Tomás Milián: un uomo in fuga, un attore per il popolo

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Tomás Milián se ne è andato qualche mese fa a 84 anni. Da decenni aveva abbandonato il nostro paese dopo stagioni di Cinema spesi passando tra generi e personaggi diversi, mostrandosi capace d’interpretare copioni impegnati per Visconti, Bolognini, Lattuada e film di genere per Corbucci, Massi, Lenzi, Fulci e tanti altri.

La sua vita è andata in modo tutt’altro che previsto. Figlio di un fiero generale del regime di Machado, destinato quindi ad appartenere all’élite di Cuba, vede il corso della propria esistenza cambiare drammaticamente il 31 dicembre del 1946. Suo padre, che praticamente non aveva mai visto dopo che nel nuovo regime di Batista era passato dal carcere all’ospedale psichiatrico (e che quando c’era non era molto tenero con lui), si suicida di fronte al tredicenne Tomás.

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Il trauma e il sipario che scende sulla sua infanzia come una ghigliottina lo allontanano dalla sua famiglia, fino a fargli rifiutare la vita agiata che gli viene prospettata a Cuba. Non si sente a suo agio, è frustrato e non sente più legami, o forse vuole solo provare a cercare sé stesso e a ritrovare il bandolo della matassa della sua adolescenza infranta da una pistola e interrotta sul nascere.

Dopo aver visto La Valle dell’Eden, decide che non sarebbe male essere come James Dean e si sposta negli USA, dove inizia la sua carriera di attore in piccole parti in TV e a Broadway. Viene notato anche in Italia (da Zeffirelli) e inizia la parte più lunga e proficua della sua carriera. Si immerge nella realtà del nostro paese, innamorandosi di Roma e dei romani, in cui forse rivede la sua vena anarcoide, ironica e schietta e impara che pregi e difetti possono essere sfumature intercambiabili, fino aa avvolgersi nella romanità come in un secondo vestito.

Via via si stacca dalle velleità intellettuali di certi film, spostando la propria carriera e attenzione sempre più verso western all’italiana e poliziotteschi, ritagliando la parte migliore della sua carriera. Nonostante avesse rifiutato decenni prima la carriera militare che suo padre desiderava per lui, accumula tra i suoi alter-ego cinematografici poliziotti, soldati o uomini comunque in divisa, aspetto che di certo non sfugge alla sua ironia. A metà anni ’80 saluta il suo personaggio più popolare e anche l’Italia, accettando ruoli secondari a Hollywood. Diceva che non si sentiva più in grado di vestire i panni di Er Monnezza, ormai calvo e un pò imbolsito, ma forse non accettava che il tempo ferisse il suo mito.

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Era un uomo umile, generoso, sincero, introverso, ipersensibile alla vita (come amava raccontarsi), ma anche rigido e ossessionato dalla morte del padre, che poco lo aveva seguito e forse anche amato. Cercava l’amore della gente nei suoi film, buttandosi anche in copioni a volte poco consoni alla sua bravura proprio per trovare quel contatto “popolare” che lo appagasse e lo facesse sentire accettato, finalmente e senza riserve. No, Tomás Milián non è stato solo Er Monnezza o uno dei suoi tanti personaggi, ma un uomo che ha attraversato la vita provando a essere libero dai fantasmi del passato e a seguire le sue aspirazioni, in una perpetua fuga da quella pallottola che l’ha inseguito tutta la vita. Questo è stato il suo lascito di uomo e attore, quello che dovremmo un po’ tutti provare a imitare.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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