna e del suo ritrovarsi, sessualmente e spiritualmente, in una ritualità di tutto ciò che è solo apparentemente “piccolo” e puramente materiale. Che piaccia o no, Milk and Honey è un compendio di piccole verità a testimonianza di una femminilità molto attuale in quanto emancipata e scomoda.

Nel suo essere donna e di colore, l’autrice scrive all’insegna di un’inclusione che è ancora necessario rivendicare.

Rupi Kaur è su Instagram

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