Mia Zapata: il delitto irrisolto che sconvolse il grunge

In gergo giornalistico viene chiamato “Club 27” e si riferisce ad un (involontario) circolo formato da musicisti morti intorno all’età riferita nel numero. Una sorta di maledizione che, negli anni, ha alimentato fascinazioni di numerosi fan, teorie e racconti. Da Jim Morrison a Jimi Hendrix, passando per Janis Joplin, è facilissimo partire dalla narrazione di esistenze particolarmente travagliate per poi sfociare magari a qualche leggenda metropolitana. Ci sono però artisti cosiddetti “minori” che sono entrati dalla porta del retro di questo bizzarro circolo privato, in luce ad alcuni eventi tragici che decisamente poco avevano a che fare con condotte fuori dalle righe.

Nel 1993, Mia Katherine Zapata, è una giovane ragazza che è salita sul treno della scena musicale di Seattle dagli ultimi vagoni della seconda classe: lei e i suoi The Gits però meritavano di obliterare quel biglietto da diversi anni. Purtroppo erano nati nello stato sbagliato, in Ohio nel 1986, ci avevano messo diversi anni per trasferirsi nella città in cui si mormorava bastasse avere una batteria e un microfono per ottenere un contratto.

Ma loro non sono affatto una clone band dei Nirvana o Alice In Chains. La loro musica si abbevera di un Punk/Hardcore davvero tosto, tiratissimo e nervoso. Alla voce c’è lei, Mia, ma il loro stile non c’entra poi granché con ciò che gira in città o per radio. Gente come le Hole, L7 o Bikini Kill. Niente “Fox Core”, niente puttanate di emancipazione, discorsi da Riot Grrrl o assorbenti gettati sul pubblico. Anzi, Mia è un maschiaccio. Poca estetica glam e molta sostanza nel loro primo disco, Frenching the Bully del 1992. Trenta minuti per tredici brani. Paradossalmente, la qualità era forse fin troppa da soffocare qualsiasi possibile singolo ruffiano. Il risultato era che la band era rimasta con la CZ Records, una etichetta ancora da trampolino.

Eppure la convinzione è che probabilmente ce l’avrebbero fatta comunque a sfondare, l’Atlantic Records sbircia dalla porta. La major li corteggia mentre, nei primi mesi dell’anno successivo, confezionano quello che sarebbe stato il seguito: Enter: The Conquering Chicken, un disco meno diretto ma votato ad influenze Blues con una riarrangiatissima cover del cantante Soul, Sam Cooke, della celebre A Change Is Gonna Come. Anche stavolta i pezzi sono tredici ma hanno un respiro più dilatato. Tra esse emerge un inquietante presagio che va sotto il nome di Sing of the Crab, in cui la vocalist, nel testo, simula la sua uccisione per mano di un estraneo.

“Go ahead and slash me up
Cause you know you’re the one that won’t be found…”

La sera del 6 luglio 1993, Mia Zapata è reduce da una giornata passata con amici, dopo aver posticipato un tour per la West Coast per la morte improvvisa di una cara musicista (Stefanie Sargent delle 7 Year Bitch), colgono l’occasione di quei mesi perché è ora di chiudere il disco. Le sue take vocali sono praticamente pronte e, con molta probabilità, la vocalist non vede l’ora di ripartire per nuovi concerti. Nonostante le inquietudini, il pomeriggio trascorre leggero, è con gli Hell’s Smells, la band in cui suona il suo precedente fidanzato, Robert Jenkins.

Verso ora di cena trascorre qualche ora ad al suo bar preferito, The Comet Tavern, un posto di culto per la scena. Poi, poco dopo la mezzanotte, decide di incamminarsi verso la residenza del suo ex e, non trovandolo, si intrattiene a parlare con il cantante della band del tipo. Successivamente, verso le due, non trovando niente in TV, decide di congedarsi. Le viene proposto di chiamare un taxi ma lei rifiuta: è nemmeno ad un chilometro da casa sua e ha voglia di fare due passi.

Non sappiamo cosa accade negli ottanta minuti successivi che intercorrono tra questa ultima informazione e la segnalazione di una prostituta, che rinviene il suo cadavere in un angolo di strada deserta, la posa del corpo è come fosse crocefissa e ha alcuni segni di mutilazioni sulla pelle. Strangolata, è morta così Mia Zapata. Ma, se non fosse stato per quelle due mani intorno al collo, sarebbe morta comunque per i danni ricevuti dalle percosse. Nella scena del crimine arriva la polizia, che non sembra essere molto solerte, neppure ha molto su cui iniziare ad investigare: qualche abitante del luogo un’oretta prima ha sentito un urlo. Ma non ci sono testimoni oculari. La scientifica rileva un campione di DNA da della saliva rimasta sul seno della ragazza, dettaglio che tornerà fondamentale solo successivamente.

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Mia Zapata

Intanto la comunità musicale di Seattle si muove, organizzando un concerto di beneficenza al fine di pagare un investigatore privato che faccia giustizia sul caso. Si esibiscono i superstiti membri della band della vocalist, ma anche Soundgarden, Joan Jett e i Nirvana (negli ultimi anni si è ventilata la chance che la performance del terzetto sia stata immortalata in VHS). Raccolgono settantamila dollari, elargiti alla detective Liegh Hearon. Nei tre anni successivi la storia viene discussa in numerosi programmi televisivi, da Unsolved Mysteries fino a A&E’s American Justice e Cold Case Files, ma pare proprio non ci sia telecamera o lente d’ingrandimento abbastanza fortunata per cavarne un ragno dal buco.

Si succedono anche i commissari interessati al caso. Nel 1998 Bob Gebo traccia il profilo del potenziale assassino: una persona che quasi sicuramente aveva già assalito altre donne in passato e che era predisposto alla violenza. Durante tal periodo, finita la somma del danaro, la Hearon decide di proseguire le indagini anche gratis. Si pensa al Mostro di Green River o al suo ex. Ma tutte queste piste non portano a nulla, nel secondo caso è lo stesso Robert Jenkins ad offrire il suo DNA e si sottopone a ben due test con la macchina della verità.

Fortunatamente non è solo il tempo ad avanzare, anche la tecnologia fa i suoi passi da gigante e, a furia di camminare, incrocia la determinazione di due uomini: Gregg Mixsell and Dick Gagnon. Pare che, in circa 36 mesi, i due abbiano risolto una ventina di delitti dai trecento ancora ad invecchiare nell’inventario di Seattle. Loro si concentrano sugli omicidi di natura sessuale. Nel caso di Mia, ordinano di riusare la prova della saliva, rimasta in una cella frigorifera da quasi dieci anni, e quell’elemento è poi fatto incrociare con il DNA di circa due milioni di potenziali assassini. È il medico legale Jodi Sass dal laboratorio criminale dello stato di Washington a trovare un possibile coinvolto, siamo nel dicembre del 2002.

Il sospettato si chiama Jesus C. Mezquia, un pescatore cubano scappato in America nel 1980. Jesus è stato arrestato per furto a Miami, fortunatamente una legge entrata in vigore da pochi mesi prevedeva di prelevare del campione del DNA anche per quella tipologia di reato. L’uomo fu sì arrestato in Florida ma, tra il 1992 e il 1994, era residente a Seattle, non lontano dal rinvenimento della salma, e ha una fedina penale che narra di ripetute condanne non solo per furto, ma anche denunce di ex fidanzate e la moglie. Nel 1990 aveva avuto una condanna per tentato stupro, sette anni un’altra dopo violenze aggravate ad una donna incinta. Dinnanzi a tanti pezzi di puzzle, ci si domanda come avesse lavorato la giustizia locale in tutti quei mesi, considerando che il team dei due investigatori trova anche un verbale per atti osceni che pende sulla testa dell’oramai imputato, risalente a qualche settimana dopo la morte della cantante. Una donna a pochi metri dal bar (il Comet Tavern) era stata pesantemente importunata da un tizio in macchina al punto da segnalare la targa della vettura alla polizia una volta rincasata.

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Per Gagnon e Mixsell non ci sono più dubbi, non resta che farlo cadere in un’astuta trappola. I due infatti lo interrogano partendo da lontano, mostrando cinque profili all’uomo: quattro sono foto casuali, il quinto riguarda Mia. L’indiziato dichiara di non conoscere nessuna delle persone ritratte nelle immagini, questo permette ai due detective di inchiodarlo. Difficile infatti dimostrare alla giuria del successivo processo cosa ci facesse la sua saliva sull’intimità di una ragazza sconosciuta. È il dieci gennaio quando l’uomo viene arrestato ed accusato di omicidio di primo grado. L’udienza si svolge due mesi dopo e si risolve in un paio di settimane, alla fine del travagliato iter giudiziario, il signor Mezequia viene condannato a ben 37 anni di reclusione. Dalle carte emergerebbe una ricostruzione ancor più sfortunata per la ragazza: Mia infatti, al momento del crimine, stava ascoltando della musica a tutto volume e non si era accorta dell’avvicinarsi della macchina del carnefice.

Una vita spezzata in maniera così brutale che interrompeva una carriera lanciata (il secondo disco, uscito postumo, era stato accolto benissimo da critica e pubblico) e rilegava l’immagine della vocalist a magliette e cartelloni contro la violenza. Una tipologia di riflettori che Mia, schiva com’era descritta dai suoi cari, avrebbe probabilmente detestato quasi quanto essere paragonata ad altre band di un certo tipo solo perché c’era una donna dietro il microfono. Ovviamente però sarebbe ingiusto minimizzare le iniziative intraprese nella comunità di Seattle in quegli anni ai fini della prevenzione e partite spesso proprio grazie alla scossa mediatica data dalla scena musicale della zona. Home Alive fu un progetto che promuoveva nelle scuole e nei piccoli centri la difesa personale, sovvenzionate anche da alcune compilation a titolo omonimo ricca di grandi nomi che, ai giorni nostri, possono essere considerati degli abecedari dell’alternative rock di tutto lo stato e non solo.

Altri numerosi omaggi musicali furono dedicati a Zapata, il più significativo è probabilmente all’interno dei disco Pure and Simple, lavoro grungettone di Joan Jett in cui è presente Go Home: un brano in collaborazione con Kathleen Hanna, la cantante dei Bikini Kill. La composizione musicale è accompagnata da un videoclip direttamente ispirato alle vicende qui narrate, ma con un risvolto dissimile: nella pellicola infatti, la vittima riesce a difendersi dal suo stalker e a scappare via. Metafora lenitrice di una ragazza che rimarrà viva proprio attraverso l’arte.

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